Aurelio Angelo BIANCHI-GIOVINI.

BIOGRAFIA DI FR PAOLO SARPI.

Teologo e Consultore di Stato della Repubblica veneta.

Parte 1.

1847 Basilea.
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
Testo curato da: Gianluigi Trivia e Antonio Preto per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
...
.
...
Indice di questa parte.
.
dal Capo Primo al Capo Duodecimo.
.
Fine Indice.
...
.
...
CAPO PRIMO.
.
Il nome di Fr Paolo  popolare in tutta l'Europa, e ci 
non pertanto non abbiamo che assai imperfette notizie in-
torno alla sua vita. Gli articoli che la riguardano inseriti 
nelle raccolte biografiche sono zeppi di errori, n mi ha 
fatto meraviglia di leggere nella Biografia Universale, 
stampata recentemente a Venezia, nella patria del Sarpi, 
spacciate sul conto suo le pi grosse falsit del mondo: 
non mi ha fatto meraviglia, ripeto, perch la riputazione di 
questo grand'uomo essendo stata lungamente in mano ad 
un ordine di persone che lo avea sacro ad un odio fanati-
co, ove a loro sottratto non lo avesse il secolo che sempre 
va innanzi e approva tutto che egli fece e scrisse, Fr Pao-
lo sarebbe tra quelli che giacciono oppressi dalle supersti-
zioni della loro et, e dalla ingiustizia de' giudizi del mondo.
.
Ma d'altro lato  osservabile come quest'odio medesimo 
abbia contribuito a renderlo pi celebre; il che deriva dal 
favor pubblico sempre propizio a chi fu impugnatore de' 
grandi abusi, la benevolenza e la gloria crescendo all'av-
venante delle difficolt superate e delle persecuzioni pati-
te. Le quali contro al Sarpi per essere state cos lunghe ed 
assidue provano una offesa durevole, profonda, e che due 
secoli anzich allenire fecero pi acerba. E meritamente, 
ove si consideri quanta mole di potere abbia egli inferma-
to, e quante illusioni distrutte, e quante false opinioni ri-
formate, e i danni inestimabili fruttati da lui alla monar-
chia de' papi e alle attribuzioni sterminate de' cherici.
Un'altra singolarit , che nato e quasi dalla natura de-
stinato a essere uno tra' i pi insigni nelle scienze fisiche e 
matematiche, fu da impreveduti accidenti tratto sopra una 
scena molto pi tumultuosa e alla quale non avrebbe pen-
sato; tal che par quasi che una specie di fatalit presieda 
alla nascita di certi ingegni privilegiati, e che la volont 
dell'uomo non sia tanto libera che una occulta provviden-
za non ne disponga a' suoi fini.
.
Di tante fatiche del Sarpi, di tanti studi, di tante indagi-
ni profonde negli arcani della natura, di tante bellissime 
ed utilissime sue scoperte non ci resta omai pi che una 
memoria tradizionale; ed ove non fosse la testimonianza 
de' contemporanei, stenteremmo a credere che questo frate 
avesse poggiato tanto alto nelle parti pi difficili dell'u-
mano sapere: mentre un genere di studi cui coltiv per or-
namento d'ingegno e quasi a modo di diversivo, fortuna 
volle che diventasse il fondamento della sua gloria.
In una et infanatichita dalle discordie teologiche, nis-
sun altro scrittore fu pari a lui nello innovare, senza furore 
di setta, contro errori sanciti da secoli, radicati ne' costumi 
de' popoli, legati cogli interessi di gente numerosa e po-
tente, convertiti in religione, e che parevano inseparabili 
dalla esistenza civile; e neppure di nissun altro la vita e la 
fama corse cos varia e piena di contraddizioni, e scopo di 
tanti amori e di tanti odii, ed esaltata altrettanto o depres-
sa, quasi che al solo suo nome si attacchino le passioni pi 
vive di due grandi fazioni religiose che sin da quel tempo 
si divideano il mondo. E per se la storia di alcun privato 
fu mai utile o curiosa, quella di Fr Paolo ha su molte altre 
la preminenza, non per singolarit di avventure, ma per-
ch offre un largo campo di meditazioni sopra oggetti che 
ebbero la maggiore influenza sullo spirito umano.
.
(1552). Nacque egli in Venezia ai 14 agosto del 1552, e 
fu chiamato Pietro. Quasi nel medesimo tempo nasceva in 
Roma Camillo Borghese che fu poi Paolo V. Ai genetliaci 
di questi due bambini nissuno avrebbe mai sognato la po-
sizione in cui si sarebbero trovati un giorno l'uno verso 
dell'altro. Il veneziano ebbe a genitori Francesco Sarpi e 
Lisabetta Morelli. Francesco, nativo di San-Vito, grossa 
terra del Friuli, di scarse fortune, si era portato per miglio-
rarle a Venezia dove esercit la mercatura poco prospera-
mente, e con uguale sfortuna fece qualche viaggio in So-
ria. La Lisabetta o Isabella apparteneva ad una delle case 
dette in Venezia cittadinesche, ma fra le infime. Non so se 
meriti ricordo quanto notarono i contemporanei dello stra-
no accoppiamento di Francesco, piccolo di statura, fiero, 
torbido, litigioso, dedito alle armi, con donna di alte 
membra, d'indole dolcissima e devota. Forse i fisiologi ne 
dedurranno conseguenze che influirono sul carattere di 
Fr Paolo. Aggiungo che nelle fattezze del volto egli alla 
madre assaissimo somigliava. Bene importa di non dimen-
ticare come da' suoi nemici gli fosse dappoi rimproverata 
questa sua oscurit di natali, quasi colpa; come se non fos-
se pi presto un vanto: che  facile a' ricchi sollevarsi co' 
mezzi che loro d la fortuna; ma il povero tutto debbe a s 
stesso: non eredita la nobilt, ma la crea.
Orfano del padre, che mor lasciando in poco buon se-
sto i suoi affari e la moglie vedova con due figliuoletti, il 
piccolo Pietro e una sorellina, Elisabetta cominci di 
buon'ora a insinuare nel figlio i sentimenti di religione; e 
ad iniziarlo nelle lettere lo affid ad Ambrogio suo fratel-
lo, sacerdote di professione e che teneva scuola di gram-
matica e rettorica a cui concorrevano molti ragazzi nobili 
della capitale, tra' quali Andrea Morosini, di quattro anni 
minore del Sarpi, in et matura suo amico, dotto, ameno, e 
autore elegante di latina istoria della sua patria.
Pietro avea sortito dalla natura una complessione graci-
le, onde lo chiamavano Pierino, indole pensosa e tacita, 
avversione a' passatempi, sobriet meravigliosa, grandis-
simo trasporto per gli studi, il che congiunto ad ingegno 
perspicacissimo e a tanto prodigiosa memoria che soleva 
recitare di un fiato trenta versi di Virgilio uditi a leggere 
una sol volta, oper s che a 12 anni lo zio e maestro non 
aveva pi nulla a insegnargli.
.
(1564). Il buon prete, non presuntuoso, conobbe che 
suo nipote, ancorch in cos tenera et costituito, avea bi-
sogno di tutt'altro che di un maestro dozzinale; e racco-
mandollo a Frate Gian Maria Capella cremonese, della 
congregazione de' Servi, dotto in filosofia e matematica e 
teologia. Col quale conversando il giovanetto Sarpi, e pro-
fittando de' nuovi ammaestramenti, s s'innamor delle 
matematiche che ne fece l'occupazione sua prediletta. I 
rapidi suoi progressi e i docili costumi lo rendevano caro 
al precettore Capella e a quanti altri lo conoscevano, tal-
ch tutti a gara si mostravano vogliosi di fargli parte delle 
loro cognizioni. Con questi mezzi si applic anco alle lin-
gue greca ed ebraica; e, o inclinato a vita solitaria, sicco-
me quella che agli ingegni studiosi e melanconici  favo-
revole, o eccitato da' Serviti medesimi, si affigli a 
quell'ordine in onta alle opposizioni della madre e dello 
zio che lo destinavano prete. Vest l'abito monastico a' 24 
novembre 1565 contando appena 13 anni, et troppo acer-
ba per una risoluzione di tanto momento, la quale per 
non sment giammai. Usando i frati di sbattezzarsi, mut il 
nome e si chiam Paolo, col quale  universalmente cono-
sciuto. E bench non uscisse ancora dalla puerizia, diede 
prove di gi provetto sapere argomentando pubblicamen-
te, il giorno della vestizione, ad una conclusione di filoso-
fia. Due anni dopo (1567) sostenne in Mantova pubbliche 
tesi di teologia controversa e diritto canonico, fra' quali ve 
n'erano sulla podest del papa e sui concilii. Sarebbe cu-
rioso conoscere come Fr Paolo, fanciullo, abbia trattato 
questi argomenti per cui si rese tanto celebre fatto uomo; 
ma Francesco Grisellini che vide il manoscritto, si conten-
t di darcene il titolo.
Queste giostre scolastiche, specie di cartelli con cui i 
disputatori si sfidavano, erano assai di moda; il dotto pub-
blico vi accorreva come a spettacoli, e grandi onori face-
vano, perfino i principi, al vincitore. Ma realmente erano 
puerilit dove meglio che del sapere davasi prova del cat-
tivo uso fatto del tempo, dell'ingegno e della facolt pre-
ziosa della memoria, scialaquandoli in dispute dove cia-
scun lottatore faceva pompa di cavillazioni, cercava di 
sorprendere l'avversario con arguzie e motteggi, e vinceva 
chi pi ne abbondava. I frati, propagatori di tutto che sente 
il cattivo gusto, ne andavano pazzi, ne tenevano ad ogni 
Capitolo, vi avvezzavano per tempo i giovani allievi, ed 
era con queste misere armi che gli preparavano a combat-
tere gli eretici. I barbassori sfoggiavano ne' Capitoli gene-
rali, in chiesa, pubblicamente, e vi assistevano personaggi 
grandi come oggi ad una accademia. Il pi dotto non era 
chi ragionava meglio, ma chi produceva maggior numero 
di tesi, e quanto pi sottili, tanto pi applaudite.
(1570-74). Il giovane Fr Paolo, dovendo anch'egli ob-
bedire allo spirito de' tempi e dei suoi maestri, nel 1570 
comparve di nuovo ad un Capitolo tenuto in Mantova ar-
mato di 309 tesi del genere di quelle gi sostenute tre anni 
innanzi; e pubblicato a stampa il programma, siccome era 
l'uso, sfid altri ad impugnarle. La disputa ebbe luogo nel-
la solita chiesa di San Barnaba: vi assistevano il duca Gu-
glielmo Gonzaga, monsignor Gregorio Boldrino vescovo 
di Mantova, e pi altri personaggi cospicui, secolari o ec-
clesiastici; e fu tanto l'applauso con cui fu udito quel teo-
logo imberbe, s pel numero e l'ardita scelta delle tesi su-
periori alla sua et, s per la erudizione, o pel metodo con 
cui le difese, che i suoi superiori gli assegnarono una 
provvisione annua di sei scudi (36 franchi di Francia, e a 
ragguaglio di valori colle derrate, pi del doppio) per 
provvedersi di libri; il duca il volle ad ogni modo per suo 
teologo, e il vescovo non esit a fidargli la cattedra di teo-
logia positiva colla lettoria de' casi di coscienza e de' sacri 
canoni: nell'adempire ai quali impieghi fu tanta la meravi-
glia destata dal suo sapere in cos tenera giovent (18 an-
ni), che ne rest lunga memoria, e divenne volgare il det-
tato: Non verr mai pi un Fr Paolo.
Tanti onori in et cos precoce, e spesse volte cos in-
fausti agli ingegni, non lo inebbriarono; allo incontro pro-
fittando dell'ozio di cui godette per quattro anni alla corte 
dei Gonzaga e dei comodi che gli offrivano la sua situa-
zione e il concorso di assai dotte persone, si occup inde-
fesso ad ogni genere di studi. La erudizione ecclesiastica 
non essendo perfetta disgiunta dalle lingue antiche, volle 
impossessarsi a fondo della greca ed ebraica, e della cal-
dea; nelle quali, massime nelle due prime, divenne peritis-
simo e sal in fama del pi dotto orientalista che vivesse a' 
suoi tempi nella Italia orientale.
Ma soprattutto le matematiche avea in amore, e negli 
ozii di cui godette ne' quattro anni che visse alla corte di 
Mantova fece in quelle straordinari progressi, non nelle 
speculative soltanto, ma nelle applicate, nella astronomia, 
fisica, ottica, prospettiva, idraulica ed altre; si applic an-
co ad un severo studio della medicina, anatomia, chimica, 
botanica, mineralogia, e insomma a tutte le scienze che 
hanno per iscopo d'indagare gli arcani della natura. Inge-
gno sottile, indole ostinata erano i mezzi che opponeva 
alle difficolt e con cui le vinceva.
E per servire il principe, uomo di spirito e coltissimo e 
amico de' dotti, conobbe la necessit della storia universa-
le; in che prese a metodo di recarsi a mente tutte le date 
principali, poi tutte le opinioni degli autori sui fatti di-
scordi, e conciliarne le difficolt: metodo utilissimo, ma 
solo praticabile a chi  dotato di una memoria, quale il 
Sarpi.
Per la storia ecclesiastica osservava giudiziosamente 
doversi cercare la verit non negli storici inesatti o parzia-
li, ma nei documenti contemporanei, nelle lettere e negli 
scritti de' Padri, negli atti de' concilii; non nelle traduzioni 
infedeli o monche, ma nella lingua originale, cui tutti egli 
lesse, e di ogni cosa prendeva nota segnando in margine o 
con sottolinee i luoghi di ricordo, o straendone gli squarci 
cui distribuiva ordinatamente in quaderni sotto forma tale 
che ad ogni bisogno potesse facilmente trovare ci che de-
siderava. Persino i pensieri, le riflessioni, le bizzarre che 
gli saltavano in capo leggendo, affidava alla carta, e di 
tempo in tempo le ricorreva, lacerando le inette o di poco 
conto, conservando le sode. Nascendogli difficolt o dub-
bio o pensiero, fosse anche in letto, balzava, metteva a 
contribuzione quanti autori avessero trattato di quel pro-
posito, gli raffrontava e non se ne stoglieva finch chiarito 
non si fosse; e se era un problema di matematica, vi lavo-
rava pertinace tutto un giorno o tutta una notte, finch tro-
vata la soluzione potesse far plauso a s stesso e sclamare: 
L'ho pur vinta, non voglio pensarci pi.
N meno indispensabile era a lui la scienza canonica, al 
qual uopo, seguendo lo stesso ordine metodico, si applic 
a leggere tutti gli scrittori ecclesiastici; e stese in latino, 
per lettere d'alfabeto, una storia di tutti i concilii col sunto 
degli atti e la sposizione de' canoni; il manoscritto di cui, 
veduto dal P. Montfaucon e da Apostolo Zeno, esisteva 
ancora nel secolo passato.
Pensa il Grisellini che Fr Paolo gi disegnasse la sua 
storia del concilio tridentino come parte dell'anzidetto la-
voro; congettura da lui fondata sopra un errore di cui par-
ler altrove. A me sembra pi verosimile che quel Dizio-
nario de' Sinodi fosse un manuale esarato per solo suo 
privato uso. Io non l'ho veduto, e ignoro se esista ancora e 
dove: forse in Francia, negletto in qualche biblioteca; so-
lamente so che era distribuito in due volumi in foglio di 
manoscritto. Ora per metterlo in proporzione colla storia 
del Tridentino erano necessarie dissertazioni di storia e di 
critica sull'origine e le vicende del diritto canonico, 
sull'andamento e il progresso della teologia, e particolar-
mente su varie opinioni in cui molto dissentono gli antichi 
dai moderni, e sulle vicissitudini della disciplina ecclesia-
stica che mut ogni secolo, le quali cose dovevano d'assai 
allargare la mole di due volumi; n per quanto fosse oltra-
ta l'erudizione del Sarpi,  verosimile che fosse ancor va-
lida a cos difficile impresa: giunto che la Storia, basta so-
lo leggerla per vedere che  lavoro isolato, finito, e che 
non ha relazione alcuna con altro.
 ben vero che il Sarpi fino d'allora mostrava curiosit 
grande di conoscere i particolari di quel concilio, termina-
to pochi anni addietro (nel 1563); ma era del pari curioso 
di ogni altro avvenimento pubblico, de' quali s'informava 
esattamente, nel che continu sino al fine di vita. E rispet-
to al concilio era naturale che un uomo cos avido di sape-
re e di penetrare i secreti dei principi e delle corti, s'inte-
ressasse per un oggetto che teneva a s rivolte tutte le 
menti, e gli arcani di cui la corte di Roma con ogni dili-
genza cercava di occultare al mondo; e che per sua istru-
zione e curiosit raccogliesse quanti documenti e notizie 
potesse avere. Camillo Oliva, secretario del fu cardinale 
Ercole Gonzaga presidente del concilio, gliene sommini-
str bella copia intorno a' fatti dell'ultima convocazione; 
ma per scrivere una compiuta storia non bastavano di lun-
ga mano n questi materiali, n quanto Fr Paolo pot ri-
cavare dagli archivi del duca su casi particolari; e il me-
glio che avr trovato, doveva essere il carteggio tra il duca 
Federico, padre di Guglielmo, e papa Paolo III quando si 
tratt di mettere il concilio a Mantova.
Oltre all'Oliva col quale ebbe famigliarit intrinseca, e 
al vescovo Boldrino, strinse amicizia con Fr Girolamo 
Bernerio da Correggio, domenicano, allora inquisitore in 
Mantova, poi (nel 1586) vescovo d'Ascoli e cardinale, uno 
della congregazione del Sant'Ufficio, indi (nel 1606) pro-
tettore dell'ordine de' Servi, e in ultimo (nel 1607) vesco-
vo di Porto e santa Rufina: amicizia durata pi anni, ma 
che sembra essere stata interrotta da' casi che seguirono 
appresso e dalla contraria posizione in cui si trovarono. 
Bernerio mor nel 1611.
Cos passando il tempo fra i libri e la conversazione dei 
saggi, e lo studio degli uomini e del mondo, studio diffici-
le e troppo spesso trascurato e senza di cui la filosofia  
quasi un'acqua morta, una causa senza effetti, un mezzo 
senza applicazioni, e il filosofo rimane uomo straniero a 
quanto lo circonda, Fr Paolo rendeva sempre pi perspi-
cue le doti ammirabili del suo ingegno. A 20 anni (nel 
1572), in un Capitolo convocato a Cremona fece la pro-
fessione solenne de' voti, che tacitamente, siccome allora 
si usava, aveva fatto due anni innanzi. A 22 in altro Capi-
tolo di Mantova, celebrato a' 19 di maggio 1574, fu deco-
rato del grado di baccelliere in teologia, col qual titolo sot-
toscrisse anch'egli in quella adunanza medesima il contrat-
to di spartimento in due provincie della gi congregazione 
dei Servi di Venezia, riunita in un corpo solo col restante 
ordine dei Serviti.
Ornamento della corte Gonzaga, era diventato carissi-
mo al duca, che amava spesso di trattenersi con lui e si di-
lettava di suscitar questioni singolari e difficili co' fore-
stieri venuti alla sua corte, ecclesiastici o secolari, per 
mettere in ragionamento il suo teologo. E tal fiata accade-
va che certi dotti di saccenteria sprezzando la giovent del 
Sarpi, dal modesto suo contegno e dal suo modo socratico 
e sempre interrogativo di parlare, traevano argomento che 
avessero molte cose da apprendergli; ma poi nel bel mez-
zo della disputa restavano confusi, di che il duca si sma-
scellava dalle risa.
Una volta fra le altre propose il Gonzaga la tesi che Cri-
sto morisse di 33 anni, questione inutile e che pure imba-
razza i cronologi. Il Sarpi, senza altro soccorso che la sua 
memoria, schier ordinatamente tutte le date, massime 
della Pasqua, somministrate dagli Evangelisti, che con-
cord colla storia, co' calcoli astronomici e colle allega-
zioni d'Eusebio; e l'opponente, altro frate, ebbe la sublime 
capacit di rispondere che Eusebio  storia non racconto 
vero; onde il duca sghignazzando gli disse: Padre, sono 
storie per voi le leggende di sant'Alessio e del morto e del 
vivo.
Quel principe era anche un bell'umore cui piacevano le 
burle. Fr Paolo da curiosit giovanile e da' pregiudizi del 
secolo fu tratto anch'egli all'astrologia giudiziaria, ed al 
duca essendo nato da una cavalla nobile un mulo, al tem-
po della gestazione fece stare il Sarpi tutta la notte sopra 
una specola a contemplare le stelle e a stendere l'apotele-
sma, o vogliam dire la tavola astrologica de' punti siderei, 
sotto i quali il giumento era nato; cui mand a' primi im-
pazziti di astrologia giudiziaria chiedendo l'oroscopo di un 
bastardo di padre plebeo, di madre nobile, nato in casa sua 
in tal punto e tale congiunzione di astri. Donde avvennero 
di assai curiosi equivoci, perocch chi predisse che quel 
fortunato bastardo sarebbe maresciallo, chi vescovo, chi 
cardinale, e fino chi papa; ma Fr Paolo ebbe occasione di 
disingannarsi della vanit di una scienza delirante e teme-
raria.
Ma quanto al duca piaceva schernire cogli altri, altret-
tanto, come  il solito dei principi, non amava che si 
scherzasse con lui, e ben lo seppe padre maestro Cornelio 
da Codogno, servita anch'egli e teologo del duca. Un gio-
vine, figliuolo bastardo del cardinale Ercole Gonzaga 
(giacch molti cardinali di quel tempo avevano figliuoli), 
richiedeva da' tribunali i beni del padre, e sembra eziandio 
che il cardinale medesimo gliene avesse legati una parte; 
ma non trovando pronta giustizia, perocch la lite si trat-
tava fra un piccolo e un grande, si diresse al duca con una 
supplica concetta in termini poco moderati, alla quale il 
duca rispose facendolo mettere in prigione. Ivi il giovane 
confess che autore della supplica era Fr Cornelio, che 
pure fu sostenuto in carcere, e gli accadeva peggio se non 
trovava il destro di fuggire.
(1574). Malgrado ci che dice Fr Fulgenzio biografo 
di Fr Paolo ed amico, par bene che il primo scherzo fatto 
a lui e il secondo fatto a un suo correligionario e le conti-
nue bizzarrie del duca contribuissero a disgustarlo della 
vita di corte; e le ripetute sollecitazioni dei suoi amici e 
superiori,e forse anco la morte del vescovo Boldrino, ac-
caduta ai 2 novembre del 1574, lo fecero risolvere di ac-
commiatarsi dal principe, e pass a Milano o in quel mese 
medesimo o nel seguente.
Dove si rese accettissimo al cardinale Carlo Borromeo 
che fu poi santo. Il quale, tediato dalle ambizioni della 
corte di Roma, si era portato a risiedere nel suo arcivesco-
vato, e intendeva a riformare il suo clero trascorso ad abu-
si gravissimi, massime in quello che riguarda a' confessio-
nali, affidati allora come poi tra i non molti buoni a non 
pochi o avidi o ignorantissimi. Ed egli si valse del Sarpi 
adoperandolo nella confessione, s nel convento dei Servi 
come in altre chiese, chiamandolo ad importanti consulta-
zioni e invitandolo ancora a pranzare con lui. Ed  proba-
bile che dal conversare con quel prelato che fu segretario 
di suo zio papa Pio IV quando ancora durava il concilio di 
Trento, e sotto cui termin, e con altri uomini dotti che a 
lui concorrevano, abbia potuto raccogliere nuovi lumi re-
lativi alla storia di quello.
A Milano ebbe Fr Paolo a sperimentare i primi morsi 
della maligna ignoranza e della invidia, che poi negli anni 
seguenti diventati pi rabbiosi in ragione del cresciuto suo 
merito misero alla prova tante volte la sua fermezza e fu-
rono come tinte oscure per dar risalto al gran quadro della 
sua vita. Fu accusato di eresia.
Alcuni spositori della Sacra Scrittura, leggendo le pri-
me parole della Genesi: Nel principio Iddio cre il cielo 
e la terra, e la terra era informe e vacua, e le tenebre sopra 
l'abisso, e lo spirito d'Iddio si movea sulle acque; imma-
ginarono di trovarvi entro la Trinit, come quel curato che 
nelle ombre della lana vedeva il campanile della sua par-
rocchia. Quanto al Padre e allo Spirito Santo non v' diffi-
colt: Iddio cre, lo Spirito di Dio si movea, sono espres-
sioni chiarissime persino agl'increduli. L'imbroglio sta nel 
Figliuolo che non si lascia scorgere; ma poich la Santis-
sima Trinit  indivisibile, e le tre stanno in una e l'una 
comprende le tre,  ragione lampante che dove c' il Padre 
e lo Spirito Santo debba esservi anco il Figliuolo. Ma se 
l'argomentazione pu passare co' teologi, non ha lo stesso 
valore coi filosofi e meno ancora coi rabbini.
I popoli primitivi, riponendo ogni virt o diritto nella 
forza, non capaci a sollevarsi alle cause razionali dei fe-
nomeni della natura, e giudicandone solo dagli effetti on-
nipotenti e terribili, era congruo che non potessero conce-
pire altra idea dell'Ente occulto, autore di que' fenomeni, 
fuor quella della forza: cos tra gli orientali Elah significa 
del paro Dio e la Forza; e in altre lingue e fra altri popoli 
Dio e Forza sono egualmente sinonimi, o a dir meglio 
un'una e medesima cosa. Osservano dunque i filosofi che 
nel testo citato, Dio  espresso in ebraico colla formola 
plurale Elohim, le forze, od una potest che si compone di 
loro. E quella formola pu significare l'Ente creatore, ma, 
e forse meglio, una causa seconda: molto pi che l'origi-
nale non dice Elohim cre dal nulla, ma Elohim fece da 
qualche cosa, lasciando presupporre la esistenza anteriore 
della materia. La frase Spirito di Dio (Rovah Elohim) con 
quel che segue pu tradursi pi letteralmente un vento for-
tissimo agitava le acque, od anche il soffio di Dio, ovvero 
il soffio della Forza produttrice fecondava le acque. I rab-
bini poi affatto si discostano dalle nostre opinioni, e non 
manco chimeri de' teologi ne tirano interpretazioni pi o 
meno strane.
Fr Paolo adunque trovandosi un giorno in discorso eb-
be a dire, non potersi la Trinit dimostrare dalle riferite 
espressioni. Un frate invidioso e di grosso ingegno, non 
potendo alzarsi cogli studi e colle virt al credito di Fr 
Paolo, pens di avvantaggiarsi deprimendolo, e lo accus 
al Sant'Offizio quale eretico giudaizzante e negatore della 
Trinit. Un inquisitore idiota ne form il processo: ma il 
giovane teologo oppose primamente la connivenza tra 
l'accusatore e il giudice; poi, che l'inquisitore era inabilita-
to a giudicarlo essendo ignaro di lingua ebraica. E soste-
nuto dal cardinal Borromeo e pi ancora dal suo merito, 
neg di rispondere al Santo Uffizio ed appell a Roma, 
dove si rise della ignoranza dell'accusatore e del giudice, e 
a quest'ultimo tocc una buona reprimenda e l'avviso di 
non impacciarsi di quello che non sapeva. Ch l'Inquisi-
zione romana, ove non si tratti d'interessi speciali alla 
Corte, o di vendette, si mostr sempre, se non posso dire il 
pi giudizioso di ogni altro di s fatti sanguinari tribunali, 
almanco il meno irragionevole.
(1575). Non fu di lunga durata il suo soggiorno in Mi-
lano, imperocch nell'agosto o nel settembre del 1575 fu 
da' suoi superiori chiamato a Venezia per insegnare filoso-
fia nel convento de' Servi. E qui parmi il luogo di porre un 
fatto indicato vagamente da Fr Fulgenzio. Il Sarpi, viag-
giando a cavallo sotto la sferza di un sole cocente fu so-
prappreso da schinanzia terribile tra Vicenza e Padova. 
Mandato per il flebotomo, professione che allora esercita-
vano i barbieri, quegli neg l'uffizio senza l'indicazione 
del medico; ma Fr Paolo, cui la gola abbruciava fino a 
perderne il respiro, n si sentiva voglia di tirare in lungo, 
disse al barbiere, facesse pure venire il medico, e intanto 
gli mostrasse se aveva buona lancetta. La quale poich 
ebbe in mano si applic alla vena del braccio, e al barbie-
re, attonito di quell'atto improvviso, non rimase pi altro 
che fasciarlo; e in poche ore il Sarpi, ristabilito, pot pro-
seguire suo cammino.
(1575-78). In Venezia, continuando le sue lezioni filo-
sofiche fino a tutto il 1577, si fece distinguere per lucidez-
za d'idee, profondit di dottrine e chiarezza di metodi, cos 
che vi intervenivano non pure i frati, ma giovani secolari, 
e fra gli uni e gli altri ebbe egregi discepoli. Nel 78 fu let-
tore di teologia, e a' 15 maggio dell'anno medesimo rice-
vette la laurea dottorale nella universit di Padova, non 
compiuto il ventesimosesto anno di sua et.
Correndo questi tempi ebbe occasione di conoscere per-
sonalmente Arnaldo Ferrier gi ambasciatore di Francia al 
concilio di Trento, e nel 1576 mandato a Venezia a signi-
ficare la pace conchiusa in Francia tra cattolici ed ugonotti 
e a chiedere danaro in prestanza: da lui raccolse esatte no-
tizie intorno a molte cose occorse al concilio. Ma in quel 
medesimo anno fu amareggiato da una perdita grave; im-
perocch dalla fierissima pestilenza che addolor Venezia 
e tutta Lombardia gli fu tolta di vita la madre. La quale 
poco di poi che fu vedova, assecondando la inclinazione 
propria alla santimonia, e conversando sempre con mona-
che, aveva finito con prendere anch'essa il velo, e mor, 
dice Fr Fulgenzio, in concetto di santa e di profetessa.
Della sorella non trovo pi notizia: so unicamente ch'e-
ra stata accettata in casa dello zio prete, e debbe essere 
premorta a Fr Paolo; imperocch nella sua vecchia et 
non gli rimanevano pi parenti, toltone una vecchia cugi-
na in quarto grado, cui andava a visitare qualche volta, e 
che gli sopravvisse.
CAPO SECONDO
Scrivendo io la vita di un famoso frate, mi voglio per-
mettere una digressione sull'origine e gli statuti de' mona-
ci, segnatamente de' Serviti. L'episodio non dovrebbe es-
sere affatto estraneo al mio argomento; ma quando pur 
fosse, io mi spero che giovi alla curiosit di quelli che non 
hanno una precisa notizia di una gerarchia, a sterminio di 
cui congiurano le opinioni del secolo e i mutati costumi.
L'origine del monachismo sale al III secolo quando il 
celebre Sant'Antonio abate lo mise di moda nell'Egitto e 
nella Siria donde poi rapidamente si diffuse in tutto il 
mondo romano. Allora i monaci erano una soldatesca tu-
multuaria come i palicari della Grecia, e anticamente i 
venturieri in Italia; ma al principiare del IV secolo Paco-
mio egiziano, prima soldato, poi monaco, avvezzo agli usi 
della milizia, gl'introdusse a un dipresso nel suo monaste-
ro. Divise i suoi monaci (dicono che fossero 10,000) in 
compagnie, ciascuna subordinata al suo capo, e questo a 
un capo supremo che era l'abate: uniformit di vestire, 
dormitorio e refettorio comune, regolata distribuzione di 
cibi, d'incumbenze e di lavori, la stessa ora pel pranzo, per 
la preghiera e pel riposo. E a far gradire le sue leggi a po-
polo indocile, le finse portate a lui da un angelo. Piacque 
rinnovazione, ed ebbe imitatori; e in breve vi furono tante 
regole quanti gli abati, finch tutte alla met circa di quel 
secolo furono soverchiate da quella di San Basilio vesco-
vo di Cesarea in Cappadocia, che fu poi quasi universal-
mente seguitata dai Levantini.
Chi introducesse il monachismo in Occidente, non  
ben noto; ma  certo esservi stati monaci in Italia a' primi 
decenni del IV secolo, donde si sparsero nelle Gallie e pi 
specialmente nella Scozia ed Irlanda: ma senza regole fis-
se, o ad arbitrio, finch nel VI secolo San Benedetto, fon-
datore di Montecassino, dett la sua; la quale, quantunque 
non portata da un angelo, , per un codice monastico, ab-
bastanza ragionevole. E come in Oriente quella di Basilio, 
cos in Occidente quella di Benedetto prevalse. Ma corrot-
ti i monaci nei susseguenti tempi dalle ricchezze, dall'ozio 
e dalle lascivie, verso l'XI e XII secolo alcuni uomini pii 
volendo ritrarli ai loro principii, introdussero riforme e 
fondarono congregazioni con discipline varie, ma derivate 
in sostanza da quelle di Benedetto; per cui al nome del 
fondatore antico aggiunsero quello del riformatore mo-
derno.
Nel XIII secolo cominciarono i Mendicanti, detti pro-
priamente Frati; in ci diversi dai monaci, ch questi vi-
vevano coi proventi dei loro beni, laddove i frati ebbero 
per istituto di vivere pitoccando: cattivo metodo, perch 
col crescere del loro numero bisogn inventare supersti-
zioni ed artifizi nuovi da spandere nel volgo per cavarne 
danari.
Il mal costume de' monaci, il discredito in cui erano i 
preti, l'entusiasmo religioso che menava i popoli a tumulto 
nelle crociate di Terra Santa e in Provenza contro gli Albi-
gesi, lo spirito religionario de' tempi, la smania di far con-
versioni, mossero Francesco d'Assisi, giovane di s calda 
fantasia che molti lo credevano un pazzo, a instituire una 
societ che, libera d'impacci, vivendo alla busca, spregia-
trice di tutti gli usi civili, porgesse le apparenze di vita pe-
nitente e intendesse alla predicazione della fede. Assai 
giovani d'indole entusiastica e venturiera si unirono a lui, 
cos che nel giro di pochi anni l'ordine serafico di san 
Francesco, contava pi migliaia di militi. Fu approvato da 
Innocenzo III nel 1210, e confermato da Onorio III nel 
1223.
Quasi nel medesimo tempo Domenico di Gusman, spa-
gnuolo, canonico di Osma, fondava l'ordine dei frati pre-
dicatori, cos chiamati perch dovevano predicare la fede 
agli eretici, e se non si convertivano, abbruciarli. Appro-
vati da Onorio III nel 1216, fu loro affidato dappoi il filan-
tropico tribunale del Santo Uffizio, glorioso per mille reli-
giosissime stragi.
Domenico essendo nobile, e, per que' tempi, dotto, il 
suo ordine si compose se non di nobili, almeno di persone 
istrutte; ma Francesco, di bassa nazione ed idiota, attrasse 
a s tutta la plebaglia, e tanta che 4000 deputati si trova-
rono al Capitolo generale del 1219; il che vuol dire che 
sommavano a 40,000 almeno. L'abito istesso mostra il di-
verso pensare de' patriarchi: quello de' domenicani, quan-
tunque bizzarro, non senza eleganza; ma veri cinici i fran-
cescani: un grosso saione goffamente fazionato, non ca-
micia, non calze, raso il capo, barba sucida, nissuna mon-
dizia del corpo, una corda per cintura, una bisaccia sulle 
spalle, una sporta di giunchi sul braccio, un cappuccione 
in testa ricordano l'immagine dell'antico Diogene.
Ogni et ha le sue pazzie, e il medio evo era per i mo-
naci e frati, i quali sommavano a tanto numero che il con-
cilio di Lione nel 1274 proib che nuovi Ordini s'istituisse-
ro: legge non nuova, perch gi prodotta da Innocenzo III 
nel concilio di Laterano nel 1215. Ma perch i papi che le 
fanno sono poi sempre i primi, quando  utile, a violarle, 
se Innocenzo III nel 1215 statuiva la legge anzidetta, Ono-
rio III suo successore la violava il seguente anno, appro-
vando l'Ordine dei domenicani e poi nel 1223 conferman-
do quello di san Francesco. N i papi seguenti furono pi 
scrupolosi, tranne Innocenzo V che nel 1276 pretese di 
abolire l'Ordine de' Servi.
Il quale, quasi contemporaneo agli anzidetti, vanta per 
suo fondatore san Filippo Benizzi; ma per vero deve l'ori-
gine a sette mercatanti fiorentini che si adunavano ad una 
cappella a salmeggiare in lode della Madonna, e verso il 
1230 decisero di formare una vera societ di frati, appro-
vata nel 1248 dal cardinale Rainesio, legato di papa Inno-
cenzo IV, e sette anni dopo formalmente confermata da 
Alessandro IV.
Tre miracoli, perch senza miracoli non viverebbono 
frati, concorsero alla instituzione di quell'Ordine: il primo, 
che quei mercanti furono avvisati da una celeste voce a 
formare una societ di Regolari;  il secondo, che, en-
trando essi in Firenze imbaccuccati di saione cinericcio e i 
ragazzi dando loro la baia, forse perch gli credevano ma-
schere, san Filippo Benizzi, bambino di cinque mesi che 
poppava dalla balia, ruppe lo scilinguagnolo e grid: Ecco 
i Servi di Maria;  il terzo, che la Madonna fece da sarto-
ra tagliando il modello dell'abito cui dovevano vestire, 
non pi cenericcio, ma nero, e da legislatrice, portando 
loro dal paradiso la regola di sant'Agostino. Cos raccon-
tano gli annali dell'Ordine.
San Filippo Benizzi quinto generale lo ampli; raccolse 
le prime costituzioni, ma ebbe a patire disturbi dal papa 
Innocenzo V e da molti prelati che volevano abolire il suo 
Ordine. Onorio IV nel 1286 lo prese sotto la sua protezio-
ne, e i successori gli concedettero assai privilegi. Si dilat 
da poi fino a contare 27 provincie e 70 monasteri, primo 
per lusso e ricchezze quello dell'Annunziata di Firenze. A 
Venezia lo introdusse nel 1316 Fr Pietro da Todi ottavo 
generale.
Ma perch la concordia tra i frati non pu esser lunga, i 
Serviti sotto pretesto di riforma si divisero, gli antichi 
chiamandosi Conventuali, e i riformati dandosi nome di 
Congregazione de' Servi. La principale, e che dur pi 
lungamente, fu quella di Venezia a cui erano congiunti i 
conventi di Mantova, Verona, Cremona, Brescia, Berga-
mo, Udine e qualche altro. Eleggeva un vicario generale, 
che in compagnia di un commissario interveniva ai comizi 
dell'Ordine, ma indipendente dal prior generale. I Serviti 
di Firenze, fieri delle loro ricchezze, del numero e della 
protezione che godevano dai gran duchi di Toscana, e che 
si consideravano come il ceppo della famiglia, vedevano 
di mal occhio questo scisma, ed essendo cadute a poco a 
poco le congregazioni di Ferrara, di Milano e di altrove, 
brigarono finch anco quella di Venezia per bolla di Pio V 
nel 1570 fu riunita al corpo antico. Ci fu cagione di molti 
sdegni e di una quasi continua animosit de' frati venezia-
ni e lombardi e fiorentini, cui accusavano d'ambizione e 
tirannide; e Giovan Maria Capella, il maestro di Fr Pao-
lo, stato pi volte vicario generale, cerc di far rivocare 
l'ordine, ma indarno: ottenne ci nondimeno di essere so-
cio perpetuo del prior generale. Ci spiacque agli altri fra-
ti che si vedevano impedita la via, finch egli vivesse, a 
quella dignit: s che fu deliberato nel 1572 che la gi 
Congregazione sarebbe divisa in due provincie, di Venezia 
e di Mantova; e per un concordato stabilito in Roma a' 12 
maggio 1574 e approvato da Gregorio XIII, convennero 
che le due nuove provincie conserverebbono i loro statuti, 
semprech non fossero contrari alle costituzioni dell'Ordi-
ne. Ma ciascuno essendo geloso de' suoi privilegi, fu ne-
cessario di conformare quelle a questi: opera difficile 
(trattandosi di contentar frati) nella quale ebbe molta parte 
Fr Paolo, come dir.
L'Ordine de' Servi abbondava allora d'uomini dottissimi 
non pure nelle facolt teologiche, ma nelle lingue, nell'e-
loquenza, nelle matematiche, nell'architettura, nelle scien-
ze di ogni genere, massime tra i veneziani che andavano 
di puntiglio con quei di Firenze; e ricco non poco n mol-
to, pareva destinato a tenere un posto luminoso tra gli Or-
dini mendicanti: ma il poco accordo e la rivalit che dura-
va tra le due fazioni, sopita alcuna volta, non mai spenta, 
era un verme che lo rodeva in secreto e ne preparava la 
decadenza. E bench si dilatasse alquanto in Germania e 
Spagna, erano getti della radice che non davano forza al 
tronco. A ci si aggiungeva l'incertezza de' statuti, mutati 
quasi ogni triennio, non per una vista profonda come nei 
gesuiti, ma per bizzarria e smania di novit; s che ogni 
Capitolo generale partoriva nuove leggi che contraddice-
vano le antiche, rompevano l'uniformit, e rendevano di-
suguale e vacillante il governo della famiglia. Accresceva 
il disordine l'arbitrio de' papi, i quali pure violavano le 
leggi a pro' di loro favoriti, convocavano Capitoli e sce-
glievano irregolarmente i generali; e la parzialit de' gran 
duchi di Toscana pei loro fiorentini e bolognesi, due pro-
vincie strettamente unite come in lega, il che metteva in-
vidia nelle altre dell'alta Italia. E quasi non bastassero a-
limenti alla discordia, gli accrebbe a cento doppi il dispo-
tismo del cardinale Santorio che, per 22 anni protettore 
dell'Ordine, disponeva imperiosamente delle cariche, mas-
sime del generalato, usando violenza ed atti arbitrari con-
tro chiunque non piegava al suo volere.
Come la Chiesa, cos gli Ordini monastici usarono di 
prendere in prestito le forme del governo civile. Quando 
incominciarono, essendo l'impero romano un governo mi-
litare con capo dispotico e soldatesca indisciplinata, nor-
me consimili s'introdussero tra i monaci. Ma poich il di-
spotismo imperiale sotto i Costantini si avvi alle forme 
civili, e la milizia fu depressa, cos anco il monachismo 
ebbe regole pi concrete: i monaci dapprima laici, comin-
ciarono ad essere ammessi al sacerdozio, e alle speciali 
discipline loro furono aggiunte le comuni al corpo eccle-
siastico.
A' tempi di san Benedetto l'imperio occidentale era a 
terra; regnavano i Goti in Italia, altri Goti e Svevi in Spa-
gna, Vandali in Africa, Franchi e Borgognoni nelle Gallie, 
Avari e Langobardi nella Pannonia e nella Dacia. Le citt 
di conquista avevano proprie leggi, ma sotto il beneplacito 
del conquistatore. Le nuove monarchie avevano faccia di 
aristocrazia militare, e i sudditi essendo romani e barbari, 
il re era dispotico sui primi, frenato da leggi e consuetudi-
ni verso i secondi. Questa mistura si sente appunto nella 
regola benedettina. L'abate elettivo, ma a vita; eletto nelle 
assemblee dei monaci, come i re barbari, ma confermato 
dal principe, come i re dal tacito consenso degli imperato-
ri, o i magistrati delle citt da quello del re; l'autorit limi-
tata da un consiglio di monaci, gli affari trattati in comu-
ne, il comandare assoluto, l'obbedire pronto; ma l'uno e 
l'altro ammisurati dal sentimento dell'eguaglianza. Un'a-
bazia presentava in piccolo ci che era un regno barbaro 
in grande.
I monaci si distinsero in due ordini: professi e conversi, 
o meglio sacerdoti e laici: solo i primi avevano voto nelle 
assemblee, e rappresentavano i conquistatori; i conversi 
potevano intervenirvi, ma senza suffragio, ed erano come i 
romani a petto ai barbari. Per ci che i monaci ricevevano 
i loro allievi quasi sempre in tenera et, chiamavano con-
versi gli uomini di et matura che lasciando il mondo si 
convertivano a quel nuovo genere di vita; ma poi signific 
i laici solamente.
Inclinando i regni di occidente alle forme feudali, il 
monachismo sub la stessa vicenda. Ogni monastero indi-
pendente, ciascuno governato dal suo abate che n'era co-
me il signore feudatario; gli abati gi dipendenti dai ve-
scovi, se ne emanciparono col favore de' papi, come i ba-
roni dai magistrati regii; al contrario si assoggettarono a' 
papi, come i vassalli all'imperio.
Quando poi incominciarono i Mendicanti, la Provenza e 
la Catalogna, teatro delle gesta eroiche di san Domenico, 
avevano molte libert municipali e le citt si governavano 
quasi a repubblica. Pi ampia libert era in Italia dove fio-
r san Francesco, e per i Mendicanti seguitarono le nor-
me della democrazia.
Gli Ordini frateschi costituiscono dunque altrettante re-
pubbliche democratiche, e si potrebbe anco dir militari, 
perch loro officio  difendere con la lingua, con le penne, 
e, se il caso importa, anco con le mani il papa di cui sono 
la guardia pretoria. E come i Comuni d'Italia del medio 
evo si reggevano da s, pur riconoscendo la suprema pote-
st ed alto dominio degli imperatori; anco i frati hanno 
governo proprio, e intanto riconoscono la potest suprema 
del papa. Accadde nondimeno una notabile differenza nel-
le specialit di queste due sorti di repubbliche e nei loro 
alti sovrani: ed  che gl'imperatori intendendo a piantare 
in Italia il dispotismo obbligarono i Comuni a rubellarsi, e 
scaddero a poco a poco dalla loro supremazia, o piuttosto 
conservarono il nome e perdettero la cosa. Laddove i papi, 
fautori allora di repubblica, nemici acerrimi della potest 
regia ed imperiale, alla testa della fazione guelfa che oggi 
con mutato nome si chiama de' Liberali, promovendo a-
stutamente le libert fratesche acquistarono su di loro il 
pi imperioso ascendente, e riuscirono a farne la pi fede-
le e pi attiva e pi coraggiosa loro milizia. Ma fa mera-
viglia come la stessa prudenza non abbiano usata inverso i 
Comuni, e che a quel modo che si fecero centro e capo 
delle fraterie, non abbiano fatto anco delle societ politi-
che. Che se questo si operava, sorgeva una monarchia di 
nuovo genere e forse la pi meravigliosa di quante mai 
furono; n forse il papato sarebbe ora in quei mali termini 
che fanno il persistere ne' vecchi errori e il riformarli u-
gualmente nocivo: edifizio decrepito che si regge a stento, 
e non cade perch nissuno lo urta.
Le costituzioni fratesche sono sostanzialmente confor-
mi in quasi tutti gli Ordini, bench diverse nelle particola-
rit relative all'istituto di ciascuno. A me giovi soltanto di-
re de' Serviti quali erano ai tempi di Fr Paolo, quando e-
gli stesso ebbe mano nella compilazione delle leggi loro. 
Alcune modificazioni subte da poi non variano il mio di-
scorso.
L'Ordine de' Servi era allora diviso in 13 provincie, di 
cui 8 soltanto avevano ingresso nei comizi generali, ed e-
rano, seguendo l'antichit loro e i titoli di precedenza: To-
scana o Firenze, Patrimonio di san Pietro o Roma, Lom-
bardia o Milano colla vice-provincia di Reggio, Marca 
Trivigiana o Padova, Venezia, Mantova, Genova e Napoli. 
Le provincie di Barcellona, Marsiglia, Sardegna, Corsica 
e Inspruk per essere piccole o lontane non mandavano de-
putati, ovvero un solo tra due. La facolt di farsi rappre-
sentare ne' comizi non la ebbero se non che pi anni dopo.
Capo a tutto l'Ordine, il priore generale siedente in Ro-
ma; della provincia, il priore provinciale; di ogni conven-
to, il priore conventuale, detto semplicemente priore o 
guardiano. I conventi distinti in collegiati, cio che aveva-
no un dato numero di frati col diritto di suffragio e corpo 
di magistrati e scuola: i non collegiati erano frazioni degli 
antecedenti.
I Serviti, come i Domenicani ed altri, seguivano la re-
gola attribuita dopo l'XI secolo a sant'Agostino, e com-
prende sette capi: del custodire l'unione e la pace; dell'ora-
zione e del digiuno; del conservare l'onest nel vestire, 
andare, conversare, nei costumi e nel correggere altrui; 
della custodia dei vestimenti e della piet da conservarsi 
cogli infermi; dell'amore fraterno; della obbedienza e rive-
renza a' prelati, e dell'osservare i precetti della regola. E 
sono discorsetti morali sugli argomenti indicati, per norma 
di chi vuole dedicarsi a ritirata vita. Ma queste leggi, o 
piuttosto massime generiche, ottime per una societ di po-
che persone, sarebbono insufficienti ad una pi numerosa 
e sparsa in varii paesi. Convenne dunque statuirne altre 
pi precise per servire di codice comune, ed altre ancora 
pi speciali al governo di ciascuna provincia. Le prime 
sono le costituzioni, in 43 articoli, cui nessuno pu abro-
gare o mutare tranne il comizio generale; le seconde sono 
gli statuti particolari, cui il generale d'accordo col provin-
ciale pu riformare o abolire, tranne quelli di Firenze e di 
Mantova e Venezia, cui loro guarentiva la costituzione 
medesima.
I frati professano tre voti, che sono per cos dire l'essen-
za della societ fratesca: povert, castit ed obbedienza. 
Non gi che vogliano essere poveri, s solamente che nis-
sun frate possieda cosa in privato, tutto dovendo essere 
comune: uguaglianza utilissima, ma solo praticabile in 
una repubblica dove per matrimoni o parentele od altri 
vincoli e vicende non succedono le consuete transazioni 
sociali, donde proviene l'inegualit. A mantenere questa 
massima fu necessaria l'altra che i frati non avessero mo-
glie e figliuoli, almeno in convento. L'opinione che lo sta-
to celibe sia pi perfetto di quello a cui Dio e la natura 
hanno destinato gli uomini, nata dai Gnostici ed altri vi-
sionari antichi, fu poi sempre sostenuta dalla Corte roma-
na, non perch vera, ma perch utile, considerandola come 
la pi salda base di sua potenza. N senza ragione; perch 
ove il clero fosse legato dagli affetti di marito e di padre, 
questi, inferendo altra serie di vincoli e di amori e mede-
simit cogli interessi del corpo civile, non sarebbe pi cos 
estranio allo Stato e cos fedele al capo ecclesiastico. Ma 
questo vantaggio hanno i frati sopra i preti, che vivono in 
comune con discipline pi strette, pi subordinate. L'ob-
bedienza ne' soldati costituisce la forza morale degli eser-
citi, ma in nissuna milizia fu portata a un cos alto grado 
come nelle legioni fratesche; e le moderne societ secrete, 
deboli, discordi, ciarliere, senza leggi, dovrebbono in loro 
specchiarsi e prenderle a norma. I frati sono altrettante so-
ciet secrete, ma infralite dal tempo e dalle mutate opinio-
ni: ed io ho sentito un gesuita dire, la religione essere vec-
chia; ma chi sapr ritrarla a un principio nuovo, e confor-
marla ai pensieri del secolo, e adattarvi una setta, qualun-
que sia il suo scopo, avr in pochi anni centomila fanatici 
capaci a rovesciare tutti i regni del mondo. Il pensiero di 
quel gesuita non  una chimera, e gli eventi del passato 
sono garanti per le probabilit dell'avvenire. Sta a vedersi 
chi scoprir un cos prezioso o pericoloso secreto.
Essendo l'obbedienza tra i frati cieca, passiva, il co-
mandare sarebbe dispotico, l'obbedire da schiavo, se non 
fosse temperato dallo spirito democratico e dalla massima, 
diventata religione, di subordinare gli orgogli personali 
alla disciplina e agli interessi della setta. Nella quale il su-
periore comanda all'individuo di mettersi in ginocchio, di 
baciare o scrivere colla lingua lunghe croci sulla terra, di 
chieder venia de' suoi falli, ed egli, senza premetter scusa 
o discolpe, obbedisce di certo: gli comanda di uscire in 
viaggio senza dargli tempo di salutare l'amico, ed egli 
senza obbiettar risposta, senza danari, a piedi, sotto sta-
gione inclemente, obbedisce e parte. Allo stesso rigore di 
disciplina sono subordinati i gradi minori verso il maggio-
re; e il generale de' frati, nelle cui mani vanno ad unirsi 
tutte le fila del comando, comech riconosca il suo grado 
dalla fratria,  dal solo pontefice che riceve la facolt di 
esercitarlo, ed  a lui che presta il giuramento di fedelt.
E qui ricordo di nuovo la differenza tra i frati e i mona-
ci. I quali ultimi rappresentando il governo feudale, un 
monastero indipendente dall'altro, ciascuno il suo abate, 
dispotico, a vita, nissun capo in comune che risiedesse a 
Roma, ricchi per lo pi e col solo pensiero d'amministrare 
e di godere le loro ricchezze, apparivano tante picciole 
monarchie soggette solamente a' papi per rapporti di reli-
gione, per affinit d'interessi e pei loro privilegi. Del resto 
poco avendo bisogno di loro, li servivano anco fredda-
mente: oltre di che dopo le riformazioni degli Ordini loro, 
doviziosi, pi moderati, chiusi nei cenobii, attenti agli stu-
dii, n si curando pi tanto di frammettersi nelle cose del 
mondo, diventarono meno intrigatori e direi quasi un po' 
pi utili.
Invece i frati, in qualunque parte del mondo dispersi 
fossero, ubbidivano a un reggimento uniforme che riceve-
va le prime mosse da Roma. Poveri, avevano bisogno dei 
papi per privilegi, indulgenze, reliquie, miracoli ed altre 
pie merci, per le quali attiravano avventori e beatamente 
campavano; e poich parte delle limosine versavano a 
Roma, tornava ivi utile una societ che sapeva coll'arte 
tenere in credito la mercanzia e colla industria moltiplicar-
la in pari tempo che ne faceva un cos lucroso spaccio. In-
dipendenti dai vescovi, si buttavano in tutte le chiese, pre-
dicavano, confessavano, tenevano scuola dove inculcava-
no ai ragazzi i loro principii, insegnavano nelle Universi-
t, s'inframmettevano in tutti gli affari, spiavano tutti i se-
creti, dirigevano tutte le coscienze, andavano a lontane 
missioni conquistatori operosi di nuove provincie cui sot-
tomettevano al papa, inventavano divozioni nuove, in-
grandivano le vecchie, subodoravano e perseguitavano e-
retici, erano inquisitori, teologi, politici, faccendieri, ac-
cattoni, freno ai prelati, spavento a' governi, mignatte de' 
popoli; e ci che torna pi degno di lode  che una solda-
tesca cos numerosa e terribile, anzich costasse alla corte 
di Roma, pagava ella alla Camera apostolica censi e de-
cime.
Un'altra non lieve influenza esercitavano i frati con 
quelli ch'ei chiamavano Terziari; ed erano laici d'ambi i 
sessi, che, senza lasciare il secolo o i loro affari o i legami 
di matrimonio, si obbligavano a vivere secondo le regole 
di un tal Ordine, quanto la condizione loro poteva com-
portarlo, e a seconda dei consigli che ricevevano dal frate 
direttore di coscienza; il quale non ometteva mai di smun-
gerne piamente roba e danari ed anco legati e donazioni 
per testamento. A tal che oltre al lucro, questi Terziari era-
no altrettanti partigiani su cui i frati esercitavano un potere 
occulto, e per la monarchia papale della massima impor-
tanza. Stromento ne era il confessionario.
Quanto la instituzione de' Mendicanti fu utile ai papi, 
altrettanto fu fatale ai veri interessi della Chiesa. Imperoc-
ch i frati usando dei loro privilegi s'intromettevano in tut-
te le diocesi e in tutte le parrocchie, usurpando ai diritti 
dei vescovi e dei curati, donde nacquero contese lunghis-
sime tra il clero regolare e secolare, massime in Francia. 
Altre contese furono suscitate dalle rivalit reciproche fra 
Ordine ed Ordine, e dalle discordie fra quelli del medesi-
mo Ordine, quando sulla foggia dell'abito o del cappuccio, 
quando sull'arguzia se ci che un frate mangiava poteva 
dirlo suo, e quando sulla osservanza delle regole: quindi 
scismi e riforme continue. I frati, per lo pi gente plebea, 
trascurarono gli studii, divennero arroganti, oziosi, turbo-
lenti, superbi, fanatici, persecutori: le scienze teologiche 
abbandonate al loro idiotismo furono tramutate in puerilit 
e logomachie, o in quella minuziosa casuistica tanto fune-
sta alla morale; peggior la scolastica, gi guasta dalle 
suttilit degli aristotelici; la dialettica fu ridotta ad un ger-
go barbaro, e l'eloquenza sacra a gonfie declamazioni; fu-
rono intenebrate la filosofia e la storia; alle Sacre Scritture 
e ai Padri della Chiesa furono sostituite le decisioni dei 
moderni capi-scuola, e Scoto fu l'oracolo dei Francescani 
come Tommaso di Aquino lo fu dei Domenicani.
A vece moltiplicarono in infinito le superstizioni, le 
pratiche esterne, le feste, i santi, i miracoli, e quindi l'ozio 
e la ignoranza nel popolo allettato alle chiese fratesche e 
divertito con pompe e solennit, in solo profitto dei con-
venti. Pei frati ebbero voga la devozione agli scapolari, 
alle reliquie di cera o di carta, agli agnusdei; per loro si 
accreditarono fuor misura le indulgenze e le finzioni in-
torno al purgatorio; e il diavolo divent, per cos dire, la 
macchina loco-motiva di tutte le loro furberie: fomentaro-
no essi i pregiudizi intorno alle stregonerie, inventarono 
scongiuri contro la gragnuola cui attribuivano a malignit 
d'incantatori; inventarono l'usanza di benedire in certi 
tempi dell'anno, e sotto gli auspicii di un tal santo, le case, 
le stalle, i bestiami, o i campi, onde preservarli dal fuoco, 
dalle epidemie, o dalla grandine o da altro diabolico insul-
to; e ridussero a sistema l'arte degli esorcismi, arte sacri-
lega, ingiuriosa alla Divinit, avviluppata di fraudi, ma 
cos potente sul volgo, che ancora vi crede. Per essa i frati 
cagionando a malia le infermit subitanee o singolari, la 
fatuit, i delirii mentali, la impotenza virile, od anco im-
posturando ossessioni, s'infingevano di saper cacciare i 
demoni ricorrendo ad arcane formole, a suffumigi, ad ac-
que lustrali, o invocando Dio e la Madonna con nomi bar-
bari ed epiteti ridicoli e talvolta osceni. Inoltre manipola-
vano con riti e benedizioni polveri ed unguenti o scritture 
misteriose e di magico effetto cui distribuivano alla plebe 
quai preservativi contro l'inferno.
Ma il peggior danno fu l'uffizio della Santa Inquisizione 
che i frati portarono in quasi tutti i regni cristiani. Per lui 
la religione del Vangelo divent un sistema di violenza, 
per lui alla persuasiva fu sostituita la forza, e alla carit il 
fanatismo. Ed ovunque tale flagello ebbe norma, sparirono 
le lettere, ogni industria fu spenta, caddero i costumi, le 
convinzioni della coscienza diventarono ipocrisia, la liber-
t del conversare fu atterrita dallo spionaggio, alle usanze 
civili successero gli spettacoli atroci, la moralit delle leg-
gi fu distrutta dalla ferocia dei supplizi; crudele il culto, 
incrudel( ) colla sua influenza i popoli, e il cristianesimo 
pat la vergogna di avere per pi secoli sacrificato vittime 
umane.
Setta fomentatrice di monarchia papale, i frati avevano 
statuti da repubblica; e come in queste si distinguono i cit-
tadini col diritto di suffragio dai forestieri o di origine a-
liena, cos ancora tra i frati vi erano i professi o sacerdoti, 
e conversi o laici: a' soli primi era riservata voce in Capi-
tolo. E come nelle repubbliche i cittadini sono ascritti a 
trib o comuni, dove solo possono dare il voto, n posso-
no trasportare il domicilio attivo se non a certe condizioni 
stabilite dalle leggi; cos del paro ogni Servita era conside-
rato figlio del convento che lo prese a novizio e lo educ, 
n poteva rinunciarvi per affigliarsi ad un altro senza il 
consentimento scritto de' suoi confratelli, e senza i pi vo-
ti di un Capitolo conventuale; e se il convento a cui voleva 
affigliarsi era fuori della provincia, erano necessari anco i 
pi voti di un Capitolo provinciale, le stesse formalit nel 
convento che lo accettava. Quanto ai novizi, nissuno era 
ricevuto se non nativo del luogo, o almeno col consenti-
mento del monastero (se v'era) posto nel luogo di sua na-
scita. Sa ognuno che subivano poi un anno di prova prima 
di essere ammessi alla professione.
Il governo de' Serviti era democratico, ma ristretto in 
forma che diventava aristocrazia.
Il priore del convento durava in carica due anni, n po-
teva essere rieletto se non dopo due anni di vacanze. Era il 
capo della sua comunit s nel temporale e s nello spiritu-
ale: aveva facolt di adunarla a Capitolo, ed ove non vi 
fosse uno superiore di grado a lui di presiederla; correg-
geva o puniva le picciole colpe, informava per le pi gravi 
trasmettendo i processi al provinciale o al generale; pote-
va spendere o in riparazioni o a lustro o a comodo del 
convento sino a una data somma: assistito e consigliato in 
ogni cosa da un consesso di cinque frati almeno, chiamati 
Padri Discreti, ed erano i maestri di teologia, detti nel lin-
guaggio fratesco Padri Maestri, il procuratore del conven-
to e i maggiori di 40 anni.
Amministravano il temporale il procuratore del conven-
to e il sindaco, i quali ogni mese rendevano i conti al Ca-
pitolo. Il sacrista aveva cura delle cose sacre o attinenti al 
culto; il depositario delle masserizie e suppellettili: e vi 
era il custode del pane e del vino, il dispensatore della 
companatica, l'ospitaliere che aveva cura degli ospiti, l'in-
fermiere e il portinaio, i quali ultimi servili offizi erano 
dei laici. E si aggiungano i maestri dei novizi, de' giovani 
professi, e di teologia, e il reggente degli studi che presie-
deva al corpo accademico della provincia e alla istruzione 
dei frati.
Amministrava la provincia il provinciale che durava in 
carica un triennio, n poteva essere rieletto nella medesi-
ma provincia se non dopo sei anni di contumacia, e in 
un'altra, se non dopo tre anni di non interrotto soggiorno 
in quella. Aveva per consiglieri alcuni chiamati i Padri So-
ci, cui doveva consultare nelle cose di momento, ed uno di 
loro lo accompagnava nelle visite che doveva fare ogni 
anno nei conventi subalterni. Aveva voce nei Capitoli di 
tutta la provincia, con facolt di eleggere ad interim gli 
ufficiali dei conventi, e decidere, nei casi che il Capitolo 
proponendo partiti diversi non lasciasse via d'accordi; di 
trasferire i frati di uno in altro convento, di riprenderli, 
correggerli, castigarli anco col carcere, ma determinata la 
natura delle colpe spettanti al suo giudizio; per le altre 
formava i processi e la sentenza, e li mandava al generale 
per essere approvati. Se un frate appellava da lui al gene-
rale, ei poteva sostenere la sua sentenza rimettendola al 
giudizio di un altro provinciale, ed era valida se questi 
giudicava conforme a lui. Abitava quel convento della 
provincia che pi gli piacesse; ne' viaggi, spesato dal co-
mune; da alcune tasse percepiva anco una specie di emo-
lumento. Uscito di carica godeva di varii privilegi, come 
di essere definitore per diritto; di non essere corretto, 
tranne il caso d'insulti o provocazioni personali, dal prio-
re; di precedere tutti gli altri magistrati inferiori al grado 
di provinciale; e di essere servito da un converso a sua 
scelta, non per al tutto esente dal ministerio pubblico.
Anco il generale durava in carica tre anni, con una con-
tumacia di sei anni prima di essere rieletto. Per altro que-
ste contumacie fratesche, introdotte la maggior parte da 
Fr Paolo ad esempio degli altri Mendicanti, non si osser-
vavano mai. V'erano mille intrighi per deluderle, e sempre 
pronta una dispensa di papa per violarle. A rigor di legge 
il generale doveva essere eletto dal gran Capitolo, o dieta 
o comizi, come lo chiamavano, e ogni provincia propone-
va i suoi candidati. Ma tra i Serviti troppo frequenti erano 
le elezioni forzate, perocch i gran duchi di Toscana, il 
papa o il cardinal protettore, quelli per favore, questi per 
danari intrudevano chi a loro piaceva, e obbligavano il 
Capitolo a riconoscerlo. La sua autorit, comech ampia, 
era tutta costituzionale; presiedeva o per s o pe' suoi vi-
cari a tutti i Capitoli provinciali, a lui si aspettava il pro-
nunciar sentenza su tutti i casi gravi o cause in appello, 
rimuovere, deporre, scomunicare non solo i frati, ma i 
priori di convento ed altri ufficiali subalterni; giudicare in 
un Capitolo, coll'assi-stenza de' definitori, i provinciali; 
vedere i conti di ogni comunit, approvare gli atti de' Ca-
pitoli di provincia, o generali; insomma fare tutto quello 
che riguarda l'esecuzione delle leggi, l'amministrazione 
economica e la disciplina. Visitava, per obbligo, una volta 
almeno i conventi dell'Ordine, spesato ne' viaggi; oltre a-
gli emolumenti che traeva da tasse in suo favore.
Il generalato era scala a pi alte dignit della Chiesa e 
perci ricerco dagli ambiziosi; godeva di molti privilegi in 
Roma, e tra gli altri di sedere nella cappella del papa. L'u-
scito di carica poteva abitare un convento a scelta, non di-
pendeva che dal generale, aveva la precedenza sulle altre 
magistrature, e la prima voce in Capitolo.
Ogni Ordine ha il suo protettore, che  sempre un car-
dinale, che lo tiene raccomandato al papa, ne conserva i 
privilegi, procura promozioni a' suoi individui, approva e 
tutela le costituzioni, giudica in appello contro il generale, 
ed esercita sulla frateria una ingerenza che si confonde 
con l'imperio.
Una carica importantissima dopo il generale, e per certi 
lati forse anco pi influente e lucrosa, era quella di procu-
ratore dell'Ordine. Eletto dalla Dieta durava tre anni in ca-
rica, n poteva esser rieletto se non dopo 12 anni di va-
canza, e sei per essere generale. Era l'avvocato fiscale per 
tutte le cause dell'Ordine, private o pubbliche, che si trat-
tavano in corte di Roma; e conservatore degli archivi: al 
solo generale soggetto, da cui riceveva 60 scudi annui ol-
tre alle spese di lettere od altro, cui rimborsavano i litigan-
ti. Abitava il convento di San Marcello a Roma, dal quale 
riceveva vitto, medico, medicinali ed ogni altro bisogne-
vole: libero non pertanto dagli obblighi monastici. A 
quest'ufficio volevansi uomini provetti, maestri in teologi-
a, versati nella giurisprudenza, di buona fama e atti alla 
predicazione, avendo per privilegio di predicare due volte 
all'anno, l'Epifania e la domenica di Passione, nella cap-
pella del papa. In carica, aveva voto in tutti i Capitoli co-
me il generale. Uscito di carica, godeva le istesse preroga-
tive del provinciale, ma pi ampie: il primo vocale nel 
convento, indipendente dal priore, precedeva ogni altro, 
financo i provinciali se fuori della loro provincia, ed ave-
va diritto di assegnarsi per esclusivo suo servigio, anco 
contro voglia del provinciale, un frate converso.
I definitori erano come i giuristi e giudici relatori nelle 
materie che si trattavano nei Capitoli: ogni provincia ave-
va i suoi. I procuratori dell'Ordine e i provinciali usciti di 
carica erano per diritto definitori perpetui; ma nelle as-
semblee dovevano intervenire a proprie spese: gli altri du-
ravano in carica da un Capitolo all'altro.
Tra i monaci antichi il Capitolo era una camera apposi-
ta, cos chiamata perch vi si adunavano ogni giorno a 
leggere e a spiegare un capitolo della regola; e come ivi 
pure si trattavano gli affari domestici e si eleggevano gli 
ufficiali e gli abati, i frati diedero egual nome alle loro as-
semblee.
Le quali erano o conventuali, o provinciali o generali. 
Convocava le prime il priore ad ogni bisogno, o nelle visi-
te il provinciale o il generale. Vi avevano voce attiva i soli 
professi, purch sottodiaconi, figli o dimoranti nel con-
vento; e voce passiva, cio di proporre per ci che toccava 
a loro particolarmente, ma non di deliberare, i conversi e i 
novizi. L'iniziativa, cio il diritto di far proposte era in tut-
ti; ma per scala di gradi dal supremo all'infimo, di forma 
che quantunque gli squittini fossero secreti, le delibera-
zioni erano sempre ad arbitrio dei preminenti.
Il Capitolo provinciale si adunava ogni anno nel luogo 
scelto dal provinciale e nel tempo prescritto dal generale, 
il quale non potendo presiederlo in persona, nominava un 
suo vicario: in forma per che tutti i Capitoli dovevano 
essere celebrati entro lo spazio di due mesi dopo la Pa-
squa, e i vocali avvisati tre mesi prima. Ogni convento 
mandava suoi deputati quattro Padri Discreti, o pi o me-
no, onde queste assemblee avevano apparenza pi aristo-
cratica delle antecedenti; imperocch i suffragi erano ri-
stretti al generale o suo vicario, provinciali, soci, padri di-
screti, definitori, priori, maestri, baccellieri, 50 o 60 indi-
vidui su quattro o cinque volte tanto che poteva contarne 
la provincia. Si eleggevano i definitori del Capitolo, i qua-
li definivano le cose poste in trattazione, ne davano un 
preavviso; ed anco, col consenso del generale, le decide-
vano. I definitori nominavano i sindaci, i depositari e i 
procuratori del convento. Nel capitolo poi si giudicavano 
sommariamente le cause pendenti; si faceva il sindacato 
del provinciale; si eleggeva il nuovo se quello scadeva, o 
se, per mal governo, deposto; si verificavano i conti della 
provincia e della comunit; si esaminavano quelli da pro-
moversi al baccellierato, si eleggevano i priori, i lettori di 
casi di coscienza, i maestri de' novizi; e se era inditto un 
comizio generale, eleggevano il definitore deputato e i 
candidati da proporre a generale e a procuratore dell'Ordi-
ne: infine, ogni provvisione bisognevole alla provincia.
I grandi Capitoli o diete o comizi a' tempi del Sarpi do-
vevano essere convocati ogni tre anni; ma in sguito, a ri-
sparmio di spese e di brighe furono dai pontefici statuiti a 
sei anni. Il generale dieci mesi innanzi avvisava del luogo 
le provincie acci deputassero ciascuna il suo definitore 
generale. Ivi la rappresentanza era ancora pi ristretta, 
perch votavano solamente il generale, gli ex-generali, il 
procuratore dell'Ordine, i definitori deputati, i provinciali 
coi loro soci, 30 o 35 al pi. Durava per solito quattro 
giorni. Nel primo il generale e il procuratore scadenti ras-
segnavano l'ufficio, si scrutiniavano le qualit dei candida-
ti proposti per essere surrogati a loro, e si eleggeva il nuo-
vo generale. Nel secondo e terzo era il sindacato del gene-
rale scaduto, e si terminavano le cause ivi prodotte da giu-
dicarsi. Nell'ultimo si rivedevano le costituzioni, se ave-
vano bisogno di chiarimenti o riforma, e si eleggeva il 
procuratore generale. I definitori avevano anco qui la stes-
sa ingerenza, per non dire la principale.
In tutti i Capitoli, secreti sempre gli squittini; i pi voti 
sopra la met decidevano: come in tutte le repubbliche, 
proibito il broglio e praticato.
I Serviti vestono di lana nera: una tonaca con maniche 
strette, chiusa sino al petto e serrata alle reni con una co-
reggia a fibbia; una pazienza, drappo quadrangolare nel 
cui mezzo  un'apertura per passarvi la testa, e che scende 
egualmente davanti e di dietro a foggia di una pianeta; 
uno scapolare o cappuccio ed una cappa. Il cappello a tre 
angoli come quello dei preti.
Partendo dal principio che i monaci sono una milizia 
spirituale, la divisione delle ore monastiche e del canto 
corale fu stabilita dai primi istitutori sul piede delle fazio-
ni di sentinella dei romani; i quali dividevano il giorno in 
dodici ore, e la notte in quattro parti che chiamavano vigi-
lie. I monaci cantavano sei volte nel giorno, e quattro alla 
notte, onde restano ancora nei breviari i nomi del salmeg-
gio di prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta, e di 
primo notturno, secondo notturno e simili. I monaci di-
ventati un po' grassi, cominciarono ad avvedersi che stur-
bare il sonno, massime d'inverno, per levarsi a cantare, era 
incomodo, e diminuirono le vigilie; e i frati instituiti per 
brigarsi negli affari del mondo, fecero del canto corale una 
specie di esercizio diurno e direi quasi di passatempo, 
quando non hanno di meglio.
CAPO TERZO
(1579). Fr Paolo godeva di una estimazione cos sce-
vra d'invidia che nel Capitolo convocato in Venezia nell'a-
prile del 1579 fu a pieni voti eletto provinciale, minore 
ancora di 27 anni, primo esempio in 350 anni da che du-
rava l'Ordine de' Servi che uomo cos giovane fosse a 
quella dignit innalzato. Nella quale si fece distinguere 
per imparzialit e disinteresse e per assiduit, s che, mal-
grado le nuove incumbenze, gli fu affidato eziandio l'inca-
rico di reggente degli studi, e continu a dettare le teolo-
giche sue lezioni.
Ma se v' una milizia difficile da governare, sono cer-
tamente i frati; e aveva ragione il cardinale Pallavicino 
scrivendo che se il papa li volesse ridurre al dovere, e' si 
ribellerebbono tutti quanti. Una vita monotona, costretta, 
disoccupata, fra l'ozio senza variet di distrazioni, lascia 
un vacuo nell'attivit umana sempre bisognosa di eserci-
zio; e per non avendo essi a far altro, vuoto il pensiero di 
cure, l'animo di affetti, se non possono tribolare il mondo 
e brigarsi con lui, passano il tempo in discordia fra di loro.
Dopo la riunione de' Serviti esistevano assai mali umori 
fra le provincie che formavano l'abolita congregazione e 
la provincia di Firenze. Questa si governava a modo suo 
per privilegi speciali acconsentitile da' pontefici; e quelle 
vantavano altri privilegi fattisi confermare dal concordato 
di unione, a cui per patto niuno rinunciare volevano. Da 
tale deformit di governo nasceva che le costituzioni 
dell'Ordine fossero spregiate, indi abusi e querele senza 
numero. La famiglia era divisa: con Firenze aderivano 
Roma, Bologna e Napoli; e con Venezia e Mantova con-
sentiva Milano. I generali, scelti per lo pi dalla fazione 
fiorentina, trovavano modo di farsi ripetutamente confer-
mare nella loro carica, o passavano da una ad altra carica 
senza interpolazione di tempi, con danno di altri ambiziosi 
che vi aspiravano. La stessa mala pratica prevaleva nelle 
provincie riguardo ai provinciali, per cui la repubblica fra-
tesca era in mano di pochi oligarchi, donde provenivano 
emulazione fra' due partiti e discordia in ciascuna fami-
glia. Era dunque necessario di riformare le costituzioni in 
modo che, salvando le prerogative di ciascuno, potessero 
le cariche essere distribuite con tale ordine e misura, che 
determinandole ad un tempo prescritto, e frapposto al loro 
esercizio una ragionevole vacanza, fossero tolte le parzia-
lit, e a maggior numero d'individui fosse aperta la spe-
ranza di poterle conseguire. Era anco necessario di tutela-
re i subalterni dall'arbitrio dei giudizi, e stabilire su giuste 
basi le norme de' processi, e le attribuzioni rispettive di 
ciascun magistrato. Anco il governo economico aveva bi-
sogno di particolari provvedimenti, stante l'incuria o l'abu-
so degli amministratori. E infine conveniva confermare gli 
statuti dell'Ordine ai decreti del concilio tridentino riguar-
danti il reggimento fratesco. Gi da dieci anni si erano 
travagliati inutilmente e papa e cardinal protettore e prior 
generale, e mai non si venne ad alcuna conclusione. Infine 
dal generale Jacopo Tavanti, fiorentino, fu convocato, ai 
26 di maggio 1579, un gran Capitolo a Parma, che fu ce-
lebratissimo negli annali de' Serviti pel concorso fra i dotti 
dei loro membri, molti de' quali si fecero distinguere per 
eloquenza, predicando alternamente dai pergami; altri dal-
le cattedre disputando di filosofia e di teologia: e fra que-
sti fu udito, presente il duca Ottavio Farnese, con sommo 
applauso, Fr Paolo. Compiuta questa nobile gara d'inge-
gno, che dur tutta la quaresima, congregati i comizi, fu 
deliberato che a riformare le costituzioni si eleggessero tre 
fra i pi distinti per sapere, dottrina e pratica delle cose. Il 
merito di Fr Paolo era gi tanto cospicuo che innanzi a 
lui cedettero altri molti pi anziani e che avevano coperte 
le pi insigni cariche dell'Ordine. Al dotto giovine provin-
ciale andarono compagni nell'opera altri rispettabili per 
veneranda canizie e per fama egregia, Alessandro di 
Scandiano provinciale della Lombardia e Cirillo di Bolo-
gna socio della provincia di Romagna; a cui furono ag-
giunti per la qualit dell'offizio Fr Jacopo, in quel Capito-
lo confermato nuovamente nel generalato, ed Antonio di 
Borgo San Sepolcro procuratore dell'Ordine: ed ebbero 
comandamento di portarsi a Roma a intendersela, per 
quello che dovevano fare, col cardinal protettore e col 
pontefice.
Part Fr Paolo coi compagni verso la fine di giugno e 
rest a Roma quasi tutto il resto dell'anno. Oltre ai lavori 
in comune, a lui, intendentissimo della giurisprudenza ci-
vile e canonica, tocc in particolare di stendere tutto il ca-
po che tratta de' giudizi, ed  il XXVII delle costituzioni, 
che fece le meraviglie de' giureconsulti pi consumati, e, 
dice il Lomonaco, avrebbe fatto lo stupore della posterit, 
se egli anzich essere il legislatore di un monastero lo fos-
se stato di un popolo. Quanti uomini (continua) nelle 
picciole imprese mostrarono eminenza di sapere, eppure 
per la infelicit delle circostanze i nomi loro non perven-
nero a' tardi nepoti! Al contrario, se i Licurghi, i Soloni, i 
Numa, anzich essere ordinatori di repubbliche e duci di 
nazioni, fossero stati guardiani di convento, qual mostra 
avrebbero fatta negli annali della gloria? Quando l'uomo 
 genio, lascia in ogni sua opera luminose scintille del suo 
fuoco, e fra quelle da me scorte nell'accennato lavoro di 
Fr Paolo, tralasciando la precisione, rara a que' tempi, nel 
definire le colpe o i delitti e il sensato metodo di procedu-
ra per conoscerli e vendicarli, mi piace di ricordare una 
sua massima riprodotta con pi ampia luce filosofica da 
due illustri italiani, Beccaria e Filangieri, ed  che: Il 
carcere debbe essere ad emendazione del reo, non a sua 
distruzione; ed il magistrato che contro di lui incrudelisce, 
debbe essere scacciato siccome indegno di esercitare pub-
blico ufficio. Ma fa dispiacere che a canto a cos aurea 
massima si vegga l'altra ferrea di usare la tortura per co-
noscere la verit. Quantunque l'autore raccomandi la pru-
denza e insinui il pericolo che la ferit de' tormenti non 
faccia dire all'incolpato quello che non  vero,  pur sem-
pre un tributo che il mite animo di Fr Paolo pagava ai 
pregiudizi barbari del suo secolo, canonizzati primamente 
da un papa, Alessandro III, e distrutti dai due filosofi che 
ho sopra nominati.
Compiuta l'opera delle costituzioni, fu approvata da pa-
pa Gregorio XIII a' 21 settembre e dal cardinale Farnese 
protettore, il quale risedeva nella sua legazione di Viterbo, 
al primo di ottobre: dopo di che pot il Sarpi restituirsi in 
patria. E intanto bench questa sua prima andata a Roma 
non gli fruttasse che disturbi, dovendo contentare tante te-
ste e fare e rifare e quasi interrompere ogni lavoro, gli val-
se almeno la stima del generale Tavanti, del cardinal pro-
tettore, dello stesso pontefice, col quale tratt in persona 
pi volte; ma pi particolarmente del cardinale Giulio An-
tonio Santorio, detto di Santa Severina, vice protettore, e 
diventato protettore l'anno dopo (1580) per la rinuncia del 
cardinale Farnese; e di pi altri personaggi di quella corte, 
s che dall'arduo impegno usc con lode e accresciuta ripu-
tazione.
(l580-82). Tornato a Venezia, compi il triennale suo 
ufficio con severit e giustizia non disgiunta da piacevo-
lezza. Fece buone leggi per l'amministrazione interiore, 
lev le discordie, fece regnare la eguaglianza monastica e 
il buon ordine, fu mite cogli erranti per fragilit, rigido coi 
perversi, sprezzatore dei regali, sordo alle raccomandazio-
ni, e talmente incorrotto e di buona fama che i suoi pro-
cessi o sentenze non furono mai riformate a Roma: e 
quando alcuno ricorreva al protettore Santa Severina, esso 
era solito rispondere: Far quanto potr per grazia, nien-
te per giustizia, perch i giudizi del vostro provinciale non 
ammettono replica. E alcuna volta domandatolo che u-
sasse indulgenza verso alcuni suoi protetti, il Sarpi schiet-
tamente rispose, non poterlo fare, perch la giustizia non 
ammette accettazion di persone.
(1582-83). Uscito di carica nell'aprile del 1582, nel me-
se di maggio del seguente anno fu di nuovo mandato a 
Roma in qualit di definitore a rappresentare la sua pro-
vincia nella elezione del nuovo generale.
Nel 1585 fu dal Capitolo generale, convocato in Bolo-
gna alli 8 giugno, eletto, senza ch'egli n lo chiedesse, n 
lo desiderasse, procuratore nell'Ordine; e qui ancora fu 
fatta giustizia al suo merito essendo stato preferito a pi 
altri che brigavano quella carica illustre. Andato adunque 
a Roma ad assumere il nuovo suo impiego, convien crede-
re che vi soggiornasse sino a tutto il 1588; imperocch di-
ce egli stesso di esservi dimorato quattro anni di sguito, 
quantunque uscisse di carica ai 7 giugno di quell'anno, 
quando nei comizi di Cesena gli fu sostituito Lelio Ba-
glioni. In quella capitale si cattiv l'affetto di Sisto V suc-
ceduto a Gregorio XIII nell'aprile del 1585, che fiero prin-
cipe, ma conoscitore degli uomini, lo impieg in varie 
congregazioni e trattava con lui con tanta famigliarit che 
eccit la gelosa attenzione de' cortigiani. Fra le altre, un 
giorno uscito il papa di palazzo e scontratosi col Sarpi, fe-
ce fermare la lettiga, lo chiam a s e lo trattenne a lungo 
ragionamento; il qual tratto fu avuto per indizio di prossi-
mo cardinalato. E veramente, ove fosso state ambizioso, a 
niun altro era cos bene spianata la via alle prime dignit 
come a Fr Paolo; che oltre al sapere in lui non comune, 
godeva la stima e l'amore di principi e prelati insigni; e 
Sisto, pontefice scaltro, senza pregiudizi, versato negli af-
fari, pratico delle cose e degli uomini, non era tale da farsi 
pregare a conferire la porpora ad un frate che in perspica-
cia d'ingegno e in fermezza di carattere tanto lo somiglia-
va. Il Sarpi si era eziandio confermato nella benevolenza 
del cardinale Santa Severina, uomo difficile, assoluto, 
ambizioso della tiara che contese cinque anni dopo a Cle-
mente VIII, e che pure con lui si mostr sempre piacevole, 
cortese ed affabile; il che dimostra in Fr Paolo un'arte 
squisitissima di sapersi insinuare, e assai belle doti per 
cattivarsi il cuore altrui.
Strinse anco amicizia, dettata dalla conformit d'indole 
e di costumi, col cardinale Castagna genovese che fu poi 
papa Urbano VII: prelato mansuetissimo e di cuore inte-
gerrimo, ed uno di quelli che intervennero al concilio tri-
dentino; col quale conversando Fr Paolo tesoreggi assai 
notizie importanti, ed  del Castagna che parla in una sua 
lettera a Jacopo Leschassier (29 settembre 1609) dove di-
ce: Essendo io giovane interrogai l'arcivescovo di Rossa-
no, che fu poi papa Urbano VII, e che essendo al concilio 
ebbe l'incarico di comporre i decreti, perch, contro l'usa-
to, al prefazio dei decreti del concilio le narrazioni e con-
clusioni o fossero contrarie, o per lo meno non concordas-
sero: rispose, che veramente tutto si faceva conforme, ma 
che portato nelle congregazioni di Trento o a Roma, il pre-
fazio come quello che a niuno fastidiva, lo lasciavano pas-
sare; ma dei decreti toglievano o aggiungevano assai cose, 
finch ciascuno se ne chiamasse soddisfatto.
Fu pure a Roma che conobbe il gesuita Bellarmino, poi 
cardinale, e il celebre dottore Navarro, spagnuolo, dal 
quale seppe assai cose intorno alla origine dei gesuiti di 
cui conobbe i fondatori, contando egli allora circa 95 anni; 
e dicevagli che ove sant'Ignazio fosse venuto al mondo 
non avrebbe pi riconosciuta la sua compagnia, tanto era 
fatta diversa da quella di prima.
Pass anco a Napoli in qualit di vicegerente o vicario 
generale per assistere ai Capitoli di quella provincia. Ed 
ivi rinnov gli amichevoli vincoli con Giovan Battista del-
la Porta, naturalista egregio, e primo tra i restauratori della 
filosofia sperimentale, da lui gi conosciuto a Venezia; il 
quale confessa nel suo trattato della Magia Naturale di 
avere dal Sarpi appreso assai cose recondite, massime sui 
fenomeni magnetici, e lo chiama il maggiore enciclopedi-
co da lui conosciuto.
In questo triennio Fr Paolo, maneggiando con destrez-
za, integrit e lode gli affari del suo Ordine, non pretermi-
se di erudirsi vieppi in tutte le facolt che l'occasione 
propizia gli presentava. Studi le antichit ecclesiastiche, 
la pratica della giurisprudenza romana, visit biblioteche 
ed archivi quant'egli pot, conversando coi dotti raccolse 
documenti di storia, di critica e di erudizione in ogni gene-
re. Poi, nelle ore libere si applicava alle favorite scienze 
fisiche, nelle quali vieppi s'immerse dopo che, finito il 
suo ufficio, torn a Venezia. Onde egli  tempo di dire ci 
che fece e scrisse, e che ho voluto comprendere tutto in un 
capo onde non interrompere il filo de' racconti.
CAPO QUARTO
(1575-1605). Fin qui a' miei lettori non ho fatto che di-
pingere un frate: ora conviene parlare del filosofo; e pi 
sotto vedremo questo medesimo, gran teologo, gran giure-
consulto, grand'uomo di Stato, e lo scrittore il pi corag-
gioso e il pi utile del suo secolo.
Comech Fr Paolo dirigesse tutte le sue ricerche a uno 
scopo unico, non mi sar per ci possibile di ritrarre qual 
fosse il suo sistema di filosofia, prendendo questo vocabo-
lo nel pi esteso significato che raccoglie tutte le nozioni 
del mondo fisico e intellettuale; perocch essendo perduti 
i suoi scritti, null'altro pi ci rimane che quel poco conser-
vatoci da Marco Foscarini e da Francesco Grisellini. Ma 
perch anco da quel poco possa il lettore rilevare l'arditez-
za e l'acume di lui, premetter alcune parole sullo stato 
della scienza a quel tempo.
La filosofia di Aristotele, o meglio quella degli arabi 
che l'avevano stravolta con versioni infedeli e commenti 
visionari, aveva per lungo tempo dominato le scuole; e ri-
dotta quasi a sole arguzie fantastiche, fu un continuo osta-
colo ai progressi dello spirito umano. Ma risorte le lettere 
in Italia, e l'amore degli studi fomentato dai principi e par-
ticolarmente dai papi, e promosso vieppi dalle condizioni 
politiche e dallo spirito investigatore dell'et, cominci a 
nausear l'antico e nascer gusto per le cose nuove. In tempo 
adunque opportuno alcuni greci venuti in Italia fecero co-
noscere nei secoli XV e XVI le opere di Platone, di cui 
appena era noto il nome; e quella sua filosofia immagino-
sa e lusinghiera piacque, e per opera di Nicol V pontefice 
fu quasi vicina ad ottenere il predominio. Ma altri greci 
fecero pur conoscere gli originali di Aristotele, rilevarono 
gli errori delle antiche versioni, altre pi fedeli ne furono 
fatte; surse guerra tra le due stte, dove i preti prendendo, 
come  il solito, per religione i loro pregiudizi scomunica-
rono ora Platone, ora Aristotele, i quali ebbero varia fortu-
na. Intanto s'incominci a studiar meglio que' filosofi e gli 
altri dell'antichit, e sorse in alcuni il desiderio di conci-
liarli tutti insieme: opera impossibile, come  impossibile 
di conciliare i teologi. Ci nulla ostante questi tentativi 
spianarono la strada ad altri maggiori; perocch scosso il 
giogo dell'autorit in un punto,  guida ad un altro, e que-
sti a quattro, e cos via via moltiplicandosi i progressi per 
quadrati e per cubi. Alcuni, fastiditi di Aristotele e di Pla-
tone, immaginarono nuovi sistemi: per ci fare era neces-
sario lo spirito di osservazione, bisognava ricominciare da 
capo l'esame degli arcani della natura e conoscere le vie 
regolari de' suoi processi: da qui i primi passi della mo-
derna filosofia sperimentale. La medicina, scienza empiri-
ca sino allora, fu assoggettata a pi severe regole e asso-
ciata alla botanica e allo studio de' semplici dopo che Mat-
tioli fece conoscere all'Italia le opere di Dioscoride; l'ana-
tomia, depressa da' pregiudizi di religione, cominci a ri-
sorgere; l'alchimia, pazza madre, gener figlia saggia, la 
chimica; la fisica ebbe a compagni l'osservazione e l'espe-
rienza; la astrologia giudiciaria, gi screditata da Pico del-
la Mirandola, bench da altri difesa, cedeva a poco a poco 
all'astronomia; salirono in onore le matematiche, e la filo-
sofia speculativa non profess mai opinioni tanto audaci 
come nel secolo XVI. N i papi se ne adombravano: ch 
anzi intanto che il patriarca di Venezia faceva abbruciare il 
libro di Pietro Pomponaccio, Bembo lo difendeva a Roma, 
e Leone X impediva si tentasse processo contro il filosofo 
che metteva in dubbio l'immortalit dell'anima.
Bernardino Telesio calabrese, nato nel 1502 e morto a 
Roma nel 1588, fu il primo che dopo l'immature prove al-
trui desse un calcio all'aristotelismo, e innalzasse sulle sue 
rovine un nuovo sistema; ma bench non sempre coerente 
a s stesso, e pi immaginoso che osservatore, la sua filo-
sofia, avendo trovato numerosi seguaci, diede un vivo im-
pulso a nuove ricerche.
Pi ardito di lui fu Gerolamo Cardano milanese, morto 
nel 1576, medico, matematico e filosofo insigne; ma che, 
dotato di un naturale strano se altri ne fu mai al mondo, 
accoppi alle pi giuste e pi luminose idee, puerilit e 
superstizioni che sembrano incredibili.
E pi fecero Giordano Bruno e Tommaso Campanella 
altri calabresi, ambo domenicani, quello di Nola, questi di 
Stilo, contemporanei del Sarpi: il primo, accusato di eresi-
a, fu arrostito dalla Inquisizione di Roma nel 1600, e l'al-
tro dopo lunghe persecuzioni fratesche e una prigionia di 
27 anni mor quietamente a Parigi nel 1639. Tanta  la po-
tenza del genio italiano, che dove le altre nazioni imbarba-
rirono tosto che furono oppresse, ei grandeggi a dispetto 
della fortuna; e fra le stretture di timidi o incresciosi go-
verni, sotto la verga del dispotismo, fra i dolori del corpo 
e dello spirito, nello squallore dei carceri, nella miseria 
dello esilio, ardette immenso il generoso amore della sa-
pienza. Pochi dei sommi uomini d'Italia furono felici, i pi 
perseguitati e infelicissimi. Giordano Bruno, condannato 
dai falsi giudizi del mondo alla infame taccia d'ateo, ha 
bisogno ancora di una et illuminata che rivendichi il pre-
gio delle sublimi sue speculazioni. Non  colpa dell'Italia 
o degli italiani se la memoria di s grand'uomo passa ino-
norata fra loro, e se tocc ad un tedesco, il dottore Wa-
gner, il merito di tirarne gli scritti volgari dall'inglorioso 
oblio in cui giacevano sepolti, e che, studiati, mettono 
Giordano Bruno a lato de' pi profondi pensatori.
Fu il precursore di Galileo, di Cartesio, di Leibnizio e 
di Fichte; anzi i tre ultimi non fecero talvolta che copiarlo. 
Incominci molte scoperte nella astronomia e nella fisica, 
e ne indovin altre.  il primo che abbia assunto con qual-
che estensione la difesa del Copernico. Privo di sussidi 
artifiziali, colla sola potenza del suo ingegno, indovin 
essere le comete non meteore, ma veri mondi siderei sog-
getti a moti regolari; indovin pi altri pianeti oltre ai co-
nosciuti in allora; e che le stelle fisse sono sistemi solari; e 
la forma sferica a cui tendono la materia e i mondi; ed es-
sere tutti i globi popolati, come la terra, di creature; e altre 
cose confermate indi da pi esatte osservazioni. Il suo 
panteismo  il pi ragionevole, il pi semplice e il pi 
conforme alle idee della sua filosofia: somiglia a quello 
dei platonici e degli antichi Padri della Chiesa, ma pi 
chiaro e senza contraddizioni. L'oscurit del suo stile in 
latino, la trivialit troppo spesso in italiano, la smania pel 
linguaggio simbolico e cabalistico, appartengono al secolo 
e alle circostanze in cui si trov l'autore, e la grandezza de' 
suoi pensamenti al suo intelletto.
Il Campanella prest grandi servigi alle metafisiche, 
all'etica e alla politica: non quella che oggi con tal nome si 
chiama, tortuosa officina di frodi onde sono ingannati ed 
oppressi i popoli, ma altra pi sublime che addita con qua-
li leggi e religione e morale debba essere governata la so-
ciet per farla virtuosa e felice. E si pu dire che alle 
scienze sopraddette diede una nuova forma e le mise in 
correlazione tra loro assai meglio che per lo innanzi non si 
era fatto. Il misticismo e le allegorie del Campanella non 
sono pi del gusto moderno. Ma generati da ricca e vee-
mente fantasia, erano forse anco veli necessari onde sot-
trarre alla intollerante ignoranza dei frati dottrine che non 
intendevano e cui perseguitavano. I meriti di Campanella 
apparirebbero forse maggiori se la sua filosofia fosse pi 
conosciuta e meglio studiata; ma delle sue opere molte 
giacciono inedite, e delle stampate sono rarissimi gli e-
semplari. Non  molto che il professore Orelli, dotto filo-
logo di Zurigo, fece conoscere le poesie filosofiche di lui; 
le quali comech stampate fino dal 1622, rimanevano i-
gnote ai pi curiosi bibliofili: eppure meritano di essere 
lette di preferenza a tante altre insipide rimaglie cos dette 
di buoni autori, perocch racchiudono come in compendio 
il sistema del filosofo di Stilo. L'impaziente fantasia ita-
liana troppo facilmente si annoia del genere mistico ed al-
legorico; ma quando le allegorie sono giudiziose, aguzza-
no l'ingegno: e le poesie del Campanella puonno ben me-
ritarsi un po' di quella riflessione cotanto necessaria per 
intendere la Divina Commedia.
Tra i difetti di questi ed altri novatori della filosofia so-
no precipui la mancanza assoluta di metodi, nel che non 
ebbero colpa; perci che essendo senza guida dovevano 
affidarsi ai soli sforzi del proprio ingegno, che prima crea 
le scienze, poi trova il metodo d'insegnarle. A queste ne-
cessit ne susseguivano altre: troppa confidenza nella im-
maginazione, troppo scarsi gli esperimenti, favore al tra-
scendentalismo, agli allegorismi e alle astruserie cabalisti-
che, donde avviene che usino un linguaggio tra barbaro ed 
oscuro che talvolta gli rende inintelligibili; arrogi i pre-
giudizi di magia, di teurgismo, di alchimia, di astrologia in 
voga ai tempi loro e fra i quali si dibattevano come aquila 
fra le reti, stracciandole a libert di altri uccelli senza libe-
rare s proprio; e arrogi ancora un formicaio d'idee cri-
stiane o monastiche di cui erano imbevuti per educazione, 
e d'idee pagane attinte studiando gli antichi: fra mezzo alla 
quale compagine sono d'uopo profonde cognizioni con-
giunte ad animo paziente per cogliere e seguire di filo i 
pensieri di quelli autori. Quindi i loro sistemi sono viziosi 
per molti lati, troppo spesso appoggiati ad ipotesi, troppo 
rado alle prove: pi fortunati a scoprire gli errori esistenti 
che a scoprire nuove verit. Ma quantunque non valessero 
ancora a sostituire alcun che di compiuto al vecchio che 
distruggevano, oltrech nelle loro opere abbondano le 
buone idee, le viste profonde, le scoperte o i tentativi di 
scoperte, valsero a introdurre il dubbio, prima filosofia, e i 
paragoni, importante conseguenza del dubitare e base ine-
vitabile della dimostrazione; contribuirono a stenebrare le 
viete prevenzioni, a rompere gl'inciampi dell'autorit, a 
fare le menti pi libere e pi osservatrici, a far uso de' sen-
si e della ragione, e spianarono la via a altri due italiani 
che parevano principalmente destinati a mutar faccia alle 
scienze filosofiche: Sarpi e Galileo. Ma quello distratto 
dalla fortuna a riformare altra specie di errori, lasci tutto 
libero il campo al secondo; pure dir anco in questa parte 
ci ch'egli fece. Ma prima ricordi il lettore che egli era un 
povero frate, educato nei pregiudizi del chiostro, e spinto 
sulla carriera filosofica dalla sola prepotenza del suo ge-
nio: e noti ancora che la filosofia a quei tempi in Italia si 
trovava in gravi angustie. L'imperio di Spagna, inesorabi-
le, sterminatore, avviliva gl'ingegni italiani; la corte di 
Roma li aveva in sospetto, l'Inquisizione li perseguitava: 
ogni opinione, ogni scoperta, ogni libro facevano temere 
un'eresia, erano sindacati da frati idioti che non li intende-
vano, e che li rigettavano come empii; nissuno poteva es-
sere filosofo senza essere riputato ateo o mago: e un frate 
filosofo doveva temere pi degli altri, bench in Venezia il 
governo fosse assai meno che altrove superstizioso, e che 
ivi si godesse maggiore libert.
Venendo al Sarpi,  dunque da sapersi che appena tor-
nato da Milano a Venezia per insegnarvi filosofia (nel 
1575), si applic a tutte le parti che abbracciano questo 
vastissimo ramo; e affine di nulla perdere delle sue medi-
tazioni e potere ad un tempo ricorrerle, riesaminarle e 
svolgerle con profondit, si diede a registrare tutti i suoi 
pensieri che raccolti in numero di seicento formavano un 
volume in 8. di 200 pagine, tutto di mano di Fr Paolo, 
portando in margine ciascuno la data dell'anno: i pi erano 
del 1578. Alcuni di que' pensieri versavano intorno alla 
fisica sperimentale, altri intorno alla metafisica, ma la 
maggior parte intorno alle matematiche; e bench stesi 
succintamente e quasi a modo di ricordo, palesavano, al 
dire di Foscarini, gran copia e variet di cognizioni, e con-
tenevano il fiore della dottrina scolastica partecipando in-
sieme delle maniere del filosofare moderno, non senza 
darvisi indizi de' sistemi novellamente formati. Ma pi 
ampia notizia ci d il Grisellini di que' pensieri: esami-
nando i quali, dice egli, oltre che rilevasi a qual grado di 
cognizione era giunto Fr Paolo, facilmente anco si scopre 
che, rispetto alle accennate scienze, si era proposto un 
punto di perfezione fino allora impensato. Ma pi ancora 
estraendo da quei, per esempio, che appartengono a tutta 
la naturale filosofia, e facendone l'analisi, c' luogo a con-
vincersi che vide ed assaggi quanto di meglio potevano e 
dovevano pensare dopo di lui i pi svegliati ingegni circa i 
primi elementi e la natura dei corpi sublunari, propriet e 
qualit loro, generazione e disfacimento de' misti, anima 
sensitiva ed oggetti sensibili, e tutto che viene abbracciato 
dai regni della natura.
E lo stesso s'intenda de' suoi pensieri matematici: fra i 
quali ve ne sono che appartengono alla geometria pura, 
alla sintesi, all'analisi, alle sezioni coniche, alla meccani-
ca, statica, idrostatica, idraulica, idrografia, aerometria, a 
tutte le parti e divisioni dell'ottica, alla sfera, astronomia, 
acustica ed architettura militare e civile; i quali osservan-
do si conosce che non pure sopravvanz gli antichi ed i 
contemporanei, ma precorse eziandio in molte idee e dot-
trine i pi celebri che vennero nelle et seguenti. Per e-
sempio il Galileo in molte osservazioni, e segnatamente in 
questa che un corpo solido immerso e coperto dell'acqua 
non acquista gravit maggiore della sua propria: imperoc-
ch l'acqua posta dentro l'acqua non avendo gravit, non 
pu quel corpo diventare n pi n meno grave. E cos an-
cora un vapore esalante dall'acqua non ascende pi veloce 
dell'aria perch sia di lei pi leggiero, ma perch spinto in 
su dalla compressione dell'acqua. Prevenne ancora in al-
cune idee di astronomia comparata di Keplero e il Gre-
gory; e il Cavalieri sugli effetti degli specchi ustorii, la 
concavit di cui sia generata da una linea parabolica; e il 
Barrovio sulle difficolt nel determinare i luoghi delle 
immagini degli oggetti veduti per refrazione. Al quale 
proposito il Grisellini cita un frammento dei pensieri del 
Sarpi, del quale fa cenno anco il Foscarini, che  questo: 
 Io ho fatto molte sperienze in tal particolare con spec-
chi sferici concavi, convessi e piani, e fin osservando l'ef-
fetto prodotto dai raggi del sole e dal risplendere della lu-
na e delle stelle sull'acqua arrivando, ed essendo riflettuti 
tali oggetti dalla medesima per determinare i loro siti e di-
stanze. Diverse volte le sperienze furono conseguenti al 
principio fondamentale dei miei raziocini, ma altre volte li 
trovai smentiti del tutto; il che ho grande argomento di 
credere, esser possa derivato per quello che in molti casi i 
raggi spezzati e divergenti entrano nel nostro occhio con-
vergenti.
Foscarini aggiunge di aver vedute fra le carte di Fr Pa-
olo figure matematiche con le quali si rende ragione dell'i-
ride e della riflessione della luce. Appartenevano agli anni 
1587-88; ma non fornisce maggior lume.
L'anatomia comparativa, scienza allora nascente e sti-
mata dal volgo poco men che sacrilega, ebbe in lui uno de' 
pi divoti ed assidui cultori, essendoche gi da vari anni si 
fosse applicato a incidere agnelli, cani, gatti, conigli, ca-
pretti, onde studiare la struttura e l'uso delle parti dei corpi 
animati; e condotto non dal caso ma dal suo intelletto ra-
gionatore procedette alla famosa scoperta della circolazio-
ne del sangue, di cui diede i primi indizi Francesco Patri-
zio, protratta alquanto pi oltre da Andrea Cesalpino, e poi 
illustrata dall'inglese Harvey. Osserv Fr Paolo che il 
sangue, come corpo grave, non poteva restar sospeso ne' 
vasi senza amminicoli che aprendosi e rinserrandosi lo 
spingessero a trascorrere con quella economia che  ne-
cessaria alla vita. Il che lo indusse a cercare ne' ricettacoli 
sanguigni le leggi naturali di questo movimento, e trov 
che le vene aveano loro valvole per cui il sangue da esse 
passava nelle arterie, e da queste alle vene ancora, con 
successione regolare girando e diffondendosi in tutte le 
parti del corpo. La quale scoperta fatta da lui, secondo che 
pensa il Foscarini, tra il 1574 e 1578,  attestata da tanti 
contemporanei che ingiustamente alcuni inglesi, gelosi 
della gloria del loro Harvey, hanno preteso di fraudarne 
Fr Paolo; e giunsero perfino a scrivere, non avere egli 
fatta alcuna scoperta di tal genere, e quanto lasci scritto 
averlo estratto dal libro dell'Harvey: non avvertendo l'ana-
cronismo che fu esso pubblicato cinque anni dopo la mor-
te del Sarpi, e in conseguenza pi di trent'anni dopo che 
l'opinion pubblica e i professori dell'universit di Padova, 
e gli anatomisti e fisiologi oltremontani, che visitando Ve-
nezia avevano conosciuto Fr Paolo, parlavano di quella 
scoperta e ne facevano onore al frate dei Servi. Altri ne 
diedero gloria a Gerolamo Fabrizio di Acquapendente; ma 
sono smentiti dal celebre Nicola Peiresc che studi a Pa-
dova a quei tempi e che fu amico del Sarpi e dell'Acqua-
pendente; il quale attesta che la scoperta delle valvole del-
le vene era da tutti assegnata al frate, e che Fabrizio l'ave-
va da lui imparata. Quanto al trattato originale in cui l'au-
tore esponeva la nuova teoria del sangue, fu veduto dall'a-
natomico Wesling in mano di Fr Fulgenzio.  probabile 
che il Sarpi di questi ritrovati facesse una specie di miste-
ro onde sottrarsi alle persecuzioni che i pregiudizi di quei 
tempi, e principalmente i frati, movevano avverso gli ana-
tomici; ed anco per iscansare le contraddizioni che trova-
va il nuovo sistema in molti medici idioti e incapponiti 
nelle viete dottrine.
Siccome il trattato di Fr Paolo  perduto e neppure il 
Grisellini lo vide, cos  incerto sino a qual punto abbia 
portata la sua scoperta; ma dalla lettera che riferir fra po-
co v'ha luogo a credere che siasi inoltrato tanto innanzi da 
dedurne una pressoch piena dimostrazione: il che nulla 
toglie alla gloria dell'Harvey che pu avere camminato per 
la stessa via, ignaro di ci che il Sarpi aveva fatto, o aven-
done solamente qualche leggiera notizia.
 noto come nel secolo passato molti anatomici oltre-
montani ed anco d'Italia abbiano messa in voga la ipotesi 
della transfusione artificiale del sangue dalle vene di uo-
mini robusti e sani in quelle di valetudinari o vecchi, 
coll'intento di restituire a questi la perduta sanit o il vigo-
re, ed un giovane francese condannato a morire nei disor-
dini della rivoluzione, col desiderio di morire utilmente 
per l'umanit propose che il suo sangue fosse trasfuso in 
qualche malaticcio: gli fu negato. Duolmi di avere dimen-
ticato il nome di questo pio e generoso francese.
Ora di questa opinione, come di altre induzioni fisiolo-
giche, si trovano chiarissimi indizi in un frammento di let-
tera di Fr Paolo conservatoci dal Grisellini, ed ove  fatta 
aperta menzione de' suoi esperimenti sulla circolazione 
del sangue; e si vede ancora che Fr Paolo prima di altri 
moderni ha conosciuti gli effetti dell'aria nuova inspirata 
nei corpi apparentemente morti, per ritornarli in vita; a 
che pens nel secolo passato Hunter coll'invenzione del 
suo soffietto ad uso di rivivificare gli asfissiaci  gli anne-
gati, perfezionato pochi anni sono dal professore Confi-
gliacchi. Riguardo poi, scrive Fr Paolo alla persona cui 
dirige la lettera, agli eccitamenti suoi, le dir che non sono 
pi in caso di poter, come altre volte, svagarmi nelle ore 
mie silenziose facendo qualche anatomica osservazione 
sugli agnelli, capretti, vitelli, cani ed altri piccoli animali; 
che per altro ne ripeterei adesso ben volentieri non poche 
per l'occasione del generoso dono da V. S. fattomi della 
grand'opera e veramente utile dell'illustre Vesallio. E ve-
ramente sarebbe molto analogo alle cose gi da me avver-
tite e registrate sul corso del sangue ne' vasi del corpo a-
nimale e sulla struttura e officio delle loro valvulette quel 
tanto che con piacere in detta opera trovasi accennato, 
bench non tanto lucidamente, nel libro VII capo 9. Ivi 
per v'ha luogo a raccogliere che insufflando aria nuova 
per la trachea di uomini morienti, o ne' quali paiono cessa-
te le funzioni vitali, si riesce a restituire al sangue degli 
stessi il perduto moto e allungare loro cos di alquanto la 
vita. Se ci sia, come non  da dubitare sulla fede di quel 
grande anatomico, sempre pi rimango confermato nella 
opinione che l'aria, la quale respiriamo, avvolga in s un 
principio o agente capace di avvivare il liquore sanguigno, 
di rimetterlo nella sua carriera ne' clti da mortali sfini-
menti, ne' sopraffatti da vapori perniciosi esalanti da' se-
polcri, da cave minerali, da sotterranee e tenebrose buche, 
da fogne, latrine, ecc., un agente insomma per cui nelle 
sacre carte sta scritto: anima omnis carnis, cio di ogni 
vivente, in sanguine est, e del quale parlarono anco diversi 
antichi filosofanti, e fra' scrittori de' tempi a noi vicini 
Marsilio Ficino, Pico Mirandolano, ecc.
Un'altra bella scoperta del Sarpi e che fu scala a pi al-
tre nell'ottica, fu quella della contrazione e dilatazione del 
forame dell'ovea in tutti gli animali, della quale Fabricio 
di Acquapendente, che pel primo ne ha parlato, dice: 
Questo arcano fu osservato dal Padre Maestro Paolo Ve-
neto dell'Ordine de' Servi, insigne filosofo, ma partico-
larmente delle matematiche e sopratutto dell'ottica studio-
sissimo. E del merito di questa scoperta parlando il Por-
tefield dice che essa richiede non solo una cognizione del-
la anatomia pi sottile dell'occhio umano e degli altri ani-
mali, ma la cognizione di un compiuto sistema di ottica, 
non puramente matematico, ma fisico ancora, che sup-
ponga ed abbracci tutto che vi  di matematico in questa 
scienza.
Non  dunque se non se un dettato di maligna invidia 
ci che afferma Portal che Fabrizio non ha scoperto n de-
scritto cosa che non fosse gi nota prima di lui. Vi sono in 
Francia certi umori che quando si tratta dei doro compa-
trioti, tutto vedono in grande e perfino le pi piccole ine-
zie magnificano con una enfasi che non  lungi dalla cer-
retaneria. Quando poi  discorso degli stranieri, hanno al-
tri occhiali: tutto vedono in piccolo e con aria sprezzante.
E poich sono in sul discorso mi permetta il lettore una 
breve digressione, che non sar l'ultima. La filosofia in I-
talia nacque lungo tempo prima che non in Francia o in 
Inghilterra; ma in un secolo inclinato pi alla immagina-
zione che alla osservazione, e per i nostri filosofi avvi-
lupparono il buono che dissero fra mezzo i sogni e le chi-
mere di trascendentalismo platonico, di sottigliezze aristo-
teliche, di magia naturale, di astrologia e di tali altre paz-
ziuole in voga a quella et. Ma sarebbe ottimo pensamen-
to se una societ di dotti italiani si prendesse ad estrarre da 
loro tutto ci che hanno scritto di buono o di singolare e 
ne formassero un florilegio illustrato di opportune annota-
zioni intorno allo stato della scienza a quei tempi e a' suoi 
progressi ulteriori, e come quelle o scoperte o aberrazioni 
stesse possono avervi contribuito. Quante idee di cui si 
fanno belli gli oltremontani troverebbonsi pi o meno di-
chiarate nelle opere ora ignote di Marsilio Ficino, di Fran-
cesco Patrizio, di Cardano, di Campanella, di Giordano 
Bruno, di Pico della Mirandola e di altri assai! In Francia 
o in Inghilterra un lavoro simile sarebbe accolto con vero 
entusiasmo; in Italia, mi duole a dirlo, bisognerebbe spin-
gerlo per farlo gradire, stante quello spirito d'inerzia e 
quella indifferenza per la gloria nazionale che caratterizza 
gl'italiani. Pure  necessit che si faccia. I tedeschi pel te-
nebroso Kant hanno scritto commenti sopra commenti e 
persino un dizionario apposito per intenderlo; e il nostro 
Vico, molto maggiore di Kant, giacque finora negletto e 
sconosciuto e pi lodato per tradizione che per pratica; e 
adesso soltanto, grazie alle cure del dottore Giuseppe Fer-
rari di Milano, possiamo lodarci d'una edizione delle sue 
opere disposta con tal ordine e illustrata per tale modo che 
i profondi suoi insegnamenti possono diventare di una in-
telligenza meno circoscritta. Che pi? Non abbiamo nep-
pure una buona storia della nostra filosofia e nemmanco 
una storia politica dell'Italia che meriti questo nome. In 
Francia, in Inghilterra ed anco in Germania per prima cosa 
ai giovani s'insegna a pensare, in Italia a far sonetti; e me-
diante una cos utile educazione siamo diventati un popolo 
da commedia, mentre gli altri il sono da storia. Torno al 
Sarpi.
Anco gli antichi conobbero la calamita e la specialit 
che ha di attrarre il ferro, ma non andarono pi oltre; o tut-
to al pi la superstizione e la ciarlataneria si associarono 
ad attribuirle virt commentizie e la credettero eccellente 
alle ernie, a marginare le ferite, a prolungare la vita. Il 
primo che osservasse la facolt che ha di volgersi ai poli e 
ne applicasse l'uso alla navigazione fu Flavio Gioia d'A-
malfi verso il 1300. Un altro navigatore italiano, Sebastia-
no Caboto di Venezia, nel 1549 osserv che sotto alcuni 
paraggi l'ago calamitato declinava dai poli; il che fece 
credere che la calamita avesse poli suoi propri, e diede 
luogo a molte ipotesi tanto per determinarli, come per sta-
bilire le longitudini.
Ma le propriet elettriche sia di essa, sia di altri corpi 
che contengono magnetismo non cominciarono ad essere 
osservate se non dopo la met del XVI secolo.
Intorno alle quali cose Fr Paolo aveva fatto gi da pi 
anni varie esperienze, le quali poi raccolse in un volume 
intanto che si trovava a Roma procuratore dell'Ordine, e 
che veduto dal Grisellini ne d la seguente analisi:
In due parti o classi, dice egli, aveva divise le sue e-
sperienze: la prima ne raccoglieva buon numero dettate 
senz'ordine, e l'altra 141 regolarmente disposte s che po-
tevano bastare a dare una compiuta idea de' fenomeni ma-
gnetici. Trattavano della inclinazione dell'ago calamitato, 
del modo di scoprire i due poli della maggiore attrazione e 
ripulsione, e la nuova generazione di loro. E v'erano spe-
rienze assai sulla differente attrazione e ripulsione, sulla 
comunicazione del magnetismo colla calamita e col ferro 
calamitato, sull'accrescimento di esso ne' corpi che ne so-
no capevoli, sull'azione vicendevole de' corpi calamitati, 
sugli effetti svariati prodotti nelle sfere degli orologi dalla 
diversa disposizione de' corpi calamitati rispetto a loro, 
sopra l'irreparabile perdita che avviene nella calamita e ne' 
corpi calamitati per via del fuoco, e in fine sul particolare 
magnetismo del ferro indipendentemente comunicatogli 
col mezzo della confricazione o in altro modo.
Osserva poi che il napoletano Porta, bench molte cose 
avesse apprese dal nostro frate, ebbe poca cognizione de' 
movimenti magnetici; mentre Guglielmo Gilbert, inglese, 
tratt ampiamente questa materia e con successiva pro-
gressione di scoperte apre un teatro di fenomeni cos vasto 
ed esteso che, per dir vero, non gli si pu negare il merito 
d'avere in codesta provincia della fisica fatto passi gigan-
teschi. Indi soggiunge:
Ora io dico che nel trattato del Gilbert non v' cosa 
che non sia stata prima osservata ed esperimentata dal 
Sarpi. Le medesime sono le sue viste; e riguardo a' feno-
meni, tutta la variet si riduce al modo di esporli, o ne' 
ragguagli. Fr Paolo  semplice, conciso, e non fa dedu-
zioni sistematiche, e segue la massima inculcata dappoi da 
Bacone di Verulamio, cio storia, osservazioni e sperien-
ze.
E lodate le osservazioni del Gilbert intorno la declina-
zione e variazione dell'ago calamitato, aggiunge che il 
Sarpi anco in queste preceduto lo aveva, tanto che nelle 
sperienze di lui non gi v' il solo elementare di quanto 
abbondevolmente osserv poi il Gilbert, ma ci che basta 
ancora per la soluzione del problema di trovare la longitu-
dine di un dato luogo, relativamente alle nozioni erronee 
che a quel tempo correvano. E qui mi piace, continua Gri-
sellini, mettere innanzi alcune leggi di variazione riportate 
da Fr Paolo e che debbon essere il risultato di osserva-
zioni, le quali, mentre andava componendo l'opera sua, 
erano state fatte da qualche suo corrispondente. Dopo d'a-
ver notate che le variazioni sono diverse nello stesso me-
ridiano, addita pure che sono maggiori pi verso il polo 
che presso l'equatore; che la declinazione nel nostro emi-
sfero procede verso oriente e nell'opposto verso occidente; 
che quanto pi si va innanzi verso il Mediterraneo tanto  
minore; che nell'Oceano va in linea retta verso la Persia; 
ed in mezzo ad esso Oceano stassi direttamente al polo tra 
l'Africa e l'America; che finalmente nella Guinea trovasi 
ad un terzo di rombo, a Marocco a due terzi, ed a Londra 
ad undici ed un terzo. Se Edmondo Halley, il pi eccellen-
te discepolo d'Isacco Newton, avesse veduto un cos corto 
ragguaglio, avrebbe aperto pi gli occhi prima di stabilire 
quel suo sistema delle curve di variazione da lui dette Al-
lejane: sistema che fece grande strepito in Europa per 
l'applauso onde fu ricevuto, e che poscia incontr la sorte 
medesima degli altri.
Finisce poi con dire essere stata opinione del Sarpi, 
confermata dalle osservazioni posteriori, che la terra  una 
gran calamita avente propriet di attrarre a s i corpi che 
la circondano, nel che precedette Newton nel dar ragione 
della gravitazione de' corpi verso il centro; che per ogni 
dove trovasi del ferro, e che in ogni sorte d'argilla ve n' 
un poco; e che varie esperienze prodotte dappoi siccome 
nuove scoperte, e principalmente ci che riguarda l'azione 
de' corpi calamitati l'uno sopra l'altro e l'originario magne-
tismo del ferro, si trovavano gi esposte nell'opera di Fr 
Paolo. Onde si veda quanto fosse egli originale e ingegno 
e penetrativo filosofo, e ove avesse potuto parzialmente 
applicarsi alle scienze naturali, non v'ha dubbio che a-
vrebbe di molto allargato il confine delle cognizioni uma-
ne. N apparir punto, a chi bene considera, esagerato ci 
che dice Fr Fulgenzio ch'egli a' matematici appariva un 
profondo matematico, e cos a' medici, agli anatomici, a' 
botanici, ai chimici, agli astronomi, i quali ragionando con 
lui lo credevano ciascuno della sua professione. Aggiunge 
l'istesso Fr Fulgenzio che il Gilberto passando per Vene-
zia ed essendosi intrattenuto col Sarpi sui fenomeni ma-
gnetici, egli che si stimava sapere gran cose, fu sbalordito 
vedendo che in ogni sua scoverta era gi stato preceduto 
dal frate italiano.
L'algebra, scienza nota imperfettamente agli antichi, ri-
staurata dagli italiani, fra' quali sono primi da annoverarsi 
Nicol Tartaglia che trov la soluzione delle equazioni del 
terzo grado, Girolamo Cardano che le perfezion, e Lodo-
vico Ferrari allievo di quest'ultimo che trov la soluzione 
di quelle del quarto grado: questa scienza ebbe, dico, da 
Francesco Vite matematico francese un nuovo aumento e 
quella forma di linguaggio convenzionale rappresentato 
dalle lettere dell'alfabeto, le quali, non avendo alcuna si-
gnificazione per s, si usano ad esprimere tutte quelle 
quantit astratte che si vogliano. E per questa semplifica-
zione la scienza apr un volo immenso, e dove per lo in-
nanzi era limitata a problemi numerici, pot in sguito e-
stendersi universalmente alla ricerca de' teoremi e alla di-
mostrazione di ogni sorte problemi s di aritmetica e s di 
geometria. Ma il Vite, cosa non insolita ai nuovi invento-
ri che procedono con passi dubbi e vacillanti, ebbe la di-
sgrazia di esprimersi con termini oscuri e di cadere ezian-
dio in non pochi errori. Fr Paolo, essendosi procacciato 
varii trattati del Vite a stampa e a penna, gli comment 
dottamente siccome fu veduto dal Foscarini, ma meglio 
ancora dal Grisellini; il quale aggiunge che suppl a quan-
to mancava in essi, ponendo in pi chiaro lume le cose 
che vi si annunciano, latinizzando tutte le voci greche e 
spiegando i modi oscuri con intemperanza usati dall'auto-
re; lo che dimostra che il Sarpi colla superiorit del suo 
genio era pervenuto di una scienza che allora nasceva a 
penetrarne gli arcani. Ma super di gran lunga l'autore 
medesimo mentre in quasi tutti i trattati di lui avvert un 
gran numero di sbagli e di viziose ommissioni, e aggiunse 
a parecchi de' proposti teoremi, o migliori o pi adeguate 
dimostrazioni, notando il tutto o interlinearmente o su vo-
lanti cartucce; e ad alquanti problemi sciolti dal Vite in 
un modo non corrispondente all'instituto suo, rec analiti-
che e brevi soluzioni, ordinando meglio nel tempo stesso 
le figure per le dimostrazioni instituite, e certe proposizio-
ni infine corroborando con una pi chiara dottrina. Delle 
quali cose va poi il dottore Grisellini adducendo esempi 
ch'io ommetto per brevit.
Dalle matematiche pass il Sarpi alle scienze fisiche ed 
astronomiche. Nel 1592 era stato chiamato professore a 
Padova, e vi rest fino al 1610, Galileo Galilei, che, gio-
vane di et, non contando allora pi di 28 anni, di 12 mi-
nore di Fr Paolo, gi era maturo per senno e annunciava 
di dover essere il pi grande innovatore nella filosofia 
sperimentale. Fra questi due sommi ingegni si strinse una 
cordiale amicizia, sicch il Galileo chiamava il frate, suo 
padre e maestro; e fatte comuni le sperienze e gli studi, si 
adoperarono d'accordo a disgomberare gli errori prodotti 
dal fanatismo de' peripatetici. L'invenzione del termome-
tro il Galileo la dovette per certo ai lumi somministratigli 
dal Sarpi, se pure questi non ne fu il primo inventore, co-
me pensano alcuni; e sembra certo del pari che sussidi in 
pi altre sperienze il filosofo fiorentino, e che lo incoragg 
a proseguire le sue osservazioni sul sistema copernicano, 
stimato a quei tempi eresia e dimostrato adesso da leggi 
fisiche e matematiche: prova che le decisioni dei teologi 
non sono sempre fondate sulla verit.
L'avido intelletto del Sarpi volle eziandio spaziare nella 
filosofia speculativa e dopo il 1591 si applic intensamen-
te a studiare Platone, Aristotele e le altre stte filosofiche 
antiche e moderne, non ommessi gli Scolastici, e partico-
larmente i Nominali ed i Reali; e fece le analisi dei loro 
sistemi, le quali duole assaissimo al Morofio che non sia-
no state pubblicate.
Appare (se non erro) da molte induzioni che in questa 
parte l'indole austera del Sarpi preferisse ad ogni altra la 
dottrina degli Stoici, massime in ci che riguarda la Prov-
videnza nel governo del mondo. Il che coincide col siste-
ma di sant'Agostino, che, ristringendo il libero arbitrio e 
ammettendo una predestinazione, viene a stabilire nelle 
azioni umane una specie di fatalismo. Che Fr Paolo fosse 
versatissimo nella filosofia stoica, ce lo fa sapere Fr Ful-
genzio; che la praticasse, si vede da tutta la sua vita; e che 
fosse fatalista, ne abbiamo cenni in pi luoghi delle sue 
opere. Egli mi  nondimeno impossibile dire quali fossero 
le sue idee sulla teologia naturale, la cosmogenesi, la ma-
teria, i mondi, gli spiriti, e se in ci si conformasse agli 
stoici antichi, o al panteismo de' filosofi italiani suoi con-
temporanei, ravvivato dai pensatori del presente secolo.
Di l pass alla metafisica e all'etica. Intorno alla prima 
aveva scritto un'operetta che denomin Arte del ben pen-
sare, e da Fr Fulgenzio chiamata dal soggetto Del nasce-
re delle opinioni e del cessare che fanno in noi, la quale 
essendo anch'ella smarrita, per farla conoscere al lettore 
ne trascriver la dotta analisi fattane dal procuratore Mar-
co Foscarini.  una citazione un po' lunga, ma la nobilt 
dell'argomento e l'eleganza dello stile saranno utili com-
pensi.
Il sistema dell'autore, dice il Foscarini, in genere  ta-
le. Egli mostra come gli oggetti esterni operano sopra i 
nostri sensi, e distinguendo l'oggetto che move la sensa-
zione dalla sensazione medesima, sostiene che gli odori, i 
sapori, i suoni, ec., sono affezioni dell'anima, non proprie-
t del corpo: con che mette differenza fra le sensazioni e 
le qualit sensibili. Con questi primi materiali ricevuti dal-
la qualit sensitiva riposta nel corpo nervoso e ritenuti dal-
la memoria, la facolt discorsiva o distintiva, o l'intelletto 
agente forma la serie di tutte le altre idee, astraendo, com-
ponendo o comparando ec., e cos le specie, i generi, gli 
assiomi o le massime generali e le argomentazioni.
 Segue a dire che il senso non falla mai riferendo pu-
ramente la sensazione fatta in lui dall'oggetto sensibile; 
ma nascere gli errori dall'appoggiarsi a un senso solo, o 
dal non rettificare con gli altri al falso discorso nato dalla 
prima impressione. Siccome i sensi non riferiscono all'in-
telletto quel ch' nell'oggetto sensibile, ma solo quel che 
appare; quindi possiamo sempre assicurarci per questa via 
d'ogni verit.
 Se dall'idea universale di un tale sistema si passi a 
considerarlo nelle sue parti, se ne incontrano molte degne 
di ammirazione: prima, il metodo ragionato e geometrico 
con cui si procede da cosa a cosa; quindi non poche sco-
perte che dopo di Fr Paolo parvero nuove. L'osservazione 
per esempio che le sensazioni non sieno altrimenti negli 
oggetti, ma bens, nell'intelletto nostro, quantunque Plato-
ne l'abbia accennata, parve nuova nelle recenti filosofie; e 
il Sarpi lo dimostra nel principio con una serie di ragio-
namenti, che senza bisogno di ricorrere alla esperienza 
pienamente convince. Quin divolendo egli, con Aristotele, 
che tutto ci che abbiamo nell'intelletto venga dai sensi, 
mette in campo il principio della riflessione che fece tanto 
onore al Lock e che libera quel sistema da moltissime dif-
ficolt, per altro insormontabili.
 In tal guisa dalle prime idee procedenti dai sensi egli 
forma col mezzo dell'intelletto agente o della virt distin-
tiva tutte le altre che servono al discorso, le quali, divi-
dendosi dall'autore inglese in semplici e composte, il no-
stro filosofo non ne lascia indietro veruna.
 Lo previene del pari nel definire la sostanza; poscia-
ch la fa risultare dalla moltiplicit delle idee che vi si 
mostrano senza potervisi conoscere il fondamento che le 
sostiene, e in questo fondamento occulto dice consistere 
quello che noi chiamiamo sostanza. Addita altres il modo 
con cui l'uomo forma dentro di s i generi e le spezie, in 
che tanto il Lock si diffonde, massime nei primi capi del 
suo terzo libro del Saggio dell'Intelletto umano.
 Quello che dice degli assiomi da lui nominati, non si 
sa come, Ipolipsi (se pure non vi  errore nella scrittura), 
come anco delle prime verit e de' sillogismi, pare l'origi-
nale sopra cui lo stesso Lock abbia copiato, sviluppandolo 
in pi parole. Esamina attentamente le varie cagioni degli 
errori, i quali nascono dell'applicare l'oggetto alla sensa-
zione non propria di esso, o da vizio particolare del senso-
rio, o dalla facolt discorsiva, o da altre: e insegna altres i 
rimedi da evitare cotesti errori, per quanto l'umana natura 
 capace.
 Uno si  l'uso replicato della facolt discorsiva o di 
quella de' sensi: e qui egli nota che altri si guardi dall'as-
sociare le idee; mentre all'idea chiamata avviene spesso 
che se ne congiungano delle altre, per la sola cagione che 
fummo soliti di vederle congiunte, non perch siavi tra di 
esse relazione di sorte. Scoperta acutissima fattasi anco 
dall'inglese.
 L'altra maniera di correggere gli errori, dice Fr Pao-
lo,  per dottrina d'altri. Perci tocca i due modi di argo-
mentare, la dimostrazione e la probabilit; e i varii gradi 
di essa, a cui va unita la fede.
 A questi due rimedi succedono quelli onde sfuggire 
gli errori che nascono, secondo il suo dire, dalle anticipate 
opinioni, o da mala disposizione di volont: punto che 
viene trattato pi lungamente degli altri.
 Insomma il nostro autore non suppone, ma deduce da 
vari principii il sistema aristotelico, e prevenne il Lock 
tanti anni prima con un metodo che oggid ancora avrebbe 
la sua lode, e con una brevit che nulla toglie alla chiarez-
za.
Chiude finalmente con pochi ma aggiustati cenni sopra 
le parole che  una delle parti pi essenziali del libro di 
Lock, asserendo che quelle non significano le cose, ma 
soltanto le idee di chi parla. Intorno a che, sebbene egli 
non discenda a prove, noi teniamo che il Sarpi avesse 
compiuta anco questa parte dell'opera la quale non appari-
sce per difetto del manoscritto. Ci move a cos credere l'a-
vere osservato come fra i suoi pensieri filosofici, che sono 
in parte una metafisica slegata, se ne leggano moltissimi 
sopra l'articolo suddetto.
 L'autore denomin l'opera sua Arte di ben pensare; 
col qual titolo essendo uscito, non ha molti anni, un libret-
to francese che certamente non agguaglia il merito di que-
ste poche pagine di Fr Paolo, fu esso non ostante traspor-
tato in tutte le lingue, siccome quello in cui si giudicava 
contenersi una logica pi regolata e meglio disposta di 
quante se n'erano vedute sin allora. Fin qui il Foscarini.
Intorno all'etica o scienza de' costumi Fr Paolo, oltre a' 
pensieri e massime di morale gettate senz'ordine e qualche 
libretto ascetico, scrisse anco varii trattatelli: uno alla ma-
niera di Plutarco che intitol Medicina dell'anima, dove 
additava i mezzi di conseguire la vera tranquillit; altro 
sulla Ripugnanza dell'ateismo all'umana natura, e come 
quelli che non conoscono divinit vera per necessit biso-
gna che se ne fingano una falsa. Il qual libro, non esisten-
do pi, io non so come abbia trattato questo tema Fr Pao-
lo; ma  certo che ad un filosofo apre un vasto campo di 
profonde riflessioni: e se si divida l'ateismo in teorico ed 
in pratico, si vedr che il primo non ha mai esistito fuor-
ch nel capo sconvolto di qualche fanatico; ma il secondo 
ebbe voga in tutte le religioni, imperocch il popolo, cor-
rotto da dottori ignoranti ed avari, incapace ad innalzarsi 
verso la divinit vera, se ne fabbrica una immaginaria e 
per lo pi materiale. In teoria ci non  ateismo perch 
suppone una divinit comech grossolana; ma in pratica lo 
, perch quella divinit  contraria ai principii della ra-
gione. , se  lecito il termine, un ateismo religioso.
Come Beniamino Franklin, cos il Sarpi, affine di sem-
pre pi perfezionarsi nell'esercizio della virt, teneva regi-
stro de' propri difetti a cui contrapponeva sentenze o pro-
prie o di altrui che significavano a correggersi; e questo 
registro rivedeva ogni giorno notandovi ci che aveva mu-
tato in meglio o in peggio. E fu per questo difficile tiroci-
nio fatto sul suo cuore che riusc a dominare gl'impeti 
suoi, ad acquistare quella prudenza ne' consigli che lo fe-
cero l'oracolo di un governo, pure famoso per assennatez-
za, e quella mite natura che lo rese caro e venerando a tutti 
che il conobbero, e quella provvida in uno e rassegnata 
filosofia che non l'abbandon mai un istante nelle peripe-
zie della sua vita.
Ci tocca un vero dispiacere pensando ai capricci della 
fortuna e all'ignavia degli uomini per colpa di cui, disper-
se le dotte carte di Fr Paolo, riuscirono infruttifere tante 
sue valorose fatiche, in ciascuna delle quali si scorge la 
stampa di un genio originale, profondo, inventivo, che, 
superiore a tutti i pregiudizi, vuole penetrare l'intimo delle 
cose e dedurne a forza la verit; cos che, come dice il Fo-
scarini, trent'anni spesi dal Sarpi nelle pi sublimi specu-
lazioni che possono intraprendersi da umano intelletto, si 
tengono come perduti alla storia della sua vita; e appena 
sappiamo, per testimonio di Enrico Wotton e di Fr Ful-
genzio, che nella botanica ebbe tanta cognizione come se 
non avesse fatto altro studio; che la mineralogia e tutte le 
parti della storia naturale furono da lui profondamente co-
nosciute, siccome l'uso e le propriet mediche de' vegeta-
bili e de' minerali, le loro qualit specifiche, e l'utilit che 
poteva ritrarsene per beneficio delle arti e della vita.
Fr Paolo, in cui erano pari la modestia e il sapere, sen-
za ambizione, senza desiderio di applausi, non ebbe mai la 
smania di prodursi al mondo; e tranne gli scritti che per 
comandamento del Governo pubblic a stampa, nissun al-
tro e' ne fece stampare. Lodava il merito altrui, di cui era 
giusto estimatore, senza parlare di ci che aveva fatto egli 
di uguale o di meglio. Nelle sue lettere encomia il Vite e 
il Gilbert, senza dire che aveva corretto gli errori del pri-
mo e preceduto nelle scoperte il secondo; loda il Galileo 
senza accennare la parte ch'egli ebbe alle fatiche di lui: e 
se talvolta parlava delle cose sue era con tanta diffidenza 
del proprio valore e con tanta peritanza, da parere un timi-
do scolaro che si produce colla sua lezione innanzi a rigi-
do maestro.
Pago della solinga sua cella, confidava i frutti de' suoi 
studi solamente agli amici, e pareva che fosse uomo biso-
gnoso d'istruzione, anzich atto ad instruire. E fu appunto 
non per fasto letterario, ma per erudirsi nelle costituzioni 
de' regni e nel diritto pubblico civile ed ecclesiastico delle 
nazioni che incominci fino dal 1588, come il sappiamo 
da lui medesimo, a carteggiare con vari dotti giureconsulti 
e uomini di Stato della Francia.
Questo regno era desolato da infelici discordie. Dopo 
che Calvino vi port la sua riforma, vi port anco la guer-
ra civile, lunga, miserevole, piena di accidenti luttuosi, a-
limentata dal fanatismo de' calvinisti e dalla intolleranza 
de' cattolici, ma pi di tutto rinfocolata da ambiziosi che 
facevano servire la religione ai loro fini politici. Per mez-
zo di quelle sanguinose liti si mescolarono eziandio calo-
rosi contrasti intorno ai confini della potest ecclesiastica. 
I pi veementi cattolici rigirati dalle ambizioni dei preti e 
dai disegni della corte di Spagna volevano che fosse rico-
nosciuta la piena potest del pontefice e accettato in inte-
gro il concilio di Trento; altri che vedevano i pericoli di 
una cos imprudente risoluzione miravano non solo a ri-
fiutare i decreti del Tridentino, ma anco a ristringere viep-
pi l'influenza di Roma, ed allargare le libert della Chiesa 
Gallicana e l'autorit del re e de' parlamenti nelle materie 
beneficiarie o d'interiore giurisdizione ecclesiastica. Delle 
quali cose, ond'essere pienamente informato, Fr Paolo 
introdusse, e mantenne poi sempre, commercio di lettere 
con dotte persone di quel paese, colle quali fu messo in 
corrispondenza da Urault de Maisse ambasciatore di Fran-
cia a Venezia, uomo di molti lumi, d'indole benigna, e a 
Fr Paolo amicissimo. Pel suo mezzo fece amicizia con 
Giacomo Gillot consigliere del re e avvocato nel suo Par-
lamento. Carteggiava pure con Arnaldo Ferrier, gi cono-
sciuto da lui quando fu ambasciatore a Venezia; col cele-
bre istorico e presidente de Thou e con altri cospicui. Su 
di che fu da alcuni suoi frati accusato di sospetta religione 
e di tendenza al calvinismo: aggiungendo che conversava 
anco con ebrei. In Venezia, dove era tolleranza assoluta di 
tutte le religioni, concorrevano uomini diversi, dotti, 
commercianti, curiosi: molti de' quali convenivano nella 
casa Secchini dove spessa andava Fr Paolo; e circa agli 
ebrei  verosimile ch'egli avesse qualche amicizia o piut-
tosto conoscenza con dotti rabbini, ragionando coi quali 
cercava erudirsi nella loro teologia e filosofia, e a farsi 
vieppi instrutto nelle lingue orientali.
Del resto queste accusazioni non fecero alcuno effetto 
per allora, essendo troppo nota la sua religione e la inte-
grit de' suoi costumi; e neppure da Roma gliene fu fatto 
rimprovero: essendo non peranco giunta la stagione che 
queste dicerie plebee, convertite in colpa di eresia, doves-
sero servire a pretesto di pi occulta vendetta.
Tale suo carteggio, come pure gli studi nel diritto cano-
nico, teologia, storia, erudizione critica ecclesiastica, era-
no da lui considerati come passatempi, avendo tutti i gusti, 
come egli diceva, nelle matematiche; n s sarebbe mai 
avvisato che dovessero un giorno occuparlo tanto seria-
mente come fecero. Contuttoci vi era egli penetrato cos 
addentro, che pochi in Italia potevano andargli del paro, 
niuno sopravanzarlo.
Tutto assorto nelle cose erudite o scientifiche, aveva 
posto in non cale l'amena letteratura. La sua mente, poco 
immaginosa, tutta calcolo, non era fatta per la poesia; e 
quantunque si veda da' suoi scritti che aveva letto i princi-
pali poeti greci e latini, sembra che il solo Omero lo abbia 
alquanto interessato non perch fosse poeta, ma perch
Primo pittor delle memorie antiche,
e storico dell'uomo in una societ nascente. Dei poeti mo-
derni, neppure degli italiani, non trovo che facesse qual-
che caso; eppure era( ) vivo ancora a' suoi tempi e salito in 
gran fama il Tasso, andavano per la bocca di tutti i versi 
dell'Ariosto, e Dante era tuttavia il poeta favorito de' filo-
sofi e dei teologi di quella et.
Era al contrario assiduo cogli storici: non ve ne era al-
cuno antico o moderno, eccellente o mediocre, ch'e' non 
leggesse con molta attenzione; ma suoi cari modelli per la 
materia e per lo stile erano Tucidide, Senofonte, Polibio, 
Tito Livio e Tacito, e dallo studio di loro pi che dai pre-
cetti de' retori impar le regole del bello, e quel gusto per-
fetto che si osserva nella sua Istoria del Concilio Tridenti-
no.
Lo occupavano ancora le notizie letterarie, sempre inte-
so che fossero di scienze o di erudizione, e amava di te-
nersi informato di tutto che pubblicavano gli uomini pi 
dotti del suo tempo. Gli leggeva, quando poteva procurar-
segli, e scrivendo ai suoi amici ne diceva il parer suo: e 
acuta era la sua critica e laconica. Per esempio, parlando 
delle Vite degli uomini illustri di Plutarco tradotte in fran-
cese da Giacomo Amiot reca il seguente giudizio: Io mi 
trattengo a leggere Plutarco di Jaces Amiot che mi pare 
pi bello di Plutarco stesso, e mi dolgo che non sii tradot-
to talmente da un italiano (Non era ancora l'elegante tra-
duzione del Pompei): siamo in gran mancamento senza 
quel libro. L'altro giorno feci un poco di comparazione 
con l'italiano del Gandino e col latino che abbiamo, cos 
lontani da questi come la notte dal giorno. Si vede bene 
che il tradur non  solo di chi sappia ambedue le lingue, 
ma di chi sii trasformato nell'ingegno dell'autore.
Trascur lo studio della lingua volgare, forse perch i 
Toscani ne avevano fatto un monopolo e imbarazzatala di 
minute pedanterie grammaticali piuttosto che assodatala a 
regoli costanti e filosofiche. Ma dopo che si accinse alla 
sua Istoria del Concilio Tridentino gli venne il pensiero di 
crearsi una lingua sua propria italiana s, ma una nuova, 
originale e pi robusta di quella usata dagli altri scrittori 
di storie: attingendo le regole e la purezza del discorso 
non dai grammatici, ma dagli scritti di Macchiavelli, 
Guicciardini, Varchi e altri buoni scrittori del cinquecento; 
e le voci non dal Vocabolario della Crusca, surto appunto 
a quei tempi a tiranneggiare gli scrittori, ma dalla lingua 
usuale d'Italia, che non  invero cos elegante come la to-
scana, ma ha pi nerbo e significazione.
CAPO QUARTO
Straniero al mondo, alle sue ambizioni o alle sue bas-
sezze, compiuti i doveri di religione e del suo stato, Fr 
Paolo passava il tempo o allo studio o in mezzo a dotto 
circolo d'amici.
Sorgeva ordinariamente coll'alba, e suo primo pensiero 
era Dio. Non mai nella sua vita pass giorno che non ce-
lebrasse la messa; sempre intervenne al canto corale come 
l'ultimo frate, toltone poche volte dopo che fu fatto con-
sultore, quando la gravit degli affari lo tratteneva al pa-
lazzo ducale. Convinto per coscienza degli obblighi del 
suo stato, ne adempiva persino le pratiche pi indifferenti; 
e bench a lui non piacessero le continue innovazioni che 
si andavano ad ogni tratto facendo nei riti dell'Ordine, era 
non pertanto il primo ad assoggettarvisi. Osservava rigi-
damente i digiuni, persino nelle malattie, e le astinenze 
sino all'et di 69 anni, ed ogni altro dovere di frate, di cri-
stiano, di filosofo, fino allo scrupolo. V'ha chi la dice ipo-
crisia; ma sarebbe un fenomeno unico nella storia morale 
dell'uomo, un ipocrita che per oltre 70 anni di vita, e per 
quasi 20 spiato accuratamente da astuti e poco caritatevoli 
esploratori, sia riuscito a non mai tradire s stesso, e a na-
scondere con tant'arte i noi difetti, ed abbagliare una gene-
razione intera e fino i suoi nemici con una spuria santit di 
costumi. Questo artifizio di malignare le pi occulte in-
tenzioni degli uomini,  quanto la vilt, l'invidia e la vera 
ipocrisia hanno potuto inventare di pi reprobo contro il 
genere umano. Il pi religioso non  quello che dice pi 
Pater nostri, ma quello che pi gli mette in pratica; e se 
con questa regola si misurasse la piet, il mondo sarebbe 
assai meno girandolato dalla furfanteria de' falsi divoti.
Quello di che i pinzocheri possono rimproverare il Sar-
pi,  che, toltone i primi anni del suo sacerdozio, non volle 
mai brigarsi di confessionario: ottimo esercizio invero, ma 
troppo spesso degradato da pettegolezzi, da avarizia e da 
rigiri profani. Altronde non mancando in questo particola-
re chi supplisse allo sue veci, poteva occupare il suo tem-
po molto pi utilmente che non ad ascoltare le cianciafru-
scole di qualche donnicciuola.
Otto ore impiegava quotidianamente a scrivere o a leg-
gere, e leggeva quanti libri gli capitavano alle mani. In 
ogni genere di lettura notava le cose memorabili, statuiva 
confronti e faceva sui libri osservazioni e richiami.
Le matematiche erano pi amorevolmente da lui acca-
rezzate, e quasi non passava giorno che non se ne occu-
passe o sciogliendo problemi, o delineando figure astro-
nomiche o mappe geografiche, o studiando le produzioni 
de' pi recenti autori e commentandole o rischiarandole.
Il dopo pranzo lo passava di solito in esperimenti di fi-
sica o di chimica o di anatomia o di meccanica, o perfe-
zionando macchine ed istrumenti.
Quando leggeva, s'immergeva talmente, che pareva in-
sensibile agli oggetti esterni. La sua memoria gli era cos 
fedele, che anco lungo tempo si ricordava non pure di ci 
che letto aveva; ma del libro, dell'edizione e fin anco della 
pagina. Non recitava a mente dieci mila volumi come si 
narra di Magliabecchi; ma quella facolt era in lui pi pre-
ziosa perch pi distinta, e scompagnata da quella confu-
sione di idee e scarsezza di genio inventivo che troppo 
spesso si associa a cotai mostri di memoria. Insomma non 
ella dominava lui, ma egli la dominava e facevala servire 
al suo vantaggio.
A ricreare lo spirito frequentava alcuni dotti convegni, 
in casa dello storico Andrea Morosini, dove correvano i 
pi begli ingegni di Venezia, fra' quali Lionardo Donato e 
Nicol Contarini che furono dogi; il celebre Domenico 
Molino, senatore autorevolissimo per disinteresse e patri-
ottismo, e di svariata letteratura; Antonio Querini, che an-
ni dopo difese la Repubblica dall'interdetto; Giovananto-
nio Veniero che, sopravvissuto al Sarpi, gli fece un assai 
bello epitaffio latino; Ottaviano Bono e Marco Trevisano, 
amicissimi a Fr Paolo, e pi altri fra i primi dell'ordine 
patrizio e cittadinesco. O in casa di Bernardo Secchini, 
mercatante all'insegna della Nave d'oro in Merceria, dove 
si accoglievano assai forestieri che per commerci avevano 
navigato a paesi lontani, e persino l'India o l'America. E fu 
ivi che si amic Pietro Asselineau d'Orleans, uomo erudito 
e medico non volgare; n facevano ostacolo le diverse 
credenze essendo Pietro calvinista: ch i saggi non si mi-
surano coi pregiudizii del volgo e sanno che la vera reli-
gione non si definisce per astruserie metafisiche e formole 
meccaniche che ogni tristo pu praticare senza essere mi-
gliore; ma dall'esempio di sode virt e di quella carit 
senza la quale, a detta del grande Apostolo, nissuno pu 
essere cristiano.
In casa Morosini si ragionava di scienze o di lettere, e 
in quest'altra delle cose del mondo. Fr Paolo si dilettava 
di raccogliere dai viaggiatori notizie sui costumi, le leggi, 
le religioni de' popoli, variet di climi, produzioni della 
natura ed altre erudite curiosit. E si compiaceva ancora di 
udire le cose di politica, le vicende delle guerre, lo spirito 
delle corti, l'ingegno dei ministri e ci che succedeva nei 
paesi d'oltremonti o nella Italia: gusto ch'egli ebbe sempre 
fin presso al termine di sua vita. E fu osservato essere lui 
cos penetrativo, che di rado sbagliava i giudizi intorno a 
ci che fossero per partorire i tali o tali andari della sem-
pre girevole diplomazia.
Di volta in volta faceva alcune gite scientifiche a Pado-
va, dov'erano suoi amici il professore Gerolamo Fabricio 
di Acquapendente, il Galileo, Sartorio Sartori, medico ri-
putatissimo, allora allievo, poi professore nella universit 
medesima, e Gianvincenzo Pinelli, letterato di estesa eru-
dizione. Nella casa del quale impar a conoscere e diven-
ne amico strettissimo di Marino Ghetaldo, gentiluomo di 
Ragusi e matematico profondo. Andava il Sarpi a visitare 
il Pinelli, che, crogiolato da gota, si alz per incontrarlo; e 
tutti i presenti fecero l'istesso. E posciach fu partito chie-
se Marino chi fosse il frate degno di tanta onorevole acco-
glienza.  Un grande ingegno.  In che?  In che pi 
vi piace. Voi siete gran matematico: pensateci sopra, sce-
gliete qualche difficile problema da imbrogliarlo; lo invi-
ter qui a pranzo e sentirete.  Venne Fr Paolo all'invito: 
Marino fece di tutto per avvilupparlo, ma il frate fu cos 
pronto alle risposte, le questioni risolse con tanta facilit, 
che il Raguseo ebbe a restarne attonito.
E gi la fama soverchiando la sua ritiratezza e modestia 
lo vantava anco di lungi, di forma che molti forestieri ca-
pitati a Venezia l'andavano a visitare: fu tra questi l'inglese 
Guglielmo Gilbert e il celebre Claudio Peiress, francese, 
di enciclopedico sapere, che allora studiava a Padova. Al-
tri dotti corrispondevano con lui per lettere, e lo stesso 
governo veneto lo adoper pi volte a servire di compa-
gnia ad illustri personaggi. Fra i quali fu il de Maisse no-
minato di sopra, tornato a Venezia nel 1595 col vescovo di 
Evreux, poi cardinale di Perron. Spediva questo prelato a 
Roma Enrico IV re di Francia onde trattare col papa la sua 
riconciliazione; ma ebbe ordine di fermarsi prima a Vene-
zia a conferire col senato, coll'aiuto e interponimento del 
quale riusc infatti nella sua missione. Ora il governo, vo-
lendo onorare in lui il monarca che lo mandava, non cre-
dette di dargli migliori compagni del Sarpi e di Luigi Lol-
lino suo amico, poi vescovo di Belluno, dotto grecista. Il 
quale Perron, cervellino leggiero e sprezzante, come tal-
volta i Francesi sono, disse di avere trovato in Italia nissun 
dotto, eppure ve n'erano a quel tempo alcuni: e del Sarpi 
parlando aggiunse che aveva molto spirito, che era un po' 
pi che frate, ma erudito niente. Il che era, come risponde 
il Morofio, negare la luce del sole, e che Fr Paolo non 
pur era un po' pi che frate; ma molto pi che il cardinale.
Fr Paolo era estremamente sobrio. Pochi legumi, un 
poco di pane abbrostito e un bicchiere di vino bianco co-
stituivano il suo pasto ordinario. Anzi vino non bebbe se 
non dopo i trent'anni; prima dei 55 non gust quasi mai 
carne; poscia ne us, ma in cos scarsa misura che era me-
raviglia. Non mangiava mai in camera, neppure quando fu 
consultore che aveva comodi, mezzi ed autorit di farlo; 
ma sempre in refettorio comune, e dalla comune cucina. 
Poco dava al sonno, le intiere notti passava allo studio in 
orazione, e stanco si gettava vestito sopra una cassa. Cos 
poco logorava il letto che due paia di lenzuoli gli durarono 
oltre vent'anni, e ne fu fatto espresso ricordo ne' registri 
del convento.
Curava le mondizie della persona colla decenza di un 
filosofo e trascurava la eleganza del vestire colla gravit 
di un ecclesiastico, non con l'affettata sudiceria di un cini-
co. Non ebbe mai pi di un abito, a tal che ove fosse cadu-
to in acqua gli sarebbe convenuto aspettare che fosse a-
sciutto per vestirsi. Nissun pensiero di s fidava nelle pa-
terne cure di un buono e vecchio frate per nome Giulio, 
che lo amava sin da fanciullo, il quale riceveva dal con-
vento i danari per vestimento e calzatura e biancheria, e a 
tempo lo provvedeva; Ei lo chiamava suo padre.
Patto poi consultore e fornito di generosi stipendi, non 
fu pi di alcuno aggravio alla comunit, cui anzi sovvenne 
largamente del proprio.
Nella sua cella risplendette mai sempre la pi rigida 
semplicit claustrale; e dopo morto, assai curiosi andati a 
vederla stupirono come un uomo, oggetto di tanti amori e 
di tanti odii, visitato da principi, liberalmente provisionato 
dalla repubblica, fosse vissuto cos poveramente. Un let-
ticciuolo, una cassa dove teneva le sue scritture, e che 
spesso gli serviva da letto, un tavolino, una scranna, un 
crocifisso, un teschio umano, un quadretto rappresentante 
Cristo nell'orto, erano i soli mobili; i suoi libri, quelli del 
convento e i prestati o donati.
Avvegnach i monaci facessero professione di umilt, 
non hanno mai saputo esimersi dall'orgoglio dei titoli fa-
stosi. Nella Tebaide e nella Siria, culla del monachismo, 
nacque l'uso di dare il nome di abba o padre ad ogni capo 
di comunit monastica, poi ad ogni monaco distinto, indi a 
tutti; ma i Greci mutarono questo titolo per un altro, calo-
geros o buon vecchio, ancor pi reverendo stante il rispet-
to che hanno i Levantini per la vecchiaia. In Occidente il 
titolo originario di abate rest ai capi del monastero, e la 
sua traduzione, cio Padre, divent comune a tutti i mona-
ci. San Francesco non volle che i suoi seguaci si chiamas-
sero Padri, ma Frati, che nella lingua italiana di quel seco-
lo suonava fratelli; ma non perseverarono, n guari and 
che tutto il mondo fu pieno di padri che non erano mariti. 
La voglia di superbire sotto veste di umilt aggiunse in 
appresso il titolo di maestro; a tal che ogni fraticciuolo 
che sapeva quattro parole di teologia si enunciava fasto-
samente un padre-maestro. Ma il Sarpi amante della sem-
plicit, e da tali ridicoli orgogli abborrente, us mai sem-
pre, e dalla sua prima giovinezza, di denominarsi e sotto-
scriversi Fr Paolo veneto; nella guisa istessa che il buon 
papa Clemente XIV finch fu frate non si chiam n si fe-
ce mai chiamare altrimenti che Frate Ganganelli. N  
questo il solo punto di approssimazione fra que' due gran-
di uomini, pari essendo stata in loro altres la bont dell'a-
nimo, la piet spregiudicata e sincera, la schiettezza delle 
opinioni, l'odio alle divote puerilit, lo spirito di tolleran-
za, l'amore agli studi, il cuore vacuo da ambizioni, e il 
pensiero che si sublima al di l delle prevenzioni umane, e 
considera la religione non quale viene impicciolita da mi-
nute pratiche volgari, ma dalle grandi virt che inspira e 
dagli innumerevoli effetti morali da lei prodotti nella so-
ciet.
Fr Paolo, non pat mai di essere ritratto, comunque 
grandi fossero le istanze fatte da principi e da eminenti 
personaggi e pi specialmente dal suo amico Domenico 
Molino; quindi poca fede meritano le medaglie che si 
spacciano di lui, e sono menzogneri coloro che asserirono 
averne dal Sarpi medesimo ricevuto il ritratto. N l'a-
vremmo senza lo zelo di Giorgio Contarini, patrizio vene-
to, che appena spirato il grand'uomo ne fece levare la ma-
schera in gesso, poi la fece effigiare in tela, indi intagliare 
in rame, indi scolpire in madreperla; e o fosse gusto in-
contentabile del Contarini, o difficolt vera negli artisti ad 
esprimere i tratti caratteristici di quella maschia fisiono-
mia, il generoso patrizio pens anco a farlo scolpire in bu-
sto di marmo: ma ignoro se abbia dato esecuzione a 
quest'ultimo desiderio.
Ritratti di Fr Paolo intagliati sul rame ne girano vari, e 
diversi anco nelle forme;  imperci difficile a scernere il 
migliore. Il dipinto in tela si crede quello che ora conser-
vasi nella biblioteca di san Marco, attribuito a Leandro da 
Ponte, mezzo busto di grandezza naturale, e seduto. Lo 
sculto in madreperla, lavoro egregio di Gaspare Becelio, 
l'allievo migliore del celebre Sansovino, legato in forma di 
cammeo e ornato di preziosissime gioie appartenne lun-
gamente a casa Molino; finch disgemmato (s'intende) 
cadde in possesso della Marciana anzidetta dove tuttora si 
vede; e questa io ritengo la pi somigliante effigie del 
Sarpi, quantunque l'erudito Emanuele Cicogna sentenzi in 
favore del dipinto in tela.
Fr Paolo era di statura comune, la testa aveva ben fatta 
ma all'avvenente del corpo, grossa; la fronte spaziosa, in-
dizio di grandi pensieri, intersecata nel mezzo da grossa e 
ben distinta vena; le ciglia inarcate; gli occhi grandi, neri e 
vivaci, e nell'arcata orbicolare dell'occhio il frenologo 
Gall avrebbevi di leggieri ravvisato l'organo dei numeri; la 
vista acutissima sino a 55 anni quando cominci a scapi-
tarne da usare gli occhiali, non mai per alla messa, che i 
riti sapeva a memoria; il naso piuttosto grosso e lungo, ma 
ben fatto; rada la barba, ma senza deformit; graziosa la 
bocca, colorite le labbra; bei denti cui sempre conserv; 
bella sommamente la mano e le dita, ma grande quella e 
lunghe assai queste; il colorito tra il bianco e l'olivastro 
con qualche tintura di rossore.
Era magrissimo, comech la mole della testa e la gros-
sezza del collo lo presentassero anzi muscoloso che no, e 
che l'abito fratesco nascondesse l'esilit del rimanente; ma 
sotto panni era s stremo che pareva una testura di ossa. 
Gracile ancora la complessione: pativa spessi dolori di ca-
po che degeneravano in febbri, talvolta anco lunghe; di 
ritenzione d'orina, infermit comune a' letterati di troppo 
sedentaria vita; e di emorroidi che gli cagionarono una 
procidenza dell'intestino retto che qualche volta fu per 
troncargli la vita; ma si era fabbricato da s uno strumento 
col quale facilissimamente lo rimetteva a suo posto, dopo 
di che questa infermit molesta non gli rec pi che un 
lieve disturbo. Prima del 1605 era cos male andato di sa-
lute, che egli stesso contava ogni anno per l'ultimo, e tutti 
quelli che lo praticavano, non ne facevano giudizio diver-
so; ma succeduto l'affare dell'interdetto, l'occupazione del-
lo spirito congiunta a quella del corpo, il muoversi conti-
nuo, quell'andare ogni giorno o pi volte al giorno dal 
convento al palazzo, una vita meno uniforme, un conver-
sare pi svariato, il trovarsi, bench solitario, in un mondo 
di viventi e in mezzo ai grandi affari, e il carteggiare assi-
duo ora col governo, ora coi pi grandi letterati d'Europa, 
gli restituirono talmente la buona salute che non pat pi 
se non se pochi incomodi, ed una sol volta per innormale 
natura fu obbligato a letto.
Nelle malattie, come ancora negli abituali suoi acciac-
chi, era solito medicarsi da s. Portava opinione che il 
consueto metodo di medicare con una subita e totale mu-
tazione nel vivere e nelle azioni, e con tante purghe, non 
vale altro che a prolungare la convalescenza; e che, mas-
sime negli uomini di grave et, il tralasciare per molti 
giorni le azioni solite deteriorava di molto l'uso delle parti 
del corpo loro, e che il solo mettersi a letto mutando im-
provvisamente vitto ed occupazione era un volere amma-
larsi. E perci bisognava bene che il male fosse violentis-
simo perch al letto potesse obbligarlo. Le sue medicine 
erano sostanze semplici, cassia, manna, polpa di tamarin-
do; o se composte, le preparava da s. Del resto lo stesso 
genere di vita come in ogni altra occasione, e solo regola-
va la qualit degli alimenti dal pi al meno; e se travaglia-
to da febbre, solo nel forte degli accessi si sdraiava sopra 
la sua cassa. Con questo metodo severo seppe conservare 
ad un corpo gracile oltre a 70 anni di vita e resistere a lun-
ghe vigilie e a studi faticosissimi. Quando infermo, anzi-
ch avvilirsi o muover lamenti e querele, diventava pi 
del solito ilare e giocoso, e le facezie gli abbondavano s 
che moveva spesso i circostanti a riso.
Era dotato di una passibilit, o vogliam dire facolt sen-
sitiva, straordinaria: squisitissimi i suoi sensi; e special-
mente il palato, non corrotto mai da cibi artificiali, sapeva 
distinguere tutti i sapori, di forma che era solito dire che 
di veleno non l'avrebbero ucciso. Infatti una volta gli fu 
recato nel refettorio del biscotto, il quale, assaggiato ap-
pena, rigett, e le poche briciole inghiottite gli cagionaro-
no indisposizione per alcuni giorni.
Questa sensilit si estendeva sino alla memoria, in lui 
costante, tenacissima. Andato in un luogo una volta, si ri-
cordava anco lunga pezza dappoi dei minimi oggetti vedu-
tivi, e gli descriveva con tale minutezza come se ancora 
gli stessero sotto gli occhi. Uomini eruditissimi a Roma a 
studiare quell'emporio di monumenti antichi che ivi si 
conservano, storia parlante dei secoli che pi non sono, 
ebbero spesso a meravigliare di Fr Paolo nell'udirlo de-
scrivere alcuno di quei monumenti e ricordare particolari-
t sfuggite a meno attenti osservatori.
Perspicacissimo, e di rado erroneo ne' suoi giudizi, sa-
peva conoscere a prima vista l'indole e l'ingegno degli 
uomini, e il suo occhio penetrativo e sagace s'inoltrava 
persino nelle pi occulte intenzioni, e possiedeva in som-
mo grado l'artifizio di far parlare altrui, e in via d'interro-
gazioni obbligarli ad esternare i loro pensieri; il che egli, 
usando l'espressione di Socrate, chiamava far da levatrice 
e aiutare altrui a partorire.
Parlava poco, udiva molto, pi atto a scoprire gli inten-
dimenti di altri che a rivelare i propri. Cogli stranieri al 
sommo guardingo, e pi ufficioso che libero; ingenuo co-
gli amici, in ogni cosa modesto, e poco sopportatore di e-
logi, i quali, bench giusti, lo facevano arrossire e lo im-
barazzavano. Avverso ad ogni frivolezza, la sola vista del 
giuoco, anco di passatempo (cui stimava occupazione di 
talento avaro) gli dava noia. Ci nulla ostante la sua con-
versazione era amena, il parlare sentenzioso e vibrato, e 
sparso a proposito di motti faceti, pieni di sale e di senti-
mento. Passava con molta facilit sopra ogni sorte di ar-
gomenti, il che doveva principalmente alla vastit delle 
sue cognizioni e alla sua profonda pratica delle cose e de-
gli uomini. Parlava di tutto, ma sempre richiesto, non mai 
o di rado chiedente. La prontezza della sua memoria nel 
citare autori e tempi e testimonianze faceva ammirare per-
sino i pi destri. La sua eloquenza, tal quale nelle sue ope-
re, pi nei pensieri che nelle parole. Nella conversazione 
famigliare usava il dialetto natio; possiedeva perfettamen-
te il latino, il francese, lo spagnuolo, il greco antico e mo-
derno; nell'ebreo era profondo, nel caldeo pi che medio-
cre, aveva pratica del dialetto rabbinico, e degli altri idio-
mi semitici aveva pi o meno leggiera tinta. E con tanto 
sapere era cos umile e cos poco smanioso di farsi cono-
scere, che a chi gi saputo non lo avesse, gli bisognava 
una lunga conversazione per misurare gli spazi infiniti ab-
bracciati dal suo genio.
La continua pratica con principi e signori aveva dato al-
le sue maniere una certa dignit e non curata eleganza, che 
riusciva ancor pi attraente sotto la modestia dell'abito e 
del discorso e nella povert della cella.
Era disinteressatissimo e praticava la povert monasti-
ca, non apparente, fallace, insidiosamente avara, ma con 
lealt evangelica. Roba, libri, danari, tutto ad uso comune; 
nulla custodiva, e lasciava che ciascuno pigliasse ci che 
voleva. A chi prestanzava da lui diceva: Srviti, finch io 
lo richiedo; e quando voleva rendere rispondeva: Non mi 
abbisogna per adesso, fanne ancora il piacer tuo. Non 
chiedeva restituzione, non verificava il restituito; i ringra-
ziamenti sdegnava, i regali abborriva, solo a lui grato do-
no un libro fattogli dall'autore o da mano amica, o memo-
ria di amico defunto. E a chi rimproveravagli tanta gene-
rosit, rispondeva: Imitiamo Dio e la natura che danno e 
non prestano. Per converso poco esigeva da altri e non 
chiedeva servizio senza, in quel miglior modo che potes-
se, rimunerarlo. Colla quale magnanimit si rese la delizia 
del suo convento e l'amore di tutti che lo avvicinavano, ed 
era impossibile di trattare una volta con lui e non affezio-
narsi ad uomo che possiedeva s alte virt di mente e di 
cuore e faceva ogni sforzo per occultarle.
Austero per s, sopportatore benigno degli altri, amava 
di sentirsi rimproverare i propri difetti e tosto dava opera 
ad emendarli. Con ci giunse a cattivarsi una illimitata 
benevolenza de' suoi confratelli che le sue parole tenevano 
in conto di oracoli, la sua presenza rispettavano come un 
santuario: amore tramandato da loro ai succedenti, e il 
nome di Fr Paolo divenne il pi nobile orgoglio dei Ser-
viti veneziani, e ancora ne serbavano pia rimembranza 
quando quel convento fu da Napoleone soppresso nel 
1810.
Non fu mai veduto andare in collera, la calma del suo 
spirito non lo abbandon mai neppure nelle pi ardue cir-
costanze. E bench gaio e frizzante, era cos ritenuto e 
grave che non che gli sfuggisse mai parola indecente, si 
astenne persino da quelle interiezioni famigliarissime al 
dialetto veneziano, alla f, vi giuro da amico, e simili. Nel 
consigliare, non autorevole, ma insinuante, ed aveva l'arte 
difficile di far gradire i suoi consigli come se propri fosse-
ro di quelli a cui gl'indirizzava.
Che se fra tante perfezioni morali Fr Paolo non seppe 
esimersi da una tal quale acerbit avverso la corte di Ro-
ma, ci vuol dire ch'egli ancora era uomo. E se i papi che 
si dicono santissimi e beatissimi e per soprassoma anco 
infallibili, nutrirono avverso di lui e si tramandarono come 
per fedecommesso un odio implacabile, come pretendere 
che un frate, con tutte le imperfezioni umane dopo tanti 
torti, tante calunnie, tanti attentati contro la vita e l'onore 
dovesse essere pi infallibile di loro? Chi ha meno ragione 
di accusarlo sono i curiali, essi che mai non si stancarono 
di perseguitarlo vivo e di vilipenderne il nome e la memo-
ria posciach scese nel sepolcro. Aveva ragione Erasmo 
quando disse che Lutero non sarebbe mai stato un eretico 
se non toccava il ventre ai frati e la tiara al papa: due pec-
cati che non si rimettono mai n in questo secolo n nel 
futuro. E Fr Paolo sarebbe stato un santo, avrebbe fatto 
miracoli, e sarebbe onorato di culto e di altari se non aves-
se scritto contro le pretese temporali de' pontefici. Tanto  
vero che in molti la religione non  altro che l'idolo delle 
loro passioni, e che se non esistesse un modello eterno per 
distinguere la virt, troppo spesso sarebbe calunniata co-
me specie del vizio.
CAPO SESTO
(1590). Quantunque fra le occupazioni scientifiche di 
Fr Paolo egli si adoperasse eziandio a decomporre metal-
li, a distillazioni e ad altri esperimenti di chimica, quale lo 
stato infantile di questa scienza lo poteva permettere, il 
suo buon senso lo tenne lontano dalle visionarie dottrine 
degli alchimisti e de' teurgici, nelle quali era incappato il 
Van Helmont, il Cardano e pi altri filosofi suoi contem-
poranei, ed era cos persuaso della vanit di quelle scienze 
che non ebbe alcuna difficolt di deriderle.
Imperocch al principio del 1590 comparve a Venezia, 
dopo avere peregrinato altri luoghi d'Italia e gabbato non 
pochi, un ciarlatano per nome Marco Bragadino di Cipro, 
gi frate cappuccino, il quale si vantava di sapere far l'oro 
e dava a s stesso il titolo fastoso di Mammona, dio della 
ricchezza.  incredibile la vertigine eccitata da quel frate 
ciurmatore. Tutti i principi lo volevano: Enrico IV commi-
se al suo ambasciatore a Venezia d'invitarlo alla sua corte; 
Sisto V, come che tanto spregiudicato, vi pretendeva ra-
gioni perch era frate: ma Bragadino diceva di voler pre-
ferire Venezia, perch a lui patria. Alloggiava nella splen-
dida casa dei Dandolo, si trattava magnificamente, condu-
ceva con s due cani con collare d'oro: e possiedendo il 
secreto di combinare il mercurio con altri o metalli o mi-
nerali s che la composizione pigliava il color d'oro, fa-
cendo sue esperienze con prosopopea e bella grazia trap-
polava quanti avevano la stolta di fidare in lui; finch co-
nosciuta l'impostura, fu bandito. Andato in Baviera, l'Elet-
tore, giuntato da lui, il fece impiccare, poi abbruciare (nel 
1591) come stregone, e con esso anco i cani, cui gl'inqui-
sitori nell'alta loro sapienza sospettarono diavoli.
Dimorando in Venezia, ambasciatori, nunzi, patrizi, 
plebe, tutti correvano a vedere far l'oro; e fra tanto delirio 
di gente civile, un barbaro si fece distinguere per santit di 
cervello. Essendo che un Ciavs turco, mandato per nego-
zi dal Gran Signore a Venezia, udendo come quegli faceva 
l'oro, disse facetamente: Se  vero, il mio Sultano verr a 
servirlo. Molti si fecero intorno a Fr Paolo acci ch'egli 
pure andasse a vedere; ma e' se ne burlava, e colle solite 
sue lepidezze mescolate a sodi ragionamenti cercava di 
trarre d'inganno altrui. Per suo consiglio, affine di scredi-
tare il ciarlatano, fu fatta una mascherata di giovani nobili 
che girando in gondola vestiti da Mammona, con crogiuo-
li, mantici, boccette, fabbricavano oro e lo vendevano a 
cinque lire il soldo; sferzando cos la bricconeria del 
ciurmatore che rubava cinque lire in buoni denari, per un 
soldo che dava del suo oro.
Di tal forma passava il Sarpi l'innocente sua vita, quan-
do verso questo tempo vennero a sturbarla le discordie de' 
frati.
Al Capitolo generale di Cesena (7 giugno 1588) i frati, 
dovendo eleggere il loro capo, si trovarono al solito divisi 
in due fazioni: i Fiorentini e Bolognesi colle provincie lo-
ro aderenti portavano Giovan Battista Libranzio da Bu-
drio, stato per 25 anni professore di metafisica a Pisa, e 
raccomandato caldamente alla corte di Roma dal granduca 
Francesco, morto l'anno innanzi; e i Lombardi e Veneziani 
favorivano Battista Micolla milanese che per essere stato 
procuratore aveva ottenuto dispensa dal papa per le non 
compiute vacanze. Vinsero i primi, ed essendo il Libran-
zio uomo buono e pacifico e poco atto a contenere una 
frataglia inquieta, nacquero tumulti, disordini, accuse, im-
prigionamenti, e lo stesso generale fu incolpato d'insuffi-
cienza e di troppa sopportazione. Il protettore cerc di 
mettere qualche accordo, ma non fu possibile. Sisto V 
chiam il generale a Roma (1590), e avendo fatto espe-
rienza del senno ed imparzialit di Fr Paolo, gli comand 
che si recasse a Bologna, e giudicasse quelle faccende in-
sieme a' suoi auditori di Ruota. Vi and nel mese di mar-
zo, fu libero da passioni, e tanto dotto si mostr nelle leggi 
e nelle pratiche della curia che gli stessi auditori si ripor-
tavano al suo giudizio. Alcuni de' pi discoli furono casti-
gati, e la causa del generale rest interrotta per la morte di 
lui in Roma, colpito da apoplessia a' 12 d'aprile, onde 
sciolto dal pontefice il tribunale, Fr Paolo si restitu in 
patria nel maggio seguente.
Forse il lettore si annoia che lo trattengo di pettegolezzi 
monastici, ne' quali il grand'uomo si smarrisce e non si 
vede che un cappuccio. Io infatti rimasi dubbio se doveva 
narrarli; ma considerata la qualit del mio tema, parvemi 
che l'ommissione avrebbe lasciata una lacuna nella conti-
nuit dei casi che nella vita sono una catena successiva di 
cause ed effetti: molto pi quando si tratta di personaggi 
eminenti, nella vita de' quali anco le inezie sono curiose a 
sapersi, apparendo come le macchiette di un gran quadro 
che danno risalto alle figure pi cospicue, e compiono la 
rappresentazione del soggetto. Oltre a ci, la variet degli 
argomenti  bellezza in ogni libro; e le cose qui narrate ed 
in sguito, se ci fanno per qualche momento dimenticare 
l'uomo illustre, hanno anch'esse il loro vantaggio, pingen-
doci le domestiche abitudini di una casta che per molti se-
coli ha dominato le opinioni del mondo; e forse un acuto 
lettore sapr dedurne qualche utile riflessione sulla muta-
bilit degli affetti umani, e sui principii di interesse o di 
prevenzione donde troppo spesso gli uomini sogliono de-
rivare i loro giudicii. Qui vediamo Fr Paolo onorato e 
stimato in corte di Roma; pi oltre lo vedremo ingiuriato e 
vilipeso.
Restato adunque vacante il generalato, il granduca Fer-
dinando, altro protettore di frati, succeduto al fratello 
Francesco, raccomand perch fosse dato ad interim, fino 
al compimento del triennio, a Fr Lelio Baglioni di Firen-
ze procuratore dell'Ordine, nel che fu compiaciuto da Si-
sto V; e nel seguente anno (1591) ottenne da Gregorio 
XIV che fosse confermato pel triennio successivo. Le qua-
li cose, bench remote e indifferenti a Fr Paolo, gli frutta-
rono gravi disturbi, cui per bene intendere mi conviene 
tornare indietro alcun poco.
Quand'egli and procuratore a Roma era provinciale di 
Venezia il padre Gabriele Dardano, di nobile famiglia ve-
neta, ma ambizioso dei gradi supremi, imbroglione ed a-
vido: difetti che astutamente copriva con una apparente 
santimonia. Fondatore e regolatore di una congregazione 
di pinzochere, era venerato dal volgo e stimato a Roma, 
dove tali instituti sono in pregio, essendo la divozione 
donnesca quella che mantiene in credito i santi. Ma a Fr 
Gabriele fruttava altrimenti, perocch col pretesto di soc-
correre le sue figliuole spirituali, pettegolava nelle case de' 
ricchi in busca di limosine, che poi servivano anco per lui. 
Fr Paolo che lo credeva inframmettente, ma non bricco-
ne, nel partire gli raccomand i frati suoi amici o clienti; 
ma il Dardano seguendo il suo talento rapace, non fece pi 
distinzione di quelli che degli altri, e tutti espil con le a-
stuzie di un pubblicano, e sfrutt i beni del convento e 
della provincia, e destreggiandosi a far mercatura e con-
trabbandi, e a intricar liti, e in ogni altro garbuglio dove 
potesse cavar denari, era riuscito ad ammassare un bel pe-
culio. Ambiva il generalato; e per farsi largo spendeva a 
Roma coi cortegiani, massime con quelli del cardinal pro-
tettore che ricambiavano di raccomandazioni o di elogi il 
ladro a cui la liberalit teneva luogo di merito. Ma gli da-
va ombra il sentire come Fr Paolo, col quale carteggiava 
continuamente, fosse onorato in corte, fatto vicario dal 
generale, e portato favorevolmente nei pensieri del ponte-
fice che lo ammetteva a spessi e famigliari colloqui. E te-
mendo che tanta estimazione non fosse per attraversare i 
suoi disegni, pens al modo di levarselo di mezzo; comin-
ci a scrivergli che era omai tempo di pensare a s, e che 
avrebbe dovuto usare l'aura propizia per tirarsi fuora dalle 
angustie del convento e inalzarsi ai primi onori della 
Chiesa: profittasse di pontefice benevolo e una mitra o un 
cappello rosso essere da preferire ad un povero cappuccio. 
Ma il Sarpi che non si sentiva di queste ambizioni rispon-
deva in tuono contrario; e una volta scrivendogli in cifra si 
lasci scappare alcune frasi un po' ardite, dicendo che non 
apprezzava la corte, che anzi la abborriva, stantech ivi le 
dignit non si possono ottenere se non con male arti. Bi-
sogna che Fr Paolo avesse ragione, e che la corte romana 
sia una peccatrice incorreggibile, perch due secoli dopo il 
celebre Scipione de' Ricci, che fu poi vescovo di Pistoia, 
fu disgustato dai raggiri e dalle cabale di quella corte, e 
trov essere incompatibile il mantenersi galantuomo e 
perfetto cristiano entrando nella carriera della prelatura 
coll'idea, come dicono, di far fortuna e di pervenire ad al-
ti posti; e se alcuno vi  riuscito, lo giudicava il rara avis 
in terris.
Tornato Fr Paolo a Venezia e udite le furfanterie del 
Dardano e le querele degli amici, anzi di tutto il convento, 
vennero fra loro a parole, indi ad aperta nemicizia, e scris-
sero a Roma l'uno contro l'altro: Fr Paolo producendo le 
prove della mala amministrazione del Dardano, e questi 
accusando Fr Paolo di sospetto nella fede per ci che 
praticava con eretici ed ebrei. Non era creduto l'ex-
provinciale perch la riputazione del Sarpi era troppo bene 
stabilita; e poco si avvantaggiava l'ex-procuratore, perch 
Gabriele spendeva alla ricca e coi doni si era guadagnata 
la protezione del nipote al cardinale Santorio, e del Santo-
rio medesimo, che sedotto da lui gli promise il generalato 
alla prima favorevole occasione.
(1592). Intanto non potendo vendicarsi su Fr Paolo, 
Gabriele si volt ad offenderlo in quel Fr Giulio, vecchio 
pi che settuagenario, cui egli chiamava suo padre e che si 
prendeva tanta amorosa cura di lui. E cogliendo occasione 
di pettegolezzi da confessionario, brig col patriarca e gli 
fe' togliere la facolt delle confessioni; e perch certe mo-
nache sue penitenti minacciavano di cavare gli occhi a chi 
voleva privarle del loro direttore spirituale, Fr Giulio, ac-
cusato di fomentare la sedizione nella monacaia, fu man-
dato per castigo a Bologna, dopo 50 anni di soggiorno a 
Venezia. Il Sarpi ne fu tocco al vivo, non per l'offesa pro-
pria, ma per l'ingiusta persecuzione, e perch il buon frate 
assai si cruciava di essere tolto alle sue vecchie abitudini: 
e memore dei molti amici che aveva in Roma e della stima 
di cui lo onoravano assai prelati, altronde sapendo il pro-
verbio che chi vuole vada e chi non vuole mandi, si deci-
se, abbench gi si approssimasse l'inverno, di correre egli 
stesso col, affine di giustificare l'amico presso il cardinal 
protettore ed il nuovo pontefice Clemente VIII, asceso a' 
primi di quell'anno. In vero i caritatevoli suoi uffici furono 
gratamente accolti, ed ebbe il piacere di ricondurre a Ve-
nezia e alle sue monache il travagliato Fr Giulio.
N fu senza nuova onoranza del Sarpi quell'andata; im-
perocch, trattandosi allora la causa del duca Enrico di 
Gioiosa, il pontefice, sapendo quanto Fr Paolo fosse pro-
fondo teologo, volle che anch'egli intervenisse. Quel prin-
cipe, all'et di 20 anni, per disgusto della perdita di una 
sposa da lui caldamente amata, si fece cappuccino nel 
1587. Cinque anni poi, morto suo fratello, unico erede 
maschio della casa, chiese al papa dispensa di secolariz-
zarsi; e il papa ne commise l'esame ad una congregazione 
di cardinali e teologi, i quali spropositarono tante esorbi-
tanze sulla sconfinata potest pontificia, che il Bellarmino, 
rivolto a Fr Paolo, disse sotto voce: Queste sono le cose 
che hanno fatto perdere la Germania, e lo stesso faranno 
della Francia e di altri regni. Ma quel prelato non fu con-
forme a s stesso, perch da poi scrisse anch'egli esorbi-
tanze simili, se non anco peggiori. Infine i rispetti umani, 
le raccomandazioni della corte di Francia e l'influenza del 
cardinale di Gioiosa, fecero sortire la dispensa verso la fi-
ne di quell'anno 1592. Torn alla professione dell'armi, 
alcuni anni dopo s'incappuccin di nuovo, e mor a Torino 
nel 1609 per strapazzi di un pellegrinaggio a Roma fatto 
di verno e a piedi.
Il Santa Severina, a cui piaceva l'ingegno e la probit di 
Fr Paolo, volendo da una parte guadagnarselo e dall'altra 
levarsi col beneficio questo impedimento a' suoi disegni, 
temendo non fosse egli, invece del Dardano, proposto e 
sostenuto a generale de' Servi, fece ogni possa per tratte-
nerlo presso di s; e non riuscendo, l'anno appresso (1593) 
gli scrisse di suo pugno avvisandolo che lo aveva racco-
mandato al pontefice per farlo vescovo di Milopotamo in 
Candia. Dicono che il pontefice lo ricusasse per sinistra 
opinione che aveva di lui, siccome d'uomo che teneva pra-
tica con eterodossi. Ma ci non si accorda con quello che 
abbiamo detto di sopra, n Clemente VIII era cos pinzo-
chero da lasciarsi allucinare da superstizioni plebee.
Pare piuttosto, da quello che ho potuto raccogliere, che 
la sede di Milopotamo, essendo povera e con pochi abi-
tanti, sia stata congiunta, per un concordato tra la Santa 
Sede ed il governo veneto, con quella di Retimo pure in 
Candia, e a questa, alcuni anni dopo, essendo restata va-
cante, fu promosso Luca Stella di primaria famiglia citta-
dinesca veneziana, chierico della camera apostolica e refe-
rendario dell'una e dell'altra segnatura, che fu poi arcive-
scovo d'Adria, poi di Creta, poi arcivescovo vescovo di 
Vicenza, poi di Padova, la pi grassa sede episcopale dello 
Stato veneto dando 24,000 ducati di rendita: dalle quali 
numerose traslazioni, contrarie anco ai canoni ecclesiasti-
ci, si vede lo Stella essere stato un buon cacciatore di be-
nefizi e grato alla corte.
(1594-97). Durante questo tempo le speranze di Gabrie-
le erano state deluse due volte; perocch, morto il genera-
le Libranzio, gli venne sostituito, come narrai, Fr Lelio 
Baglioni, portato anco dal Santa Severina, facendosi pro-
mettere che terminato il suo triennio farebbe opera perch 
Gabriele gli succedesse. Ma Lelio che ambiva, come tutti, 
di prolungarsi pi che poteva nella carica, e necessitato a 
lasciarla, cederla ad uno di sua fazione, ader sulle prime 
per non incontrare ostacoli; ma venuto il tempo di rasse-
gnare il comando, intrig tanto, sostenuto dalla continua 
protezione del granduca, che nel Capitolo di Cesena (28 
maggio 1595), a dispetto di alcune opposizioni e delle mi-
naccie del Santa Severina, fu confermato per tre anni an-
cora. Pochi mesi prima Fr Gabriele era stato rieletto pro-
vinciale di Venezia, e fra i due emuli si riaccese una guer-
ra sacra che tutta sconvolse la fratria servitica. Il provin-
ciale non preteriva occasione per far dispetto al generale, e 
il generale usava ogni possa per screditare il provinciale, 
accusandolo persino alla Congregazione della Riforma per 
facinoroso, scellerato e colpevole di gravissimi delitti, e 
trattandolo da spia e da ladro; e che quanto rubava, tutto 
dava al cardinal protettore. Certo  che Dardano era un 
cattivo mobile e che l'ambizione lo moveva a cose ingiu-
ste; ma gli ecclesiastici sono cos avvezzi allo stile decla-
matorio e alle esagerazioni rettoriche, senza darsi mai la 
fatica di provare ci che dicono, che quando regalano di 
queste gentilezze ai loro nemici siamo obbligati in co-
scienza a farvi qualche sottrazione. Checch si fosse del 
vero, il Santa Severina se ne trov offeso, e difendendo il 
suo protetto con quanto ardore lo perseguitava Fr Lelio, 
ne nacquero in corte di Roma e tra i Serviti due fazioni, 
che, povero il mondo, se avessero saputo maneggiare le 
armi come la lingua. Fr Fulgenzio ci accerta che il par-
teggiare tra Guelfi e Ghibellini, tra Bianchi e Neri erano 
ragazzate al cospetto del parteggiare fratesco. Infatti se 
sono cos terribili il diavolo e le donne, quanto pi i frati 
che fanno paura ad entrambi?
Fr Paolo avrebbe voluto starsi neutrale; ma pressato da 
ambe le parti e costretto a decidersi, s per onore proprio 
come per ragione, si schier dal lato del generale. Ci 
nondimeno proponeva termini alla lite, e desiderava che i 
potenti non pi se ne mischiassero, e fosse lasciata la de-
cisione ai liberi suffragi di un Capitolo. Ma Fr Sante, ni-
pote di Gabriele, disse doversi aspettare la inspirazione 
dello Spirito Santo. E Sarpi: Lasciamo da parte lo Spirito 
Santo e operiamo coi mezzi umani. Non avesse mai detto 
s terribile eresia! Sante, o sciocco o maligno, lo denunci 
siccome uno che negava gli aiuti dello Spirito Santo. Ma 
intanto che l'Inquisitore di Venezia aveva il buon senso di 
rigettare l'accusa, un'altra ne insinuava alla Inquisizione di 
Roma, di cui faceva parte il Santa Severina, Fr Gabriele 
incriminandolo nuovamente che conversasse con eretici 
ed ebrei; e per far pi colpo ricord quella fatal lettera in 
cifra che ho detto di sopra, e la sfoder agli occhi degli 
Inquisitori. Ma n il sant'Offzio trov materia di eresia, 
n il cardinale motivo di personale offesa; s solamente gli 
doleva che Fr Paolo, da lui amato e stimato, no 'l volesse 
compiacere ne' suoi desiderii: e pi per questo che per al-
tro gli portava un po' di mal animo. Bene fu per fare un 
cattivo incontro Fr Gabriele, se per avventura la colpa di 
cui lo incusarono non fosse stato un arcano sacro. Era ca-
pitato a Venezia un Servita cui, per saper piangere a sua 
voglia, chiamavano Fr Lagrimino, il quale, ribaldo ed i-
pocrita, fuggendo l'ira del generale, si era acquistata la 
protezione del provinciale. Lagrimino, bravo esorcista, si 
era dato ai lucri del suo mestiere, e fra i clienti si ebbe la 
moglie di un mercatante; la quale in ricompensa che il fra-
te le cacciava dal corpo i diavoli, lo regalava con belle 
pezze di rasi, e mussole e tele fine, che poi Lagrimino, 
Gabriele e monsignor nunzio a Venezia si dividevano da 
buoni amici. La ruberia fu scoperta; Lagrimino fugg; gli 
fu fatto il processo e fu intaccato nella truffa anco Fr Ga-
briele; della qual cosa, essendone corsa la fama a Roma, il 
general Lelio lo accus al governatore che fecelo portare 
in carcere. Ma quelli che avevano avuto parte dei rasi e 
delle mussoline ne ebbero scandalo. Il Santa Severina 
specialmente ne fece uno scalpore da non dirsi col ponte-
fice, e tanto adoper, finch dopo pochi giorni fu rilascia-
to il Dardano e in sua vece fu sostenuto il generale come 
calunniatore.
Intanto fra intrighi e accuse quella fratesca rimestura 
durava da pi anni. Il papa voleva perdere la testa: spediva 
brevi di qua e di l, s'interessavano cardinali, vescovi, pre-
lati e soprattutto le monache; e tanto si erano riscaldati gli 
spiriti che, dovendosi tenere un Capitolo a Vicenza, con-
venne alla polizia di mandarvi una grossa squadra di sbir-
ri. I quali, sapendo che i frati fanno voto di povert, non di 
astinenza, visitarono divotamente la cantina e dispensa lo-
ro, e s si avvinazzarono ed empirono, che fu facile ai Ser-
vi di Maria di disarmarli; e sbirri e frati stavano in punto 
di venire alle archibugiate, se la prudenza di Fr Paolo 
colle preghiere, colle esortazioni e usando di tutto l'ascen-
dente di cui godeva, non impediva quel pazzo e scandalo-
so furore.
(1597). Era convocato a Roma il Capitolo pel primo di 
giugno. Gabriele scaduto dal provincialato si fece nominar 
definitore, e nella prima carica gli succedette Arcangelo 
Piccioni, altro nemico del Sarpi: ambi andarono al Capito-
lo; ma i frati del partito contrario, che assolutamente non 
volevano il Dardano per loro capo, sollecitarono Fr Paolo 
che vi andasse anch'egli, e trovasse via di accordo, altri-
menti non sarebbe pi finita. Ci egli sentiva benissimo; 
ma gli facevano paura le mene dei due frati nemici, quella 
tal lettera in cifra e lo sdegno del cardinal protettore. Gli 
amici ne lo confortavano, appoggiandosi alla antica bene-
volenza del medesimo, e alle graziose lettere scrittegli pi 
volte e anco di recente. Allora il Sarpi ricord facetamente 
l'apologo del leone che aveva chiarito guerra a tutti gli a-
nimali cornuti, il che sentendo la volpe, si nascose dicen-
do: Se il leone vuole che le mie orecchie sieno corna, chi 
vorr contraddirgli? Pure risolse l'andare, ma ben fornito 
di commendatizie per l'ambasciatore veneto e prelati di 
corte. N'era anco sollecitato dal Bernerio cardinale d'A-
scoli, suo vecchio amico, da lui gi conosciuto a Mantova 
quand'era inquisitore, ed ora della Congregazione del 
sant'Offizio; il quale lo assicurava che avrebbe trovato in 
Roma la migliore accoglienza.
Infatti il Santa Severina lo ricevette molto benignamen-
te, e solo si lagn che avesse favorito con troppo calore il 
general Lelio; intorno a che il Sarpi essendosi giustificato 
in modo che il cardinale ne fu contento, questi volle ri-
conciliarlo con Gabriele; al quale tuttavia non riusc di es-
sere generale, opponendosi non pure Veneziani e Lombar-
di, ma i Fiorentini ancora, e chi proponeva uno e chi un 
altro candidato. A talch il papa, che aveva altri disturbi 
per la testa, la fin egli con eleggere ai 30 di maggio Ange-
lo Maria Montorsi; eremita dei Servi del monte Senario 
presso Firenze, pi atto alla santimonia che agli affari, e 
che non accett se non dopo minaccia di scomunica. N 
perci finirono le liti, ma sono estranee alla vita di Fr 
Paolo. Aggiungo solo che morto il Montorsio nel 1600, il 
Dardano fu di nuovo escluso dal generalato, toccato inve-
ce a un frate Arcangelo Tortelli da Parma; e morto anco 
questo il seguente anno, Gabriele ad arbitrio del cardinale 
Santa Severina e contro le regole dell'Ordine, fu nominato 
generale ad interim e confermato da un Capitolo tenuto in 
Roma a' 24 maggio 1603; ma poco godette di un incarico 
procacciato con tanti intrighi, perch mor a Venezia a' 27 
febbraio del 1604. Fr Fulgenzio afferma che per riuscirvi 
spese 40,000 ducati; forse  un po' troppo: ma  sempre 
vero che a Roma si paga e senza danari non si hanno santi.
Il cardinale Santorio di Santa Severina mor ai 7 di giu-
gno del 1603, e mancato questo despota protettore che di-
sponeva delle cariche dell'Ordine come di cosa propria, 
manc il principal fomite della discordia, come bene, 
quantunque con parole velate, osserva l'annalista de' Ser-
viti, contemporaneo. Il che giova a difendere Fr Paolo 
dalla accusa che la attizzasse egli medesimo per la voglia 
di diventar generale: mentre nelle liste de' concorrenti a 
quella dignit, non mai si trova il suo nome.
CAPO SETTIMO
Per breve tempo pot Fr Paolo restituirsi a' suoi studi, 
stantech fu quasi sbito disturbato da altri accidenti, per 
intendere i quali e dar ragione delle cose che seguirono mi 
conviene toccare alcuni punti di storia.
Sisto V era morto nell'agosto del 1590, e se Roma per-
dette un gran papa, comech non molto santissimo, il Sar-
pi perdette un giusto e giudizioso estimatore delle sue 
qualit. Il cardinale Castagna, che gli successe col nome 
di Urbano VII, mor dopo 13 giorni; e Fr Paolo udito il 
suo innalzamento e la pronta sua morte, esclam: Ideo 
raptus est, ne malitia mutaret intellectum ejus. Fu cos 
presto rapito, acciocch la malizia non lo guastasse. Gre-
gorio XIV regn poco pi d 10 mesi, e due mesi soltanto 
Innocenzo IX, a cui succedette a' 28 di gennaio 1592 
Clemente VIII di casa Aldobrandini di Firenze, ambizioso, 
prudente, pratico delle cose e degli uomini, insomma qua-
le il Pallavicino desidera i papi, pi forniti di politica che 
di santit.
Il papato a quei tempi rigogliva di forze, ma lo trava-
gliavano le guerre di religione e l'opposizione sempre cre-
scente del protestantismo. In Francia, dopo sanguinose fa-
zioni tra cattolici ed ugonotti, la famosa lega di Parigi ca-
deva, Enrico IV trionfava, e tra ortodosso ed eretico tene-
va in ardui pensieri la Santa Sede. La Riforma aveva vinto 
in Olanda, minacciava il Belgio, combatteva in Francia; 
l'Italia non era senza sospetti e la crudelt della Inquisi-
zione gli accresceva. I principi mal sopportavano l'enorme 
potere esercitato dai pontefici su di loro, per cui erano vio-
lati tutti i diritti e la stessa loro dignit; e solo stretti dalle 
necessit de' tempi, mordendo il freno, ubbidivano. A ci 
s aggiungevano gli interessi politici associati colla reli-
gione, che bene spesso non era che un pretesto ad altre 
ambizioni. Per le quali cose la corte di Roma si trovava 
implicata in tutte le vicende dell'Occidente, sperando nelle 
une, temendo delle altre. Fra tante passioni e reazioni, i 
successori di san Pietro avevano stremo bisogno di senno 
e di cautela per non precipitare in qualche sinistro da 
comprometterli sul serio, perch il fanatismo  cieco e so-
lo gli occhi della ragione abbracciano spazi infiniti. In co-
s varie difficolt Clemente si condusse con prudenza: fe-
ce assai cose utili, altre lodevoli, concili Enrico IV alla 
Chiesa, indi lo stesso re colla Spagna e col duca di Savoia, 
fece coi danari guerra ai turchi, sostenne le pretensioni 
papali senza spingerle troppo oltre; ma quello che in altra 
et gli avrebbe meritato altari, fu l'ampliazione del domi-
nio temporale di san Pietro.
Eppure era destinato dai cieli che sotto il suo pontifica-
to dovessero predisporsi le cagioni occulte di un avveni-
mento, che rivelando al mondo gli arcani del papato, do-
veva essere il principio della sua decadenza. Di tutti gli 
Stati cattolici Venezia fa sempre il pi ossequente in verso 
a' romani pontefici, e quello ancora in cui e' pi fidavano 
ne' loro pericoli. Sorgevano invero d'ora in ora, ed anco 
spesso, alterchi, perch la repubblica non volle mai am-
mettere l'intervenimento della potest ecclesiastica nella 
sua amministrazione interiore: ma di solito finivano in 
composizioni amichevoli. Ma dopo che i dominii pontifi-
cii, per l'acquisto di Ferrara, si trovarono a contatto con 
que' della repubblica, le contese di giurisdizione canonica 
si associarono ad altre molto pi vive intorno a' confini, 
commercio, dogane, privilegi, stipulazioni antiche, che 
presero talvolta un carattere minaccioso; le quali, bench 
per l'assennatezza di entrambi si accomodassero o si asso-
pissero alla meglio, ci nondimeno lasciarono in corte di 
Roma semi di disgusto, e una tal quale predisposizione a 
ostilit contro Venezia che sotto il seguente pontificato 
partor una grave discordia. Dir le origini principali.
(1592). Intanto che i veneziani erano travagliati dagli 
uscocchi, pirati immanissimi che abitavano in Segna di 
Dalmazia nei dominii di casa d'Austria, numerosi banditi 
condotti da capi audacissimi infestavano lo Stato romano 
e il regno di Napoli; ed Ermolao Tiepolo, generale veneto, 
credendo di opporre una peste all'altra, gli prese al soldo 
in numero di 500 e trasportolli nell'Istria. La qual cosa u-
dita dal papa, ne fu sdegnato, e mand che quei masnadie-
ri gli fossero consegnati; il senato rispose che doveva es-
sere contento di vedersi liberato senza spesa di quella illu-
vie. Ma il papa and tanto innanzi che richiam il suo 
nunzio; il senato gli mand ambasciatori per giustificarsi, 
e in ultimo non volendo romperla per una cagione cos fu-
tile, ordin che i banditi fossero trasportati parte in Can-
dia, parte a Cerigo dove il nuovo clima e le infermit gli 
sterminarono.
(1593). Dopo questo breve contrasto passarono fino al 
1595 anni di pace e buona amicizia, quando un altro se ne 
suscit che pareva gravido di conseguenze pi serie.
Ceneda  grossa terra della Marca Trivigiana che per 
vicende di guerra appartenne in sovranit ai re d'Ungheria, 
ai Carraresi, agli Scaligeri, ai Visconti, ma pi di tutto ai 
Veneziani che pi volte la riacquistarono, quando per ar-
mi, quando per trattati. Ma il dominio utile appartenne a' 
vescovi del luogo che dilatarono la temporale loro giuri-
sdizione su varie altre terre d'intorno: se non che, vessati 
dai signori laici e dal comune di Treviso, nel 1337 si fece-
ro vassalli diretti dei Veneziani a condizioni che variarono 
col tempo. Nel 1546, per querele de' Cenedesi e ribellione 
del vescovo alla repubblica, il senato gli tolse ogni giuri-
sdizione temporale e mand a governare la terra col suo 
distretto un podest. Ci nulla ostante i vescovi tentarono 
pi volle di riprendersi la perduta autorit, e protestando 
che Ceneda era feudo della Chiesa, trassero nella loro 
causa i pontefici, pronti sempre ad afferrare le occasioni 
per intromettersi in tutti i negozi, ed ingrandire; e quan-
tunque la costanza della repubblica rendesse inutili gli 
sforzi del sacerdotale orgoglio, Marcantonio Mocenigo, 
fatto vescovo nel 1588, volle pur ritentare le pretensioni 
de' suoi antecessori. Non pi vescovo e conte di Ceneda, 
ma vescovo e principe si fece chiamare, e oper da princi-
pe sovrano e indipendente. Proib ai Cenedesi il ricorso a' 
tribunali secolari, gli obblig al foro ecclesiastico, e a ri-
correre per caso di appello alla Santa Sede, di cui diceva 
feudo il tenitorio. Il papa, contento del regalo, elesse suo 
procuratore il nunzio a Venezia, e sostent gli atti illegit-
timi del Mocenigo.
I Cenedesi, tenendosi aggravati, ricorsero al senato; e 
questo offeso ne' propri diritti, annull gli atti del nunzio e 
del vescovo, e mand oratori a Roma per esporre lo stato 
genuino delle cose a Clemente. Il quale persistendo, corse 
alle minaccie, poi ai monitorii e infine alla scomunica, che 
i Veneziani e i Cenedesi si fecero un dovere di non osser-
vare. E gi la lite prendeva un aspetto minaccioso, quando 
il papa, pressato da altre contingenze, accord colla re-
pubblica che sulla parola di principe l'uno e l'altro annul-
lasse le cose fatte in pregiudizio reciproco, rimettendo il 
fondo della contesa ad altro momento. Ma erano astuzie: i 
curiali tornarono da capo, e peggio il vescovo. Nuove que-
rele a Roma; il papa se ne protest ignaro, e abol queste 
altre novit. Ma non ancora finiva se lo stesso pontefice, 
per una disobbedienza del vescovo, non lo obbligava a 
deporsi dall'episcopato, nel 1598, a cui il senato sostitu 
Lionardo Mocenigo, cugino di Marcantonio. Cos per al-
lora fu acquetato quel negozio, cui vedremo risorgere nel 
1611.
Lo stesso anno 1595 spiacque a' Veneziani una bolla del 
pontefice, la quale proibiva, pena la scomunica, agli Ita-
liani di portarsi di l dai monti nei paesi dove fossero ere-
tici, senza una licenza degli inquisitori locali. La qual leg-
ge cos strana, se avesse avuto effetto, sarebbe riuscita di 
somma molestia ai mercatanti di Venezia che pei loro traf-
fichi visitavano Inghilterra, Svizzera, Germania, Olanda 
ed altre regioni acattoliche. Pure il governo, per non ac-
crescere gli umori, si content di comandare al sant'Offi-
zio di non ricevere le denuncie, o che dall'oltremonti o che 
da Roma venissero.
Un'altra contesa fu pure suscitata in quest'anno mede-
simo. Clemente con un suo breve voleva che anco a Vene-
zia fosse osservato l'Indice de' libri proibiti, il che tornava 
in sommo pregiudizio al commercio librario di quella cit-
t. Il senato si oppose, e interpell in via privata Fr Pao-
lo, il quale diede alcune memorie su questo proposito, che 
servirono d'instruzione al governo e agli ambasciatori in 
Roma. Infine la lite fu composta l'anno seguente per un 
concordato, alla redazione del quale il Servita ebbe molta 
parte, e che i papi successori cercarono di violare, come 
dir.
(1596). Intanto gli Uscocchi tormentavano Veneziani e 
Turchi, gli Austriaci li proteggevano; e i Turchi a vendetta 
mossero guerra all'Austria in Ungheria, nel tempo che i 
Veneziani combattevano i pirati. Ma il papa, che mirava 
ad una lega tra l'Austria, la Polonia e Venezia contro i 
Turchi, affine di prolungare i mezzi di difesa negli Uscoc-
chi e mettere screzio tra la Repubblica e gli Ottomani, 
mand loro, nel 1596, un soccorso d'armi e munizioni. 
Venezia se ne dolse per mezzo de' suoi ambasciatori: il 
papa se ne scusava, e proponeva la sua lega; la quale a 
patto niuno poteva convenire ai Veneziani, perch, oltre 
all'interrompere i loro commerci in Levante, una guerra 
colla Porta Ottomana poteva riuscire pericolosa alla Re-
pubblica, stante lo stato ambiguo dell'Europa e la potenza 
della Spagna in Italia, che signoreggiando Sicilia, Napoli, 
Milano e i presidii della Toscana opprimeva i piccoli prin-
cipi, e ambiva il dominio di tutta la penisola.
Fra questi occulti rancori continuavano gli uffici di a-
micizia, e la Repubblica prest anco importanti servigi al-
la Santa Sede, quello principalmente di essersi con molto 
calore adoperata a riconciliare Enrico IV alla comunione 
cattolica, in che ebbe la prima lode. Ma da un litigio ne 
nasceva un altro, e molti interessi inframettevano querele 
e disgusti, minuti invero, ma che, sommati insieme, accre-
scevano la diffidenza reciproca.
(1598); I papi, in virt della falsa donazione di Costan-
tino, tipo delle altre donazioni di Pipino, Carlo Magno e 
successori, vantavano diritti sul ducato di Ferrara possie-
duto dalla casa d'Este. Fino dai tempi di Gregorio XIV si 
erano intavolati intrighi per escludere da quella successio-
ne don Cesare, erede dopo la morte di Alfonso II duca re-
gnante, e farla cadere nei nipoti del pontefice, ma non riu-
scirono per l'opposizione del granduca di Toscana. Morto 
poi Alfonso nel 1597, Clemente VIII colle scomuniche e 
molto pi colle armi obblig don Cesare a cedergli, il se-
guente anno, Ferrara e suo territorio e accontentarsi di 
Modena e Reggio. Nel qual anno medesimo il papa fece 
anco occupare Comacchio e la sua valle, feudo imperiale, 
cui l'imperatore Rodolfo, occupato nella guerra di Unghe-
ria e bisognoso del pontefice, cedette agevolmente. Poi il 
papa per vanit o per gratificarsi colla pompa pontificia i 
popoli, and con sguito splendido a visitare la nuova 
conquista.
Ad onorarlo il senato mand bella comitiva dei princi-
pali patrizi e assai prelati dello Stato veneto, tra i quali an-
d per esservi consecrato Leonardo Mocenigo, eletto ve-
scovo di Ceneda, il quale con seco si condusse il Sarpi, 
cui prima aveva preso a suo maestro di diritto canonico. 
Ivi il Sarpi ebbe occasione di conoscere Gaspare Scioppio, 
allora giovane di 22 anni, ma d'ingegno sviluppato, e che 
appresso divenne celebre per erudizione, maldicenza e 
spirito inquieto. Scioppio era luterano, ma pensava a farsi 
cattolico, e seguiva la corte del papa suo protettore, che 
poi lo fece cavaliere e conte.
Sbrigato Fr Paolo di questa faccenda, un'altra gliene 
sopravvenne. Verta gi da alcuni anni la famosa disputa 
tra Gesuiti e Domenicani intorno gli aiuti della divina gra-
zia, essendo fatale che la religione debba essere perpe-
tuamente tribolata dal genio contenzioso dei teologi. Lo-
dovico Molina, gesuita spagnuolo, aveva pubblicato, nel 
1518, un libro intitolato: Concordia del libero arbitrio coi 
doni della divina grazia, nel quale astruso argomento, 
scoglio di errori agli antichi ed a' moderni, l'autore mise 
fuori una dottrina cui chiama nuova, bench non la sia co-
tanto, nella quale, concedendo assaissimo al libero arbi-
trio, ristringe per conseguenza gli aiuti della grazia: e poi-
ch i frati pieni di rivalit e d'invidie non sanno far nulla 
se non si bezzicano tra di loro, il Molina si fece un dovere 
di attaccare le decisioni del dottore angelico san Tomma-
so, gloria de' domenicani; e questi, punti dell'offesa, se ne 
risentirono e suscitarono al gesuita una gran tempesta. 
Molti teologi impugnarono, molte universit condannaro-
no il molinismo, cui i Gesuiti con pari alacrit difesero. La 
causa fu portata a Roma, e il papa ne affid l'esame ad una 
congregazione che dall'ufficio fu detta de Auxiliis. Ed era-
ne parte Ippolito Massarini, teologo servita, poi vescovo 
di Montepeloso, che al Sarpi si diresse, siccome a quello 
che dottissimo conosceva in teologia e profondamente 
versato nella patristica e nei sistemi tenebrosi degli scola-
stici, e lo chiese di lumi e notizie intorno allo stato di 
quella controversia.
La quale, oscura e poco intesa dai disputanti medesimi, 
se si dovesse definire da un filosofo, direbbe provarsi da 
diuturna esperienza che il libero arbitrio nell'uomo  pieno 
ed assoluto, e provarsi dalla ineffabile giustizia di Dio, 
che la sua grazia piove sempre egualmente sull'empio e 
sul giusto, in tutti i tempi, in tutte le occasioni; che diede 
all'uomo la ragione per distinguere l'onesto dal disonesto: 
che il voler penetrare pi oltre  temerit umana, e scruta-
re come Dio prevede che tal uomo sar salvo o dannato  
sforzo di ciechi vermi che vogliono vedere nella immensi-
t della luce divina. Ma sant'Agostino, cervello africano 
pi immaginoso che ragionatore, infatuato nel manichei-
smo sino dalla prima sua giovent, n potendosene al tutto 
spogliare, cerc di conciliarlo, almeno in parte, colla teo-
logia ortodossa; e tratto dalle circostanze a combattere 
eretici di contraria specie, seguendo la foga del suo tem-
peramento ci lascia, incerti se quando impugna gli uni non 
adotta i sentimenti degli altri: ed  notabile che molte sue 
opinioni sostenute dai calvinisti sono eresie fra i cattolici, 
e che la sua dottrina sulla grazia e il libero arbitrio ripetuta 
da Giansenio fu condannata dalla corte di Roma.
Questa materia fu vieppi imbrogliata dagli scolastici, 
che, adottando per loro testo Aristotele, si perderono in 
tanti raffinamenti di metafisica, che  un vero caos.
Del molto che Fr Paolo scrisse al Massarini non ci re-
sta indizio; ma possiamo desumere quale fosse la sua sen-
tenza da un trattatello intorno la cosa istessa, scritto per 
comando pubblico, donde si rileva ch'egli opina a favore 
dei Domenicani e riprova il libro del Molina. Dal quale, 
avendo la congregazione cavato, poi condannato d'eresia 
21 proposizioni, il che poco stette che non rubellasse alla 
Santa Sede la compagnia di Ges, si pu da qui stabilire la 
prima origine dell'odio che gli portarono i Gesuiti poi 
sempre, per avere, quantunque indirettamente, cooperato a 
quella condannazione. Ci era per lui indifferente, ma pi 
gli nocquero nella opinione del pontefice le ulteriori con-
tese fra Roma e la Repubblica.
Imperocch, dimorando tuttavia il papa a Ferrara, alcu-
ni sudditi veneziani pescando nella Gora di Po, apparte-
nente alla Repubblica, i pontificii pretendendovi ragioni, li 
fecero prendere; da ci nacquero rappresaglie e risse fra i 
confinanti: il senato se ne querel, mand sul luogo alcu-
ne galere a tutela delle ragioni pubbliche e di quelle de' 
sudditi, e infine fu composta la differenza senza deciderla, 
restituendosi reciprocamente i prigioni.
Ma sbito dopo ne insorse un'altra pi importante. I 
Veneziani, sin da tempi antichissimi, si vantavano sovrani 
dell'Adriatico, e in virt di tale diritto obbligavano i va-
scelli che entravano in quel mare carichi di mercanzia a 
toccare il porto di Venezia dove pagavano una gabella. I 
soli veneti essendone eccettuati, ne proveniva che potendo 
usare miglior mercato ne' trasporti, tutto il commercio di 
quei paraggi fosse in mano loro. Era pure antico costume 
che i navigli i quali andavano a caricar olii nella Puglia 
dovessero voltare direttamente a Venezia, di dove poi 
quella merce si diramava pel continente d'Italia. Ma i du-
chi di Ferrara, per tolleranza, n'erano talvolta esclusi, e le 
loro navi entravano direttamente per la Sacca di Goro nel 
territorio ferrarese. I papali vollero non solo godere la 
stessa tolleranza, ma mutarla in diritto: n bastando, alcu-
ni fecero sentire al pontefice i vantaggi risultanti al com-
mercio de' suoi Stati ove in Ferrara si stabilisse un empo-
rio, il quale col tempo e colle agevolezze avrebbe potuto 
rivaleggiare Venezia. Perci Clemente chiese che tutti i 
barcherecci papalini che entravano per la Sacca di Goro in 
su quel di Ferrara fossero esenti dai consueti dazi. La in-
solita domanda pregiudicievole al traffico de' Veneziani fu 
rigettata; e persistendo i pontificii, il senato mand legni 
armati per obbligare alle solite pratiche i navigli papalini e 
trattare da contrabbandieri quelli che di strada uscivano. 
Dal canto suo il pontefice pens di deviare fino a Comac-
chio un ramo del Po, e piantar ivi buone fortificazioni sul-
la spiaggia a tutelare i suoi sudditi ed allontanare colla 
forza i legni marcheschi.
Bolliva questa contesa quando un'altra se ne aggiunse. 
Gli interramenti continui portati dal Po e da' fiumi suoi 
confluenti nelle lagune, abbassando larghi tratti di mare, 
minacciavano sempre pi di difficoltarne la navigazione. 
A provvedervi, il senato immagin opera gigantesca, e fu 
di deviare porzione delle acque padane per mezzo di uno 
scavo artificiale. E qui pure il papa ad opporsi, e dire che 
pregiudicava a' suoi Stati. Gi i due governi minacciavano 
di ricorrere alle armi, se necessit politiche non avessero 
obbligato il pontefice a cercare un componimento. Con-
ciossiacosach n la Spagna n il granduca di Toscana 
sopportavano di buon grado l'acquisto di Ferrara, e si era-
no chiariti a favore della casa d'Este; onde il cardinale Al-
dobrandini non volendo accrescersi i nemici, anzi biso-
gnoso della Repubblica, consigli lo zio pontefice ad ac-
cordarsi.
(1601). Breve fu la concordia. Anticamente i dogi ave-
vano il diritto di confermare i vescovi, eletti, come era co-
stume, dal popolo; i quali non potevano entrare nel pos-
sesso dei loro beni temporali, n esercitare la loro potest 
se prima non erano riconosciuti dai supremi del governo 
civile, e da essi ricevutane quella che chiamavano l'inve-
stizione. I papi da poi si arrogarono di confermarli, ed an-
co di obbligarli andare a Roma per esame e consecrazione 
e giuramento di fedelt alla Santa Sede. Contuttoci la 
Repubblica consider sempre la patriarchia di Venezia 
come un suo juspatronato, e i patriarchi nominati e insti-
tuiti dal senato e consecrati dai vescovi della provincia e-
sercitarono sempre i diritti e il possesso della loro sede, 
senza che i papi facessero alcuna opposizione. Ma Cle-
mente VIII aveva fatto decreto che tutti i vescovi d'Italia, 
qualunque si fossero le loro prerogative, dovessero andare 
a Roma per esservi esaminati, quasi che ivi nella scelta 
non si vada per favori ed interessi come e pi che altrove. 
Morto adunque il patriarca Lorenzo Priuli, ed eletto dal 
senato Matteo Zane, il papa pretese che fosse obbligato 
anch'egli alla nuova legge. Si oppose il senato, e produsse 
le antiche sue ragioni; ma insistendo il pontefice, per finir-
la fu trovato un termine di mezzo: che Zane andrebbe a 
Roma, ma per mera riverenza, non per obbligo, n per e-
same.
In questi dissidii Fr Paolo fu consultato privatamente 
pi volte, e alcune sue scritture fra le inedite mi sembrano 
di questi tempi e allusive ai narrati argomenti: le quali co-
se non potevano essere cos celate che i malevoli non le 
sapessero, e ne informassero, anco ampliandole, tosto il 
pontefice, che certo non ne poteva essere contento. Ne ve-
dremo gli effetti nel seguente capo.
CAPO OTTAVO
(1600). La condizione claustrale somministrava a Fr 
Paolo troppo scarsi mezzi per coltivare le scienze, e gli 
erano inciampo i pregiudizi monastici, la vita del chiostro 
regolata ad ore prefisse, e un tempo prezioso che gli ruba-
vano gli esercizi frateschi, tempo che avrebbe potuto oc-
cupare pi utilmente che non a cantar latino in coro. Inol-
tre, essendo egli spesso consultato in faccende pubbliche 
che toccavano ad interessi della corte di Roma, la sua 
condizione di semplice frate non era senza pericoli; e do-
vendo usare molti riguardi, non poteva prestare quei liberi 
servizi quali il suo animo repubblicano avrebbe voluto: 
inconveniente sentito anco da coloro che gi vedevano in 
lui un egregio difensore della Repubblica nelle frequenti 
sue controversie colla curia; per i quali motivi lo persua-
devano a distrigarsi da quella dipendenza, facendogli spe-
rare il loro appoggio nel conseguimento di una cattedra 
episcopale. N egli, per quanto fosse modesto, doveva 
stimarsene indegno, o credere d'innalzar troppo i pensieri, 
dopoch con tanta riputazione aveva coperto le prime ca-
riche dell'Ordine, ed era stato gi una volta proposto a ve-
scovo dal cardinal protettore, e onorato da personaggi 
grandi e prelati cospicui, e ancora dallo stesso pontefice 
che agli ambasciatori veneti parlava di lui con lode.
Per la morte di Angelo Caffarino, de' domenicani, va-
cava allora la sede vescovile di Caorle, di cui la nomina 
apparteneva al senato, la instituzione al pontefice.  Caor-
le un'isola delle lagune, verso il Friuli, di circa 6000 abi-
tanti, sparsi in dieci villaggi. Ha un vescovo, per dignit il 
primo della Venezia marittima, e per ristrettezza di confi-
ne e parcit di rendite il pi miserabile di quanti ne aveva 
la Repubblica, e per conferito solitamente a' frati. Eccita-
to il Sarpi ad aspirarvi, ne supplic il Collegio, o vogliam 
dire consiglio di Stato, il quale non manc di raccoman-
darlo a Roma nella qualit di candidato. Ma Offredo Of-
fredi, nunzio apostolico a Venezia, volendo invece portare 
il suo confessore, Fr Lodovico de Grigis francescano, 
scrisse al pontefice, non accettasse Fr Paolo, gi autore di 
tanti consigli e scritture al senato in pregiudizio degli inte-
ressi della Santa Sede; che non credeva nella filosofia di 
Aristotele, e consigliava che per decreto pubblico non fos-
se insegnata nella universit di Padova se non con certe 
restrizioni; e che nell'accademia del Morosini negava 
l'immortalit dell'anima: e intanto gli raccomandava il De 
Grigis, che si ebbe il vescovato. Bench al senato spiaces-
se l'affronto, desideroso di evitare contrasti per causa pri-
vata e di poco momento, si tacque.
Quell'accusa dell'immortalit dell'anima era giusta, ma 
esposta malignamente e con ignoranza. Ecco il fatto.
In quel tempo l'universit di Padova era divisa in due 
fazioni: de' filosofi sperimentali e degli aristotelici. Fra gli 
ultimi era Cesare Cremonini entrato professore in quella 
Universit nel 1589 e mortovi nel 1631; il quale, seguen-
do le opinioni di Pietro Pomponaccio e di Simone Porzio, 
metteva in dubbio, sull'autorit dello Stagirita, 
l'immortalit dell'anima; dicendo non essere dimostrabile 
colla ragione, si solamente apparire dalle sacre carte e 
dagli insegnamenti della Chiesa, a cui bisognava deferire. 
Questa dottrina era tollerata a quei tempi per rispetto del 
grande Aristotele, idolo dei teologi scolastici, e senza il 
quale, diceva il Bellarmino, la fede  perduta; ma non 
piaceva a Fr Paolo, perocch poteva condurre a 
conseguenze pericolose. Egli invece seguiva la stessa 
opinione, ma modificata a un dipresso come era stata 
accettata da varii Padri della Chiesa e sostenuta da 
metafisici moderni: cio, che l'anima sia un ente per sua 
natura mortale; perocch se essa ha avuto un principio, ne 
viene per necessit che debba avere anco un fine; e se  
debitrice della sua esistenza a Dio, ragion vuole che ella 
non porti seco la propriet di essere perpetua, che  sola 
d'Iddio. Ci non toglie che ella sia immortale, non per s, 
ma per conservazione, e, direm quasi, per una necessit 
della divina giustizia, la quale solo per questa via pu dare 
in una vita avvenire le convenienti ricompense o pene ai 
virtuosi od ai malvagi.
L'idea poi che l'anima  un ente immateriale,  un'idea 
indefinibile che il pensiero non sa n pu concepire. Che  
ci che non  materia, che  indivisibile, che non ha di-
mensioni, che non occupa spazio?  una chimera, un nien-
te. Ma se l'anima  nel corpo, se ha sua sede nel cervello o 
nel cuore, ella assolutamente deve avere le sue dimensio-
ni, e occupare uno spazio; e quindi supponetela una so-
stanza sottile come volete, semplice come pi vi piace, in-
visibile ai sensi, impalpabile, e dategli qual nome pi vi 
aggrada,  pur sempre materia; e la materia, bench pren-
da forme infinite che si scompongono o per un processo 
naturale o dell'arte,  nondimeno indestruttibile, e in con-
seguenza ridotta alla semplicit de' suoi elementi, debbe 
avere principii o spiriti perpetui e inalterabili.
Queste opinioni non sono n nuove n contrarie alla fe-
de, perocch non sono contraddette dalla Scrittura, e furo-
no professate dai pi illustri dottori della Chiesa, i quali 
non pure supposero l'anima corporea e non immortale per 
s, ma eziandio corporeo fecero Dio; san Giustino martire 
lo dichiara in termini molto precisi: Noi diciamo Dio in-
corporeo non perch sia, ma perch siamo avvezzi ad in-
dicare gli attributi della divinit coi termini pi onorevoli; 
e l'essenza di Dio, non essendo sensitiva n alla vista, n 
al tatto, noi la chiamiamo incorporea. Non meno esplici-
te sono le dichiarazioni di Tertulliano, di Origene, di Meli-
tone Sardicense, di Clemente Alessandrino e di altri anti-
chissimi teologi.
Vero  che Aristotele e i Peripatetici ammettevano che 
l'anima finiva assolutamente col corpo, ma Fr Paolo a-
vrebbe voluto che non fosse insegnato questo filosofo se 
non colle debite eccezioni. Ci nondimeno un nunzio di 
papa non era obbligato a intenderla su questo verso, molto 
pi avendo un privato interesse da far prevalere. Imperci 
a Roma, dove veniva riputato Aristotele il pi saldo pun-
tello della fede, bench negasse l'immortalit dell'anima e 
la vita futura, era giusto che fosse sospettato eretico chi 
non voleva ammettere la psicologia di quel filosofo.
(1601). Ma Fr Paolo, ignorando forse le cagioni occul-
te di quella esclusiva, e incoraggito nuovamente da' patrizi 
suoi amici, vacando la sede di Nona, altro piccolo vesco-
vado in Dalmazia suffraganeo a Spalatro, con ventotto 
parrocchie, si diresse tuttavia al Collegio con una supplica 
del 17 ottobre 1601, del tenore seguente:
Serenissimo principe, illustrissimi ed eccellentissimi 
Signori! Piacque alla Serenit Vostra ed alle Signorie vo-
stre eccellentissime l'anno passato, essendo venuta la va-
canza del vescovato di Caorle, accettare una mia supplica-
zione e far annotare lettere in raccomandazione di me Fr 
Paolo de' Servi di Venezia all'illustrissimo signor amba-
sciatore in Roma per farmi ottenere quel carico, e se non 
si interponeva il rispetto di monsignor reverendissimo 
Nuncio di Sua Santit che lo volle procurare al suo con-
fessore, io sarei stato graziato per la somma benignit del-
la Serenit vostra; la quale, essendo io sicuro che conservi 
la stessa graziosa disposizione verso di me, essendo ora 
venuta la vacanza del vescovato di Nona, sono ritornato a 
supplicarla di abbracciare in questa occasione la persona 
mia, favorendomi della sua raccomandazione presso l'illu-
strissimo ambasciatore suo. Il che desidero non per altra 
causa che per aver tempo e comodit di attendere pi ri-
posatamente a' miei studii, e mostrarmi, in tutte le occa-
sioni che potessero nascere, quel riverente e sviscerato 
servidore di questo serenissimo dominio che ho sempre 
fatto professione di essere, e che mi far conoscere finch 
il Signor Dio mi terr in vita. E in buona grazia di vostra 
Serenit e di vostra Eccellenze umilissimamente mi rac-
comando.
II senato, onde non esporre s e il Servita a nuovo rifiu-
to, incumbenz il suo ambasciatore a Roma Giovanni 
Mocenigo di saggiar terreno, e scandagliare l'animo di 
Clemente VIII; e l'ambasciatore ne fece vivissime instanze 
al pontefice, parlandogli della passata ingiustizia, della 
compiacenza della Repubblica verso di lui, dei meriti di 
Fr Paolo, della sua probit, religione e sapere; a cui Cle-
mente rispondeva: So che  un uomo di emi-nente dottri-
na, ma pratica con eretici. Era un pretesto indegno del 
buon senso di quel papa, il quale appunto allora stipendia-
va per suo medico il celebre Andrea Cesalpino, accusato 
pubblicamente di materialismo; ma e' nascondeva altra 
materia sotto. Imperocch, oltre che era poco disposto a 
favorire la Repubblica pei dissapori che aveva con lei, era 
disgustato del Sarpi, sapendo i pareri che avevale dato in-
torno alle controversie Ferraresi e a quella di Ceneda, e 
alla recente sull'esame del patriarca, e intorno al concorda-
to per l'affare dell'Indice; e temeva che questo frate, di-
ventato vescovo in una diocesi dello Stato veneto, fosse 
per restar sempre veneziano, e che quanto facile era di op-
primere un frate, altrettanto difficile diventava il far fronte 
ad un prelato che alla grandezza del titolo giungesse am-
piezza di sapere. Non era forse alieno dallo innalzarlo e 
renderselo benevolo, molto pi che lo conosceva perso-
nalmente e lo stimava; ma avrebbe voluto che il beneficio 
lo riconoscesse dalla Santa Sede, e dargli l'episcopato nel-
lo Stato Pontificio o in luogo dipendente da Roma. Infine 
dopo circa sei mesi di lungherie, pressato dal Mocenigo, 
diede una di quelle risposte ambigue cos facili a Roma, 
che pareva favorevole e poteva essere contraria. Su questo 
appoggio il senato, con suo dispaccio del 17 aprile 1602, 
mand all'ambasciatore perch raccomandasse ufficial-
mente Fr Paolo al pontefice. Ma le antipatie di lui non 
erano le sole cui conveniva superare. I Gesuiti odiavano 
cordialmente il Sarpi per le consultazioni da lui fornite al-
la congregazione de Auxiliis, e per le sue opinioni a loro 
contrarie. Quindi i gesuiti di Venezia tennero all'erta quelli 
di Roma, gl'informarono della qualit dell'uomo e dei pe-
ricoli di vederlo innalzato a dignit cospicua, e della ne-
cessit di attraversarlo con tutti i mezzi possibili. E quan-
tunque non fossero amati da Clemente, erano potentissimi 
in corte, e al mal fare trovarono ausiliarie le invidie di al-
cuni confratelli di Fr Paolo, e il mal talento del nunzio 
Offredi, che a sostentare le antecedenti menzogne altre ne 
aggiunse: tanto che per tutti questi motivi il Sarpi fu e-
scluso nuovamente. Consueta sorte de' principi di dovere 
troppe volte obbedire ad impulsi estranei al loro cuore, 
contrari al loro interesse, e di cui non sanno presagire le 
conseguenze.
Le dignit avevano per vero poche lusinghe sull'animo 
di Fr Paolo, cui vedemmo fin dalla prima giovinezza 
ammirato in Mantova ed in Milano da principi e perso-
naggi illustri; poi a Venezia da dotti, da prelati e da amba-
sciatori; indi a Roma accettissimo a cardinali e papi: sem-
brando quasi che la fortuna si compiacesse di allettarlo co' 
suoi favori nel punto istesso in cui e' gli dispregiava, pi 
inteso ad erudire lo ingegno che a grandeggiare per digni-
t vane, di rado premio alla virt, troppo spesso consegui-
te colle bassezze.
Contuttoci era ei pure fornito di quel giusto e generoso 
orgoglio che non  mai disgiunto dal carattere di una 
grand'anima: orgoglio che dista del pari della scimunita 
apatia di animi frigidi, quanto dalla gonfia baldanza di 
presuntuosi e vani; ma che ha origine da una esatta cogni-
zione dei proprio merito, conscio di non presumer troppo 
se aspira a un premio nella pubblica stima, e che invece si 
vede sacrificato a invide gelosie od a volgari passioni.
Non per ci della doppia ed immeritata ripulsa nutr e-
gli alcun sentimento di vendetta; ma si diede ad un vivere 
pi cauto, onde non dar presa ulteriore alle malignazioni. 
Questa circostanza gli fece maggiormente sentire l'inco-
moda situazione dell'uomo di genio costretto a vivere 
framezzo agli ipocriti ed agli ignoranti; e se la fortuna non 
si fosse compiaciuta di toglierlo dalla nullit a cui vollero 
condannarlo gli uomini, Fr Paolo, tratto dalla sua mode-
stia e dalla naturale sua circospezione a occultarsi ora pi 
che mai agli occhi del mondo, giacerebbe un nome ignoto 
alla posterit, come altri tanti nati in occasioni meno pro-
pizie.
Papa Clemente non ebbe vita per conoscere l'enorme 
suo sbaglio, e forse durando egli od altro pontefice a lui 
simile, nulla sarebbe avvenuto di quanto accadde pochi 
anni dopo. Ma bene lo confess il cardinale Bellarmino 
dopo i casi dell'interdetto, querelandosi che non si fosse 
pensato a tempo dalla Corte a guadagnarsi un uomo da cui 
poteva aspettarsi eminenti servigi. Intorno a che non so se 
il cardinale avesse torto o ragione; imperocch se Fr Pao-
lo, in quello che  sostanzialmente religione, si conserv 
sempre purissimo, non ne consegue che dovesse essere 
ancora curialista; e penso invece che, vescovo o cardinale, 
sarebbe sempre stato quel medesimo che fu frate: essendo 
troppo difficil cosa che un uomo educato tanto liberamen-
te, e fornito di tanti lumi e di un criterio cos geometrico 
potesse farsi complice delle prevenzioni e dottrine della 
Curia romana. Tutto al pi avrebbe mutato se lo facevano 
papa, perch di tutte le condizioni  questa la sola che ha 
la specialit d'innovare il vecchio uomo. Qualunque siano 
stati i concetti di un individuo, se gli mettete una tiara in 
sul capo, si trasforma in un essere affatto nuovo: rinuncia 
le opinioni dell'uomo e prende opinioni da papa. N sa-
rebbe stato un miracolo se Fr Paolo, dopo tutto ci che 
scrisse contro l'interdetto, asceso sulla cattedra di San Pie-
tro, avesse fatto una solenne e spontanea palinodia, come 
gi fece Pio II. Prospero Lambertini, cardinale, si rideva 
di molte superstizioni; Prospero Lambertini, papa, le so-
stentava. Quand'era Lambertini aveva in discredito l'in-
quisizione; diventato Benedetto XIV, la persuadeva. Col 
mutare del nome, mutano natura. Il celebre Ganganelli  
forse il solo che si conservasse papa quel medesimo che 
gi fu frate; ed  forse perci che, rinnegato a mezza boc-
ca dai Romani,  pi conosciuto al mondo col nome di 
papa Ganganelli che di papa Clemente XIV.
Quando si vogliono tirare a fine sinistro le azioni di un 
uomo, faccia pur bene finch vuole, siano pure innocenti 
le sue intenzioni, trover sempre maligni interpreti. I Cu-
riali che hanno pronte le scappatoie per giustificare, a ca-
gion di esempio, Urbano VIII che volle conferire al sici-
liano Boi un pingue vescovado per ricompensarlo della 
sua perizia nel giuocare agli scacchi; o per scusare Giulio 
III che diede il cappello cardinalizio ad un bindolo il cui 
merito era di saper bene dimesticare una scimia: trovarono 
degno di rimprovero il Sarpi perch aspir ad un vescova-
do di poche centinaia di ducati all'anno, non per altra cau-
sa che per attendere pi riposatamente a' suoi studii. San 
Paolo, dicono loro, dice che desidera cosa buona chi desi-
dera l'episcopato; ma  egli, aggiungono, per attendere a-
gli studii che hassi a desiderarlo? No certo, rispondo io, 
ma per avere una buona mensa: tale essendo il titolo de-
sunto dalla destinazione delle rendite episcopali; ed ereti-
cava il Sarpi pensando che ci che  destinato alla mensa, 
possa essere profanato dagli studii.
La farisaica invidia lo prese maggiormente di mira e lo 
circu di un assiduo spionaggio; ma fu costretta a confes-
sare quanto i costumi di Fr Paolo fossero irreprensibili, 
posciach non pot appuntare che sopra le inezie, accu-
sandolo di eresia perch nella messa non recitava la Salve 
regina. Era vero: Gregorio XIII aveva tolto quel rito fino 
dal 1579; ma un Capitolo di trenta frati alla barba del papa 
lo volle ristabilito, e Sarpi era eretico perch obbediva al 
papa e non al Capitolo. Fu accusato ancora per la foggia 
del suo berrettino, cui dicevano ribelle a quanto prescrive-
va una bolla di Gregorio XIV. E infine in un Capitolo, te-
nuto in Vicenza agli 11 maggio del 1605, fu accusato da 
quel padre Arcangelo Piccioni, maestro di teologia e gi 
provinciale, nominato altrove, che portava pantofole non 
cattoliche; e quelle pantofole, citate in giudizio, levate di 
pi dal Sarpi, furono esaminate con tutte le formalit dal 
vicario generale; e riconosciuto che erano ortodosse, tra 
somme risate fratesche pronunzi sentenza in latino che 
exemptionem nullius esse momenti et planellam decere 
religiosos, onde pass il proverbio tra i Serviti che persino 
le pantofole di Fr Paolo erano state canonizzate.
 miracolo, in un secolo pieno di pregiudizii e di super-
stizioni, in cui il Sant'Offizio vedeva dappertutto maghi, 
streghe e incantamenti, che Fr Paolo non sia stato accu-
sato di magia o per lo meno di teurgismo: ma ci si deve 
attribuire probabilmente alla sua circospezione; n mi pare 
insulsa la congettura di Bayle, che per questo motivo ei 
tenesse occulte le sue scoperte anatomiche. Imperocch, 
quantunque l'Inquisizione a Venezia avesse corte le un-
ghie, n abbia potuto avere la consolazione di far arrostire 
alcun eretico, qualche frate fanatico non avrebbe mancato 
di accusarlo di sacrilegio, come gi avvenne al Vessalio in 
Fiandra. Non per questo la scapp netta del tutto, concios-
siacosach, parendo ad alcuni che un sapere cos stermina-
to non potesse essere effetto naturale, immaginarono che 
Fr Paolo aveva uno spirito famigliare. Cardano e qualche 
altro matto se ne vant, Torquato Tasso se lo credeva; ma 
Cecco d'Ascoli fu abbruciato vivo, Pietro d'Albano in ef-
figie, Petrarca dovette purgarsene a Clemente VI, Tomma-
so Campanella la scont in carcere, e il monaco Bacone 
non so come l'abbia cansata; le quali cose, quando io mi 
ricordo, mi dolgo veramente e di cuore che il destino degli 
uomini grandi sia troppo spesso quello di dover essere il 
bersaglio degli uomini stolti.
CAPO NONO
Gli storici, prima di descrivere le grandi battaglie che 
mutarono le sorti del mondo, sogliono descrivere la posi-
zione rispettiva degli eserciti, le loro forze materiali e mo-
rali e i mezzi di oppugnazione e di difesa, acciocch chi 
legge possa giudicare dei duci e dei combattenti e delle 
ragioni che decisero la vittoria. Tale io, oramai presso a 
narrare un famoso conflitto dello intelletto umano, che 
ebbe tante conseguenze sulla societ, e che aggiunse tanta 
gloria al nome di Fr Paolo, trovo conveniente di far pre-
cedere ai racconti due necessarii episodi: coll'uno dei qua-
li dir come la potest dei papi nacque, ingrand e si cor-
ruppe; e coll'altro quali fossero gli ordini del governo ve-
neto, e per quali condizioni si sia egli solo, fra tanti regni 
e repubbliche, conservato invulnerabile contro i fulmini di 
Roma.
L'origine del papato si smarrisce in un buio mitologico 
di tradizioni volgari non altrimenti della origine della vec-
chia Roma. Nessuna istoria, nessun monumento contem-
poraneo o quasi, ci attesta il viaggio di San Pietro alla ca-
pitale del mondo, la fondazione della sua cattedra, il suo 
pontificato e il suo martirio; n chi fossero o se abbiano 
esistito realmente e quando e per quanto tempo i primi 
quattro suoi successori. Solo  chiaro che San Paolo, an-
dato a Roma verso l'anno 57, fond ivi una piccola con-
gregazione di cristiani, composta pressoch tutta di Le-
vantini, e ne lasci la direzione ad Aquila, proselite ebreo, 
cui conobbe in Epiro, ed a Priscilla moglie di lui; di forma 
che per ragione di storia Aquila e Priscilla dovrebbero a-
vere il primo luogo nella serie dei papi. Nessun buono ar-
gomento ci obbliga a credere che Lino, Clemente, Cleto 
ed Anacleto (seppure i due ultimi non sono uno stesso in-
dividuo) siano stati vescovi di Roma e successori l'uno 
dell'altro: apparendo invece che vivessero quasi coetanei e 
non fossero che i papi o anziani di piccole adunanze cui 
assembrava ciascuno nella propria casa. La Chiesa, aven-
do ovunque imprestato gli ordini politici, e in Roma, il 
culto essendo affidato ad un collegio di pontefici, i cristia-
ni affidarono il reggimento della loro comunit ad un col-
legio di vecchi; n fu se non verso il finire del primo o 
verso il cominciare del secondo secolo che la Chiesa ro-
mana adott il governo di quelle della Acaia, dandosi un 
ispettore che in greco chiamano episcopo e noi, corrotta-
mente, vescovo. Nei primi tre secoli quella chiesa fu com-
posta quasi esclusivamente di Greci o Siriaci od Africani 
che in gran numero accorrevano nella capitale: i vescovi 
stessi furono pressoch tutti Levantini; e solo dopo la me-
t del III secolo cominci a contare nel suo seno veri Ro-
mani.
Ne' suoi esordii ella era cos oscura che non ebbe alcu-
na parte nelle faccende delle altre Chiese; cos umile, che 
andato a lei l'eretico Marcione verso il 150, per farsi as-
solvere dalla scomunica di suo padre che era vescovo, i 
preti di Roma, lungi dallo arrogarsi quella sconfinata auto-
rit che usurparono pi secoli dopo, lo rimandarono al ve-
scovo che scomunicato lo aveva, confessando che lui solo 
poteva sgravarlo; e in ultimo era cos povera che fino al 
220 us vasi sacri di legno. Zeffirino, vescovo di Roma, 
che visse a quel tempo, fu il primo che ne introdusse di 
vetro; e circa dieci anni dopo, un suo successore li sostitu 
di argento, quando appunto l'imperatore Alessandro Seve-
ro proibiva gli argenti al culto pagano siccome oggetti di 
pompa inutile e di mondano fasto. Nel 254 questa sede era 
diventata abbastanza illustre per stimolare l'ambizione; 
Cornelio e Novaziano se la contesero e fecero scisma: 
d'allora in poi, per circa 150 anni, vi furono due vescovi in 
Roma, ed anco tre o quattro, viene a dire che ciascuna set-
ta vi aveva il suo; finch Damaso, protetto dal prefetto di 
Roma e dai primi senatori, abbench pagani, riusc a do-
minar solo.
Nel 167 abbiamo il primo esempio in cui i vescovi ro-
mani s'immischiarono negli affari comuni della Chiesa. 
Discordavano i cristiani sul tempo in cui dovessero cele-
brare la pasqua: quelli della provincia di Asia ed altri del 
Ponto e della Cappadocia, appoggiati alla tradizione degli 
apostoli Giovanni e Filippo, la celebravano ad un modo; e 
quelli dell'Acaia e dell'Occidente, appoggiati alla tradizio-
ne degli apostoli Pietro e Paolo, la celebravano ad un al-
tro; prova che le tradizioni apostoliche erano gi incerte 
fino di allora. San Policarpo, vescovo di Efeso, and a 
trovare sant'Aniceto, vescovo di Roma: non poterono con-
cordare, ma si divisero amici.
La medesima contesa rinacque verso il 198. Vittore ro-
mano, in cui gi pullulavano pretese di autorit, scomuni-
c gli Asiatici, i quali scomunicarono Vittore. Sant'Ireneo, 
vescovo di Lione, gli fece un rimprovero, e san Policrate, 
vescovo di Efeso, gli scrisse contro una catilinaria; n la 
lite rest decisa fino al concilio di Nicea nel 325.
Verso il 256 san Stefano, vescovo romano, ebbe un fie-
ro alterco con san Cipriano, vescovo di Cartagine intorno 
alla validit del battesimo conferito dagli eretici. L'Afri-
cano diceva che non era buono, e il Romano che lo era: 
scrissero l'uno contra l'altro, si dissero delle ingiurie, si 
scomunicarono a vicenda; e sant'Agostino dice che Ci-
priano fece bene a sostenere il suo puntiglio, e che Stefa-
no, a torto; voleva dettargli la legge sopra una materia non 
risoluta ancora da niun concilio.
Intorno al medesimo tempo due vescovi di Spagna de-
posti ricorsero a Stefano che li ristabil. Ci era contrario 
alle vigenti discipline, per le quali le cause dei preti dove-
vano essere definite nella loro propria provincia, ed erano 
vietate le appellazioni. Quindi gli altri vescovi spagnuoli 
se ne querelarono a Cipriano, che riscrisse: al mandato di 
Stefano non obbedissero, e che i due deposti avevano 
giunto peccato a peccato ricorrendo ad un vescovo fore-
stiero.
Verso il 311 sorse nell'Africa lo scisma dei Donatisti; e 
l'imperatore Costantino, al tribunale di cui fu portata la 
causa, elesse nel 313 Melchiade, vescovo di Roma, con 
alcuni altri vescovi delle Gallie, acci la esaminassero. Il 
giudizio dei quali, non essendo piaciuto ai Donatisti, che 
tacciavano i giudici d'incompetenza, l'imperatore la rimise 
l'anno seguente ad un concilio di vescovi radunato da esso 
lui in Arli. Ma i Donatisti appellarono dalla sentenza del 
concilio al tribunale dell'imperatore che pronunci defini-
tivamente in Milano nel 316.
Questi esempi bastano a mostrare che il vescovo di 
Roma non aveva potest al disopra degli altri: anzi il pri-
mato gerarchico fu per ben due secoli attribuito alla sede 
di Alessandria, ed Eraclas, vescovo di quella citt, morto 
nel 231, fu il primo che si merit il titolo di beatissimo 
papa; il quale poscia fu dato anco a san Cipriano, che, 
come dice san Gregorio di Nazianzo, tenne finch visse il 
grado di primo vescovo e di presidente della Chiesa. Gio-
vi avvertire che quel titolo non si dava che ai morti, se-
guendo l'uso de' romani che chiamavano divi o santi 
gl'imperatori defunti. San Girolamo fu il primo che per 
adulazione o per lusso lo profuse anco ai vivi, come a 
sant'Ambrogio, vescovo di Milano, a Cromazio di Aquile-
a, ad Agostino d'Ippona, a Dmaso di Roma, e in generale 
a tutti i suoi amici o protettori. Siricio, successore di D-
maso nel 384, fu il primo che se lo attribu da s nella de-
cretale ad Imerio, vescovo di Tarragona.
 noto che il Pontefice Massimo era il capo del culto 
nazionale de' romani: dignit illustre, e premio a quelli 
che avevano percorso gli uffici pi insigni della repubbli-
ca; e fatta ancora pi illustre dopo Augusto quando diven-
t inseparabile dalla dignit di principe e d'imperatore. 
Costantino, che si diceva vescovo de' cristiani, era in pari 
tempo sommo pontefice de' gentili; e il ponteficato conti-
nu nei suoi successori fino a Graziano, che lo rifiut giu-
dicando incompatibile a un principe cristiano di essere 
sommo sacerdote degli idolatri. Non cos delicati furono i 
vescovi di Roma: i gentili, fino dai tempi di Ammiano 
Marcellino, gli chiamavano pontefici massimi de' cristia-
ni, ed e' non ricusarono un titolo che inferiva a grandezza 
e a potenza. Di fatti la pubblica opinione, assueta a con-
fondere il pontificato colla dignit imperiale, si avvezz, a 
considerare il vescovo di Roma rispetto a' cristiani, pari a 
ci che era l'imperatore rispetto a tutti gli altri; e in pro-
gresso di tempo i papi, volendo ragguagliarsi alla dignit 
imperiale, usurparono i titoli di santit e di santissimi, 
propri solo degli augusti, e quindi anco la porpora, la cla-
mide, la stola, il cingolo e altre insegne.
D'altra parte Roma era il centro dell'imperio, la sede del 
comando, e come se le altre citt non fossero che suoi 
sobborghi, essa sola era chiamata semplicemente urbs, la 
citt; e fosse anco a' confini della Persia, quand'uomo di-
ceva la citt, intendeva Roma: negli storici di quel tempo 
o negli editti degl'imperatori  quasi sempre indicata colla 
antonomasia di citt eterna, o di citt signora. Era ezian-
dio la citt santa de' pagani e de' cristiani; e prevaleva fra 
gli ultimi una profezia di cui parlano spesso i Padri della 
Chiesa, che colla fine della citt sarebbe finito il mondo; a 
tal che, quando fu presa e saccheggiata da Alarico nel 408, 
fu universale lo spavento, e san Gerolamo atterrito, scrisse 
essere vicino il giorno finale.
Premesse queste notizie, ricordo ci che dissi altrove, 
che il governo ecclesiastico imprest le sue forme esterne 
dal governo civile; imperci i vescovi delle citt metropoli 
dove stanziavano i governatori cominciarono tra il secon-
do e il terzo secolo a darsi il nome di vescovi della prima 
sede, e pi tardi di metropolitani, e ad attribuirsi una pri-
mazia sui vescovi provinciali; quindi accettato il principio 
che la Chiesa misticamente fosse una, era inevitabile la 
conseguenza che il centro di quella mistica unit dovesse 
essere Roma.
Sopravvenute nel IV secolo le turbolenze suscitate dalla 
eresia di Ario, i vescovi di Roma se ne vantaggiarono me-
scolandosi negli affari anco pi lontani, intromettendosi 
arbitri delle altrui discordie, spalleggiando ora l'una ora 
l'altra fazione, e profittando di tutte le concessioni fatte 
alla loro autorit o dalla adulazione o dal bisogno, e cui 
essi poscia convertivano in diritto. Era un articolo stabilito 
che le cause ecclesiastiche dovessero essere giudicate sul 
luogo e da un concilio di vescovi della provincia, ma i 
concilii, dominati allora da facinorosi, avevano perduto 
ogni forza; per il che Osio, vescovo di Cordova, fece ac-
cettare dal concilio di Sardica (nel 347) un canone (quan-
do non sia stato falsificato pi anni dopo, come dubitano 
molti eruditi) che  la pietra angolare della monarchia pa-
pale. I vescovi, disse, volendo appellare da un concilio, 
potrebbero onorare, cos a loro piacendo, la cattedra di san 
Pietro e deferire al giudizio del vescovo romano.
Quest'atto puramente provvisionale, di un concilio che 
non ebbe mai alcuna autorit e affidato al libero volere 
degli appellanti, fu dai papi convertito in legge obbligato-
ria. Un secolo dopo, Zosimo volle prevalersene contro il 
clero d'Africa, il quale, invigorito da sant'Agostino, rigett 
il canone e dichiar irrite le appellazioni di oltremare; ma 
i papi, non trovando sempre e dappertutto una uguale resi-
stenza, a forza di ripetere i tentativi, sortirono l'effetto di 
radicare l'abuso delle appellazioni a Roma.
Venticinque anni dopo il concilio di Sardica Dmaso ot-
tenne dall'imperatore Valentiniano I una legge che dava 
facolt al vescovo romano di giudicare gli altri vescovi; e 
Leone I, detto il Grande, ottenne dall'imperatore Valenti-
niano III altri rescritti ancora pi larghi e pi profittevoli 
alla sua sede. Dei quali favori non conviene sempre dar 
colpa alla imbecillit dei principi o alla astuzia de' ponte-
fici, ma a circostanze naturali e ai bisogni de' tempi e della 
politica. Il clero incominciava a influenzare il popolo, e 
decadendo l'impero e le provincie essendo piene di disor-
dini, e moltiplicandoli i preti colle loro discordie, tornava 
utile alla corte imperiale d'Italia d'ingrandire i vescovi di 
Roma, perch al principe pi vicini e pi soggetti, e di ri-
durre tutta in quelli e nel loro concilio la potest sacerdo-
tale cristiana a modo che la pagana la era nel pontefice 
massimo e nel suo collegio.
In Oriente, dove il cristianesimo si assod pi presto, 
molte erano le sedi che si dicevano fondate dagli apostoli 
e molte le citt per grandezza e ricchezza rivali; quindi 
emulandosi i vescovi ed essendo la religione turbata da 
eresie, nissuno pot alzarsi tanto da dominare gli altri. 
Quelli di Alessandria e di Antiochia sovrastavano,  vero; 
ma in appresso il vescovo di Costantinopoli cominci od 
uguagliarsi a loro; poi nel 381 ottenne dal concilio costan-
tinopolitano il primo grado dopo il vescovo di Roma; indi 
dal concilio di Calcedonia nel 451 fu agguagliato in digni-
t e potenza al vescovo romano in onta alle proteste di pa-
pa Leone I. La quale superbia de' patriarchi bizantini ecci-
t l'invidia di quelli di Alessandria e di Antiochia, che a 
vendetta si chiarirono in favore della supremazia romana.
Ma nell'Occidente il cristianesimo s'introdusse a stento. 
Tra il II ed il III secolo alcune comunit cristiane, colonie 
di Greci venuti dall'Asia, si stabilirono a Parigi, a Lione 
ed a Vienna di Provenza; ma non fruttarono, e andarono in 
dileguo, finch alla met del III secolo Fabiano, vescovo 
di Roma, mand altra colonia di missionari latini. Nella 
Spagna aveva fatto qualche progresso; ma gl'Italiani a' 
tempi ancora di Costantino erano quasi tutti annebbiati di 
paganesimo, e cinquant'anni dopo vi perseveravano per la 
maggior parte. Quindi, essendo poche le Chiese e sparse 
qua e l, i vescovi di Roma poterono inforzarsi a loro agio 
e dominare senza rivali; e quando verso la met del IV se-
colo sursero le chiese di Milano, di Aquilea e di Ravenna, 
la riputazione di quella di Roma era gi stabilita. A quel 
tempo la giurisdizione de' papi non usciva dalle provincie 
suburbicarie, cio da un raggio di 100 miglia descritto in 
giro alla citt di Roma: era la giurisdizione del prefetto 
urbano. I vescovi di Milano si ampliavano per tutto il vi-
cariato d'Italia, cio dal Rubicone fino alle Alpi, fin dentro 
la Rezia, la Baviera e la Pannonia. Erano soggetti a loro i 
patriarchi di Aquilea, i quali o i vescovi di Milano si con-
secravano a vicenda. Quelli di Ravenna si chiamavano 
Autocefali, cio indipendenti, e a loro obbedivano come a 
metropolitani molte citt della Toscana, della Flaminia e 
del Piceno nel vicariato di Roma.
Ma i papi, oltre ai gi descritti vantaggi, un altro ne a-
vevano potentissimo, ed erano le ricchezze, col mezzo 
delle quali si procacciarono numerose clientele nella Ma-
gna Grecia, in Sicilia, in Sardegna, nell'Illirico, nelle Gal-
lie e insomma in tutto quasi l'Occidente; e gi nel 483 era-
no saliti a potenza tanto grande che Odoacre re d'Italia se 
ne adombr, e stabil per legge che nissuno potesse essere 
eletto pontefice senza il regio assenso, Teodorico, avendo 
annullato tutte le cose fatte dal suo antecessore, serb 
questa legge, avvegnach dispiacesse a' Romani. Poscia 
Amalasunta, sua figlia, per mitigarla, concedette a' papi 
potest giudiciaria intorno a certe cause tra' preti e preti, o 
tra i preti e laici. Indi caduto il regno de' Goti, gl'imperato-
ri greci che regnarono in Italia, non pure mantennero la 
legge di Odoacre, ma ne gravarono i capitoli, e costrinsero 
i pontefici a pagare eziandio una tassa onde essere con-
fermati.
Ma la fortuna continu a favorire il papato. La chiesa di 
Milano, splendida rivale di quella di Roma, decadde quasi 
subito dopo sant'Ambrogio, e posciach la citt fu distrut-
ta dai Borgognoni nel 539, i suoi vescovi stanziarono a 
Genova per pi di un secolo. Aquilea, distrutta anch'essa a 
pi riprese, ebbe per arrota uno scisma, e da lei si divise la 
chiesa di Grado; e i papi, inframettendosi nelle loro conte-
se, cos si avanzarono, che intorno al 595, Gregorio I di-
sponeva delle loro entrate e della elezione de' loro vesco-
vi. I vescovi di Ravenna si sostennero alquanto per la pro-
tezione degli Esarchi; ma questi vicer e gl'imperatori 
greci, avendo troppo spesso necessit di accarezzare i pa-
pi, furono obbligati pi di una volta a sacrificar loro l'am-
bizione degli Autocefali, i quali perci non poterono mai 
assumere una indipendenza decisa, e finirono coll'essere 
pienamente soggiogati dalla sede di Roma.
Dal 590 al 795, cio dalla elezione di Gregorio I a quel-
la di Leone III, il pontificato era una dignit che non ha un 
termine per essere adeguatamente significata. II papa era 
eletto militarmente, come a un dipresso si usa da' Barbare-
schi quando eleggono i loro pasci. Il clero, i nobili e il 
popolo si adunavano armati in una piazza o in una chiesa, 
ciascuno sotto la bandiera del suo quartiere o della sua 
scuola o fratria, e ciascuna banda condotta da suoi capi 
che chiamavano giudici. Se non erano di accordo sul can-
didato, i partiti decidevano la questione a colpi di sciabola 
o di alabarda. Dopo fatta l'elezione si prendevano il nuovo 
pontefice, lo mettevano a cavallo e lo conducevano pro-
cessionalmente alla chiesa di Laterano dov'era intronizza-
to. La processione era un misto di militare e di religioso; 
colle bandiere di guerra andavano le croci e gli stendardi 
delle parrocchie, col suono bellicoso delle trombe si con-
fondevano le antifone ed i salmi: in mezzo agli uomini 
d'arme cavalcavano i preti in cotta e stola; la turba armata 
era preceduta da fanciulli e zitelle vestiti di bianco e por-
tanti in mano rami di ulivo; e intanto che i soldati intuo-
navano inni di guerra, il coro delle donne cantava le lita-
nie.
Governo civile e religioso erano una cosa medesima; e 
il papa, capo in Roma di ambedue, era un magistrato rigo-
rosamente costituzionale, che non decideva nissun nego-
zio di momento senza il consenso dell'assemblea, cui 
chiamavano concilio; e a questo concilio intervenivano 
non i soli preti, ma i primi eziandio de' nobili e del popo-
lo. Oltre alla autorit politico-sacerdotale, ristretta al solo 
ducato di Roma o alla Italia romana secondo le circostan-
ze, i pontefici frequentissimamente venivano consultati 
intorno a casi di coscienza dai vescovi delle Gallie, o della 
Spagna, o della Inghilterra, o della Germania; ed erano vi-
sitati o in persona o per deputazioni da' principi barbari, 
massime dagli Anglo-sassoni, che mandavano ricchi doni 
al sepolcro di S. Pietro. Se perci i papi non vantavano 
quella potest assoluta che oggid si arrogano, ne godeva-
no una di opinione che non pativa contrasti, e per la quale 
influivano col consiglio e coll'opera su tutto l'Occidente.
La stessa riputazione non godevano fra i Greci; ch 
gl'imperatori per gelosia e i patriarchi bizantini per ambi-
zione gli avrebbono voluto umiliare; ma le forze non cor-
rispondevano ai desiderii, e i papi in Italia molto pi pote-
vano che non gli augusti di Costantinopoli; i quali, per in-
teresse e per politica, erano costretti a maneggiarli con ri-
guardo e a fare in modo che non se ne disgustassero. Dal 
canto loro i pontefici si riconoscevano sottomessi alla po-
test imperiale, ubbidivano alle sue leggi e ne rispettavano 
le decisioni.
Nella costituzione dell'imperio romano gli augusti era-
no capi dello stato politico e della religione; perci, come 
nota l'istorico Socrate, gl'imperatori tosto che divennero 
cristiani, si impadronirono degli affari della Chiesa e di-
sposero de' maggiori concilii. I quali, convocati espressa-
mente da loro, essi li facevano presiedere, ed essi soli a-
vevano la facolt di approvarne i decreti; e quello che og-
gi sarebbe una mostruosit da far inorridire tutti i buoni 
preti della curia romana si , che il secondo concilio di 
Nicea fu convocato (nel 787) da una donna, per comando 
di lei fu trasferito da Nicea a Costantinopoli, ella ne pre-
siedette l'ultima sessione, ella se ne fece leggere i decreti e 
li approv, e ringraziando i Padri, fu ella che disciolse il 
sinodo. Quella donna era l'imperatrice Irene, e quel conci-
lio  il settimo fra gli ecumenici, cio fra quelli inspirati 
dallo Spirito Santo.
Gl'imperatori regolavano altres la disciplina interiore 
ed esterna; facevano leggi sui vescovi e' cherici e' monaci 
e le chiese; ne facevano sulle feste e i riti; dispensavano i 
matrimoni nei gradi proibiti; e decidevano fino dei dogmi, 
come fece l'imperatore Teodosio quando (nel 381), fattosi 
dare le confessioni di fede dai Niceni ed Ariani, le lesse, e 
di propria autorit decise ci che si doveva credere o non 
credere. Giudicavano ancora le imputazioni contro a' ve-
scovi, come fece Costantino che giudic san Silvestro, e 
Valentiniano che giudic Dmaso. Lo stesso facevan nelle 
contese di competenza in occasione di scisma, come si ha 
dell'imperatore Onorio che sentenzi tra Bonifacio ed Eu-
lalio, e del re Teodorico tra Simmaco e Laurenzio, i quali 
si contrastavano la sede di Roma.
Ma i due secoli in cui l'Italia fu tenuta parte dai Greci e 
parte da' Longobardi furono ai papi una scuola di avversi-
t, dove impararono la prudenza e la saviezza, acquistaro-
no l'amore de' popoli, e divennero quasi necessari. Gl'Ita-
liani odiavano i Longobardi perch barbari e feroci; e il 
governo greco in Italia sempre pi s'indeboliva e non va-
leva a proteggerli dalle rapinerie continue di que' selvaggi 
tedeschi. Quindi i capi ad addoppiare lo zelo e l'attivit di 
difendere le terre che ancora il dominio longobardo non 
riconoscevano; e perci salirono in tanta estimazione che 
alla met dell'VIII secolo apparivano come l'appoggio di 
quel fantasma cui chiamavano impero, e i protettori delle 
repubbliche federative dell'Italia romana. Scelti fra uomini 
addottrinati di buon'ora nelle lettere e nel maneggio degli 
affari, niuna epoca del papato offre una successione cos 
continua d'uomini grandi come furono i pontefici che re-
gnarono dalla decadenza dell'imperio d'Occidente verso il 
440 fino al suo risorgimento nell'800.
Un essere nuovo surse allora per l'Europa, di cui non  
mio instituto di narrare i beni e i mali. Solo dir che fin 
qui i papi s'innalzarono per opere benefiche o lodevoli; ma 
dopo Carlo Magno la prosperit, le ricchezze, il fasto, 
l'orgoglio li corruppe, ed e' corruppero il mondo. A peg-
giorare lo stato della Chiesa e a rovesciare ogni ordine 
buono e ogni regolar disciplina contribu una solenne im-
postura, e furono le false decretali comparse tra l'VIII e il 
IX secolo, che regolarono la Chiesa per circa 800 anni, e 
di cui, dopo che la menzogna fu scoperta, restarono le 
conseguenze. Per le false decretali scadde l'autorit de' ve-
scovi e de' metropolitani, fu indebolita l'autorit delle si-
nodi generali, furono dimenticate le sinodi provinciali, fu 
capovolta l'antica disciplina, le norme de' reggimenti poli-
tici furono applicate al governo spirituale delle anime, le 
scomuniche ebbero effetti civili, e i papi esaltati esorbitan-
temente, diventarono monarchi universali: delle quali cose 
giover toccare alcuni capi.
I vescovi o inspettori della Chiesa, instituiti fino dal 
tempo degli apostoli, erano eletti dal popolo e consecrati 
da tre altri vescovi della stessa provincia. E quantunque la 
Chiesa fosse una, ciascun vescovo, come dice san Cipria-
no, aveva ricevuto la sua parte in solido, e la governava 
indipendente da ogni altro. Per gli affari della parrocchia, 
come la chiamavano allora, o diocesi, come la chiamiamo 
adesso, il vescovo convocava un concilio de' suoi preti e 
diaconi, nel quale ciascuno dava il suo voto; per gli affari 
comuni a tutta una provincia, il metropolitano convocava 
a concilio tutti i vescovi e preti di quella, e col decideva-
no di comune accordo; e gli affari generali della Chiesa 
erano discussati nei concilii generali intimati dall'impera-
tore. Le cause dei preti non potevano essere trattate fuori 
della loro provincia, quindi l'appellare da un metropolita-
no ad un altro era violazione dei canoni. Ma per le cose 
che ho narrate di sopra, i papi cominciarono ad allargare 
le mani e ad arrogarsi una autorit al di l dei termini con-
cessi dalle leggi ecclesiastiche. I vescovi d'Occidente, che 
abitavano i regni barbari, talvolta per ignoranza e tal altra 
per aggiugner peso a ci che intendevano fare, solevano 
spesso consultarsi col vescovo di Roma, che appo gli idio-
ti popoli aveva fama di celeste oracolo; ma ci che i papi 
davano prima per consiglio, assunse poco a poco aria di 
comando, e quella che era una dependenza volontaria di-
venne una necessit. Particolarmente in Francia i prelati 
avevano quasi continui litigi fra loro, nei quali ciascuna 
delle parti cercava di affortificarsi ricorrendo a Roma. I 
preti ancora diventarono indisciplinati, e non volendo ob-
bedire alla sentenza dei loro vescovi, facevano ricorso al 
papa: abusi che moltiplicandosi stabilivano, se non di di-
ritto, almeno di fatto le appellazioni tanto detestate dalla 
Chiesa. N le cause che si portavano a Roma erano sola-
mente ecclesiastiche, ma temporali, di laici e fin anco di 
principi; e negli ultimi anni del secolo X salivano gi a 
tanto numero, e la venalit ed avarizia de' tribunali romani 
era cos scandalosa, che promossero i pi vivi lamenti dei 
vescovi francesi adunati al concilio di Reims.
Gl'imperatori di Oriente solevano regalare, a titolo di 
onore, mantelli di porpora che chiamavano pallii, in quella 
guisa che il Sultano de' Turchi suole oggi regalare pellic-
cie. I preti, che smaniano le distinzioni dei titoli e degli 
abiti, fecero del pallio una particolare insegna della loro 
gerarchia; e i papi col tempo li mutarono la forma di man-
tello rosso in quella di un collare di lana bianca con cro-
cette nere, preparato con quella ricercatezza di cerimonie 
con cui a Roma suolsi dare importanza fino alle bagattel-
le. La lana  tolta da un agnello consecrato dal papa il 
giorno di sant'Agnese, poi allevato e nutrito in un conven-
to di monache: sacre mani lo tosano, sacre mani ne filano 
i velli e tessono i pallii, che poi con solennit sono deposti 
sul sepolcro di san Pietro ed ivi lasciati per una notte af-
finch il Principe degli apostoli ne perfezioni la manifattu-
ra.
Il primo fra i pontefici che concedesse il pallio fu Sim-
maco, che intorno all'anno 500 lo diede a Cesario, vesco-
vo di Arli; ma questa decorazione era talmente di diritto 
degli augusti, che il papa non si ard conferirla senza a-
verne chiesta la licenza all'imperatore Anastasio. Circa 40 
anni dopo, Vigilio lo concedette ad Ausonio, successore di 
Cesario, ma nel diploma us una fra le doppiezze precipue 
allo stile della curia romana. Dice che i soli imperatori 
possono dare il pallio, che i clementissimi principi Giusti-
niano e Teodora lo concedevano ad Ausonio per le pre-
ghiere del gloriosissimo ed eccellentissimo patrizio Beli-
sario, e (nota) che l'uso di esso pallio lo concede egli, papa 
Vigilio, per l'autorit di san Pietro: cavillo che serv ai 
successori e primamente a san Gregorio per dare il pallio 
anco senza ricorrere alla corte di Costantinopoli. La vanit 
rese quell'indumento un distintivo indispensabile a tutti i 
metropolitani: prima i papi lo mandavano; poi, verso il 
1000, obbligarono i metropolitani di andarlo a prendere a 
Roma, al qual fine fu falsificato un canone dell'ottavo 
concilio generale. Fa poco onore alla corte romana che le 
falsit siano stati gli instrumenti della sua grandezza: fals 
i canoni di Nicea affine d'interpolarvi quelli di Sardica cui 
voleva accreditare; fals la donazione di Costantino per 
ingannare Pipino e Carlo Magno; fals le donazioni di Pi-
pino e di Carlo Magno e di altri per acquistare un dominio 
temporale; e fals le decretali per esercitare un potere di-
spotico. Hanno ragione i papi di occultarsi nel mistero e di 
abborrire i curiosi che pretendono svelarlo.
Il pallio trascin seco un'altra importante conseguenza. 
In un concilio, tenuto a Francoforte nel 742, Bonifacio, 
arcivescovo di Magonza e legato di papa Zaccaria, non 
solo obblig i metropolitani delle Gallie e della Germania 
a chiedere il pallio, ma prescrisse a tutti i prelati un giu-
ramento di osservanza verso la sede romana; nel secolo 
seguente la formola di Bonifacio ricevette nuove clausole 
per opera di Nicol I e di Giovanni VIII, e nel secolo XI 
Gregorio VII la ridusse ad un vero giuramento di fedelt e 
vassallaggio verso il pontefice. Lo stesso Gregorio VII, 
dopo di avere obbligati i metropolitani ad andare a Roma 
per il pallio, vi obblig anco gli altri vescovi per essere 
esaminati e consecrati; le quali cose, oltre ai titoli d'impe-
rio, apportavano ricchezza, essendoch il pallio e le ordi-
nazioni pagassero tassa: nel 1190 un vescovo francese 
sbors per la sua ordinazione 700 marchi d'argento.
Dicono i curiali che l'esame giovi ad escludere gl'igno-
ranti e a conservare la buona disciplina; ma val meglio 
dirla una invenzione per avvilire i vescovi, tenerli soggetti 
e far loro sentire la distanza infinita che li separa dal vice-
dio. Gli ordinandi, dice Scipione Ricci, stanno a ginocchi 
in mezzo a numerosa adunanza presieduta dal papa, intan-
to che sono interrogati dagli esaminatori, frati per lo pi. 
Del resto chiunque  pratico di questa formalit non i-
gnora che gli esaminatori comunicano antecedentemente 
la questione, ed anco i libri da cui gradiscono che si trag-
gano le risposte; giacch non  minore il timore che hanno 
essi di essere messi in sacco e di fare trista comparsa di 
quel che possa averne l'esaminato.
Le false decretali, dando voga alla erronea massima che 
i sinodi ecumenici o provinciali o diocesani non valgono 
se non sono approvati dai papi, questi si arrogarono il di-
ritto di mandare qua e l i loro legati a cui attribuivano fa-
colt sopra i vescovi delle provincie, e il diritto di presie-
dere e di dirigere i concilii loro. La qual cosa non piacen-
do a' vescovi che abborrivano da questa nuova servit, 
dopo di esservisi opposti inutilmente, ommisero di convo-
carsi a concilio, e tale trascuranza lasci libero il varco a-
gli abusi e alla indisciplina de' preti.
Dai canoni erano parimenti vietate a' vescovi le trasla-
zioni di una sede all'altra, e fare di due sedi una, o di una 
farne due, non si poteva senza il consenso del metropoli-
tano. Ma nei tempi di mezzo l'avarizia o l'ambizione spin-
geva i vescovi oltramontani a saltare da una sede meno 
ricca ad una pi ricca, e per dare qualche legittima appa-
renza all'abuso solevano farlo approvare da Roma. Poscia 
per le invasioni de' Normanni e de' Saraceni, disertate le 
terre, fugati gli abitanti, impoverite le chiese, rimanevano 
le diocesi abbandonate dai loro pastori; intorno alle quali i 
papi essendo richiesti di consiglio, essi le davano in go-
verno a qualche vescovo vicino, riunendo provvisional-
mente le rendite di due poveri episcopati in un solo. Tal-
volta una diocesi o per essere troppo vasta, o per liti tra 
citt e citt, o per contrasti tra il vescovo e il clero, veniva 
dal papa di accordo col metropolitano e col principe divisa 
in due. Ma le false decretali acconsentirono a' pontefici 
una piena autorit sulle traslazioni, unioni o divisioni delle 
sedi, che fu in sguito origine a disordini, a simonie e ad 
ogni genere di corruttele.
Da esse pure, ovvero dalla sconfinata potest che attri-
buivano a' pontefici, furono autenticate tutte le esorbitanze 
de' cherici intorno alle immunit e privilegi loro. Costan-
tino fu il primo che permise alla Chiesa di acquistare beni 
stabili per donazione; e 50 anni dopo l'avidit dei cherici 
era andata tant'oltre che (nel 370) Valentiniano I proib lo-
ro di accettare legati neppure per via intermedia: legge 
molto lodata da sant'Ambrogio e da san Gerolamo. Ci 
nondimeno fu abolita in sguito; e i cherici, vantaggiando-
si della superstizione altrui, non solo arricchirono, ma at-
tribuirono alle loro ricchezze idee di santit e di possesso 
divino, e ne dedussero la conseguenza che fossero invio-
labili. E quantunque sant'Ambrogio e san Gregorio il 
Grande ed altri storici e dottori attestino che anco i beni 
della Chiesa pagavano i pubblici tributi, i preti de' regni 
oltramontani, applicando la teocrazia ebraica e il sistema 
feudale al governo della Chiesa, introdussero le decime e 
le primizie che i laici dovevano pagare ai preti, e le esen-
zioni dei tributi a favore degli ecclesiastici, pretendendo 
che i beni loro essendo beni di Dio non potevano essere 
gravati dai governi secolari. Quindi i preti, acquistando 
sempre e nulla contribuendo alle pubbliche fazioni, la 
Chiesa esorbitantemente arricchiva, impoveriva lo Stato, e 
languivano le arti e l'agricoltura.
Dice Salomone esservi tre cose insaziabili, e la quarta 
che giammai dice: basta. E sono il sepolcro, la matrice in-
feconda, la terra non mai sazia di acque; e il fuoco per cui 
non vi  alimento che basti. Se quel re moralista avesse 
vissuto venti secoli dopo avrebbe dovuto aggiungerne una 
quinta, molto pi ingorda di tutte le quattro insieme; ch i 
cherici per quanto abbiano acquistato in ricchezza e in po-
tenza e quindi anco in vizi, non mai dissero: basta.
Costantino Magno circa il 315, dice Fr Paolo, esent 
gli ecclesiastici dalle fazioni pubbliche, personali e curiali. 
Costanzo e Costante, suoi figli, aggiunsero le esenzioni 
dalle fazioni sordide e da' censi, e concessero a' soli ve-
scovi le esenzioni da' giudizi del foro secolare, restando 
gli altri ecclesiastici a' giudici secolari cos in criminale, 
come in civile: e sopra di ci vi sono dopo altre leggi, una 
di Valente e Graziano circa il 380, l'altra di Arcadio ed 
Onorio circa il 400. Ma intanto, l'anno 420, Onorio e Teo-
dosio II, e dopo lo stesso Teodosio con Valentiniano III, 
concessero il giudizio de' cherici a' vescovi, quando le 
parti ambedue si fossero contentate; rimettendo ai magi-
strati secolari, quando una non volesse accettare il vesco-
vo; la quale cosa fu anco confermata da Marziano circa il 
460 e da Leone suo successore. Finalmente da Giustinia-
no, circa il 560, fu fermata e stabilita ogni variet con la 
legge che gli ecclesiastici nelle cause civili fossero sog-
getti al vescovo, nelle criminali al giudice secolare; il che 
dur fino al 630 quando Eraclio li esent dai magistrati 
secolari cos in civile come in criminale, salva per sem-
pre l'autorit de' delegati dal principe; e fino alla divisione 
dell'imperio cos sempre fu osservato; e dopo quella, tale  
stato sempre l'uso e lo stile della Chiesa greca infino a tan-
to che  durato quell'imperio.
Ma sotto le ruine dell'impero d'Occidente per anco la 
legislazione. I re barbari, non sapendo leggere e nulla in-
tendendo delle dispute de' preti, lasciarono ch'e' facessero 
e poco poco il clero costitu uno Stato suo indipendente 
dallo Stato politico; e si govern con leggi e tribunali pro-
pri, a' quali tir anco i laici, Se un laico aveva causa con-
tro un prete, doveva farla giudicare dai preti; e se un prete 
ne aveva contro un laico, lo tirava al foro ecclesiastico, 
dove i giudicii erano sempre lunghi, parziali, o corrotti 
dall'avarizia. Quindi i preti, arrogandosi la facolt di sen-
tenziare su tutto ci che appartenesse a religione, e non vi 
essendo cosa in cui la religione bene o male non ci entri, 
diventarono con questo pretesto i despoti di tutte le rela-
zioni e transazioni sociali; e per circuirsi di numerose 
clientele e di mezzi e di potenza, non contenti d avere e-
sentuate dalle pubbliche gravezze e dal foro comune le 
persone loro, vi esentuarono anco quelle dei loro famigli e 
dipendenti, dette perci persone privilegiate; e i teologi 
ebbero per deciso che anco le concubine de' preti appar-
tengono al foro della Chiesa. Non  una facezia di Fr Pa-
olo Sarpi o una finzione di lui come fu creduto da alcuni, 
ma  un punto di giurisprudenza notato dai glossatori del 
diritto canonico, i quali dicono: Uxor non legitima, cum 
sit de familia sacerdotis est de foro ecclesiae, sicut et alii 
qui sunt de familia ejus.
A ci contribu la superstiziosa sommessione che le na-
zioni germaniche professavano inverso a' loro druidi o 
preti. Il cristianesimo insegnato da missionari ignoranti e 
non sempre disinteressati o sinceri, and a fondersi nel 
druismo e ne scatur una mistura di culto barbarico che 
aveva del cristianesimo i nomi e le apparenze, ma era so-
stanziale e pretta idolatria. Ci accadde precipuamente 
nelle Gallie e nella Brettagna, dove il clero subentrando a' 
druidi, ne eredit la preponderanza, e acquist di molte 
ricchezze: le ricchezze fruttarono le corruzioni, poi le gare 
e le discordie, e infine la necessit di un giudice indipen-
dente a cui ricorrere. L'arci-druido era appo i Celti il pon-
tefice massimo, e, lui solo interprete legittimo de' divini 
secreti, esercitava sul sacerdozio subalterno e sui laici 
un'autorit piena, assoluta, tremenda. Scomparsa poi quel-
la religione, i vescovi rappresentarono la parte dei druidi, 
e agli occhi de' barbari divent arci-druido il vescovo ro-
mano, tanto pi per loro reverendo quanto che si occulta-
va in una misteriosa lontananza, divinit mortale, ma as-
sorta in contemplazioni celesti, magnificata dai preti e da' 
pellegrini che visitavano la citt santa, e che, ignorandone 
le fragilit, lo vedevano e lo adoravano fra i raggi di una 
imponente pompa religiosa.
In ultimo le falsi decretali, invertendo l'ordine delle co-
se fino allora stabilito, posero la massima che la dignit 
pontificia  superiore alla dignit imperiale. Come abbia-
mo detto, il pontefice nuovamente eletto non poteva eser-
citare il suo ufficio senza essere prima confermato da un 
rescritto della corte di Costantinopoli. Passato l'impero in 
Carlo Magno e ne' suoi successori, non solo fu conservata 
la stessa usanza, ma accadde pi volte che gl'imperatori 
Franchi o in persona o per mezzo de' loro commissari giu-
dicassero i papi accusati di alcuna colpa, o le cause che 
vertiano tra loro ed altri vescovi od abati. I tre Ottoni fu-
rono gelosissimi di questo diritto; ma dagli altri imperatori 
tedeschi venendo debolmente esercitato, porse a' pontefici 
di emanciparsi a poco a poco da quella dipendenza; ed a 
Gregorio VII di dichiararla al tutto illegittima, fondandosi 
sulla ragione che gl'imperatori ricevendo la corona dai pa-
pi, erano conseguentemente inferiori e non superiori a lo-
ro. Infatti Carlo Magno fu incoronato in Roma da Leone 
III nell'800; ma quel principe, antivedendo i pericoli che 
dalla continuazione di questo rito poteva risultarne a' suc-
cessori, e come esso attribuiva troppa influenza al clero, 
volle che suo figlio Lodovico, dichiarato imperatore in 
Aquisgrana nell'813, si mettesse la corona da s. Ma Lo-
dovico, debole e pinzochero, non pot persuadersi di esse-
re imperatore legittimo finch papa Stefano V, chiamato 
da lui in Francia nell'816, non lo incoron di nuovo nella 
chiesa di Reims: lo stesso praticarono gli altri imperatori, 
e quindi si radic l'opinione che a' soli papi si appartenes-
se conferire la dignit imperiale; e poich nel jus pubblico 
di que' tempi l'imperatore era considerato superiore e capo 
di tutti gli altri re e principi, se ne tir la conseguenza che 
questi ancora fossero soggetti ai pontefici, i quali poteva-
no disporre dei regni e dominii altrui, e toglierli o darli a 
cui pi piaceva.
 singolare che la potest de' papi continuasse ad in-
grandire nella opinione degli oltramontani quando in Ro-
ma correva pericolo di andar spenta. Nel secolo X i conti 
di Tuscolo, essendosi insignoriti della citt e del castello 
sant'Angelo, ridussero il papato a condizioni molto ristret-
te; e peggio accadde sotto i tre Ottoni che tennero l'Italia 
dal 960 sino alla fine del secolo: i quali mirando a stabilire 
la loro sede a Ravenna e gelosi de' pontefici, li spogliaro-
no d'ogni potest temporale e di ogni influenza in Roma, li 
dominarono, e ne fecero un istromento a' loro disegni. Ma 
estinta la stirpe in Ottone III, gl'italiani, che avevano pati-
to grandi crudelt dai tedeschi, intesero a governarsi a 
comune; e non erano passati 50 anni dopo il 1000 che 
moltissime citt si erano costituite in altrettante repubbli-
che. I papi allora risorsero, e promovendo quel moto di 
libert acquistarono in breve una potenza formidabile.
Il celebre monaco Ildebrando allevato ed istrutto in 
Roma (dice il Micrologo), investig diligentissimamente 
tutte le tradizioni apostoliche (cio tutte le opinioni favo-
revoli alla grandezza papale), e dopo averle investigate, 
studiosissimamente si affatic per ridurle in atto, I primi 
tentativi li fece sotto i pontificati di Leone IX, Vittore II, 
Stefano IX, Nicol ed Alessandro II, de' quali fu segreta-
rio, o per dir meglio il direttore: indi pontefice egli stesso 
dal 1073 al 1086, e conosciuto col nome di Gregorio VII, 
vi pose l'ultima mano; e trov nelle passioni di quei tempi, 
nell'odio degli italiani avverso gl'imperatori tedeschi, e 
nella ambizione della famosa contessa Matilde sua protet-
trice, altri tanti potentissimi elementi che favorirono i suoi 
pensieri: umili un imperatore, fu egli stesso perseguitato 
e infelice, mor esule, sempre fiero e irremovibile del paro 
nella prospera e nella avversa fortuna: i romani ne fecero 
un santo, gli oltramontani un facinoroso; ma fu certo un 
grand'uomo e se non il creatore, l'ordinatore almeno della 
monarchia de' papi. Avendo egli raccolto e perfezionato 
gli sparsi abozzi gettati in molti secoli dal talento e dalla 
fortuna, ne modell un compiuto sistema, e, per usare le 
parole del Baronio, ridusse a 29 capitoli le massime rice-
vute e praticate fino allora nella Chiesa cattolica, cui egli 
chiar e promulg onde reprimere l'audacia de' vescovi e 
dei tiranni. Le quali massime sono:
Che la Chiesa romana  la sola fondata da Dio, il pon-
tefice  il solo vescovo universale; egli solo e di suo arbi-
trio pu deporre e assolvere i vescovi, trasferirli da una 
sede all'altra, creare nuove sedi, dividerle, riunirle, e in-
somma far leggi come gli attalenta, e obbligare i vescovi a 
ci che gli piace. Senza il suo assenso nissun concilio  
legittimo, nissun libro santo  canonico. Pe' suoi legati 
pu presedere a tutti i concilii, pu giudicar tutti, e nissu-
no pu giudicarlo; tutte le cause maggiori della Chiesa 
devono essere portate a lui, e pecca chi condanna quegli 
che appella alla Sede apostolica. Pu riformare le sentenze 
di ognuno, ma nissuno pu riformare le sue: che il capo 
della Chiesa romana  infallibile, e il papa canonicamente 
eletto,  santo. Il suo nome  il solo da recitarsi nella 
Chiesa, e che sia sacro al mondo.
Il solo papa pu usare le insegne dell'imperio, creare e 
deporre gl'imperatori, e pu liberare i sudditi dal giura-
mento di fedelt. Tutti i principi sono obbligati a baciarli i 
piedi. Chi non  unito alla Chiesa romana, chi non profes-
sa queste massime, non  cattolico; e lo scomunicato dal 
papa debbe essere cansato da tutti.
Gi le menti umane si erano avvezzate per lunga abitu-
dine a considerare cos enormi errori quali verit indubi-
tabili, quindi non dobbiamo ammirare se ridotti a pratica 
legale furono creduti, registrati e comentati dai giurecon-
sulti e dai teologi. Burcardo, poi Ivone, poi Graziano 
gl'inserirono nei loro canoni, che diventarono il codice le-
gislatore di tutta l'Europa: altri papi li accrebbero, altri 
glossatori gl'interpretarono od ampliarono; e d'allora in 
poi l'autorit de' pontefici fu fatta pari, e talvolta superiore 
a quella di Dio. Oltre alle facolt sopraddette, dicendosi 
essi padroni di tutti i beneficii ecclesiastici, si arrogarono 
il diritto di conferirli, di darli in commenda o pluralmente, 
di gravarli di pensioni, di soggettarli a regressi e a riserve, 
o di permutarli; vantandosi padroni de' possessi mobili e 
stabili delle chiese e luoghi pii, essi soli pretesero di po-
terne disporre, o di poter concedere che lo Stato levasse 
sopra di loro decime o tributi; a s soli attribuirono la fa-
colt di concedere esenzioni o dispense, o privilegi a' che-
rici, agli ordini regolari e ai laici, e la licenza di poter te-
stare de' beni della Chiesa; si arrogarono la facolt di ere-
dar essi le spoglie dei beneficiati morti, e di esigere a pro-
prio profitto censi, decime ed annate; e si attribuirono la 
facolt di legittimare o invalidare i matrimoni, di dispen-
sare nei gradi di parentela, di commutare le ultime volon-
t, di approvare i notai; e di erigere universit di studi, e di 
conceder loro privilegi ed esenzioni, e di conferir titoli e 
giurisdizioni a' principi ed immunit a' privati. Andarono 
pi innanzi: imputando a s soli la potest di rimovere i 
cardini celesti, e la non meno incredibile potest di con-
vertire ci che  disonesto in atti onesti, usurparono i dirit-
ti impreteribili ed eterni della giustizia. Quindi Giovanni 
XXII nel 1320 invent le famose tasse della cancelleria 
romana, e Benedetto XII nel 1336 quelle della Penitenzia-
ria, per le quali ad uno stabilito prezzo si arbitravano i pa-
pi di poter dispensare da tutti i doveri che impongono le 
leggi o la coscienza. E non bastando tanto esercizio di po-
tere smodato sui vivi, lo distesero anco ai morti. Fin dal 
1095 Urbano II aveva introdotte le indulgenze venali, che 
i papi successori ampliarono all'infinito, e toccarono gli 
ultimi eccessi a' tempi di Leone X nel 1516, dond'ebbe o-
rigine la ribellione di Lutero.
Molto ancora mi resterebbe a dire se volessi memorar 
tutte le esorbitanze nelle quali l'orgoglio, l'adulazione, l'a-
varizia e una falsa persuasione di essere infallibili trasse i 
pontefici, e le tristi conseguenze che ne derivarono, di sci-
smi, di eresie, di corrotta fede pubblica, d guerre e solle-
vamenti e ribellioni, di mutati imperii e di ogni altra sorta 
di disordini o colpe: una sola ricorder ancora, e sono le 
scomuniche che si moltiplicarono e divennero tremende a' 
re e ad imperatori, pi volte per esse balzati dal trono: 
come ancora fu pi volte veduto per esse il figlio ribelle al 
padre, o il fratello al fratello, o legittimata la usurpazione, 
o santificato il regicidio. I preti di Roma, nemici crudelis-
simi dei re, quando e' furono potenti, ora gli adulano per-
ch sono inviliti; e se tornassero potenti torneriano nemi-
ci; ch Roma ha dimenticato nissuna delle sue orgogliose 
pretese, e solo le dissimula per astuzia, non potendo farle 
valere per debolezza.
La scomunica fu cos detta perch privava della comu-
nione spirituale della Chiesa il cristiano che n'era colpito; 
ma fra gli oltramontani, per morali predisposizioni nel 
volgo, prese un carattere al tutto disforme; imperocch 
quando ancora viveano nel paganesimo, l'anatema de' loro 
druidi frangeva tutti i vincoli sociali, di rispetto, di obbe-
dienza, di amicizia, di sangue: la quale superstizione i ve-
scovi trovandola utile a loro, la sostennero e la conforta-
rono coll'esempio degli anatemi ebraici che importavano 
pena di sterminio. E quando il clero si trov immensa-
mente ricco, i baroni che non erano molto differenti da' 
capi-masnadieri si gettavano sui beni ecclesiastici, gli ma-
nomettevano, gli saccheggiavano, taglieggiavano i con-
venti, spogliavano le chiese e intrudevano nelle dignit 
ecclesiastiche cui loro pi piaceva. Contro le quali violen-
ze i cherici, non avendo mezzi materiali per resistere, usa-
rono le armi loro e colle scomuniche mettevano al bando 
della societ quelli cui volevano punire. Ciascuno poteva 
ammazzare lo scomunicato e impadronirsi de' suoi beni; e 
in un secolo di ferocia e d'ignoranza, dedito alle armi e al-
le rapine, pieni di sedizioni e di malviventi, questi dogmi 
sovversivi di ogni pubblico bene trovavano documenti 
nell'avarizia, nella ambizione, nelle passioni, negli odii e 
nelle vendette.
In quei tempi, agitandosi la societ in un continuo stato 
di guerra, l'andare armato e a cavallo era il distintivo 
dell'uomo libero; ma l'una e l'altra cosa era vietata dalle 
leggi canoniche ai gravati di pubblica penitenza: con ci i 
preti significavano che lo scomunicato, finch durava la 
sua condizione di penitente, era anco incorso nella degra-
dazione civile. La qual massima bene radicata nel popolo 
non fu difficile di applicarla anco ai principi. Il primo ten-
tativo fu fatto in Ispagna nel 681 contro il re Vamba; ma di 
maggiore audacia fu quello rinnovato in Francia nel 833, 
quando un pugno di vescovi sediziosi, volendo colorire di 
religione un'empia congiura, assoggettarono alla pubblica 
penitenza l'imperatore Lodovico Pio, lo privarono della 
sua dignit e lo relegarono in un monastero: ma l'atto par-
ve cos nuovo ai popoli che fu ricevuto con isdegno. Ep-
pure questo principe imbecille e i suoi successori, germi 
imbastarditi di Carlo Magno, tanto concessero al clero fi-
no a confessarsi inferiori a' vescovi nella dignit; e questi 
inorgoglirono al segno da statuire nel concilio di Troja, 
l'anno 878, che il re non debba sedere al cospetto loro 
senza averne prima ottenuta la licenza.
Questo processo della opinione a favore del clero, gio-
v a Nicol I, che fu pontefice dal 858 al 867, le varie in-
traprese del quale sugli ecclesiastici e sui principi furono i 
materiali che poi servirono al monaco Ildebrando e da lui 
ridotti a principii teorici e fondamentali della monarchia 
pontificia. Nicol fu il primo tra i pontefici che pretese di 
sottomettere i monarchi affermando ch'e' non regnano per 
diritto pubblico ma per l'autorit della Santa Sede, e fra gli 
atti autorevoli di lui ricorda la storia quello contro Lotario 
re di Francia; il quale avendo ripudiato Teutberga per i-
sposarsi Valdrada, fu dal pontefice scomunicato, e la sco-
munica trov da un lato favore ne' fratelli e ne' vassalli del 
re che ambivano i suoi dominii, e dall'altro nei popoli a 
cui spiacevano le azioni di esso, diventate ancor pi odio-
se pei mali trattamenti usati alla divorziata regina. Lotario 
dovette cedere, abbench di malavoglia; e morto poi quel 
pontefice e' si ripigli la Valdrada, ma continuando i di-
sordini nel suo regno in conseguenza degli anatemi sacer-
dotali, and a Roma a giustificarsi con Adriano II nel 870, 
primo esempio di un monarca umiliato innanzi al tribuna-
le de' papi; e la morte di Lotario e di varii suoi cortigiani, 
seguta poche settimane dopo un apparente riconciliazione 
col pontefice, fu considerata dal volgo superstizioso e 
vantata dai preti come un castigo di Dio in pena dei loro 
spergiuri. Quind'innanzi le scomuniche sempre pi ingros-
sarono, massime dopo che furono maneggiate dall'accorto 
ed inflessibile Ildebrando, e accreditate con finzioni por-
tentose dal suo coetaneo ed amico s. Pietro Damiano. Ter-
ribili al sommo e pericolosi ne divennero gli effetti: perdi-
ta di ogni dignit ed onore, incapacit di testare o di ere-
dare o di fare atto pubblico, di amministrare i suoi beni o 
di disporne, di esigere i suoi crediti, di usare de' suoi diritti 
civili: insomma lo scomunicato era un uomo posto fuori 
delle leggi, contro al quale tutte le braccia dovevano ar-
marsi, e su le robe o i dominii o la libert o la vita di cui 
chicchessia aveva diritto. Giovanni XXII, Giulio II e Pao-
lo IV nei loro anatemi fulminati, i due primi contra i Ve-
neziani, e il terzo contro il re e i parlamenti d'Inghilterra, 
non inorridirono di raccomandare per la maggior gloria di 
Dio, che gli stabilimenti di commercio dei reprobi fossero 
atterrati, saccheggiate le loro case, massacrate le persone o 
per lo meno fatte schiave e vendute sui mercati pubblici. A 
tanto eccesso di atroce follia precipitarono uomini che si 
vantavano infallibili.
Dalle scomuniche vennero gl'interdetti; in ci diversi 
dalle prime, ch quelle dannano l'anima di coloro che so-
no colpiti, e questi li privano solamente dei sussidii della 
religione. Spiritualmente la scomunica  pi terribile, per-
ch lo scomunicato, fosse anco un santo,  preda sicuris-
sima dell'inferno; conciossiach il papa gli ha chiuse le 
porte del paradiso e comandato a Dio di non riceverlo: ma 
negli effetti temporali l'interdetto  di maggiore scandalo, 
essendoch proibisce gli esercizi di religione ad una intie-
ra comunit, disturba le pie coscienze, scema i lucri a' sa-
cerdoti, fomenta la irreligione, suscita tumulti e d motivo 
a disordini infiniti. Imperci gl'interdetti sono biasimati 
dagli stessi canonisti romani, detestati dalla Chiesa e os-
servati di rado.
Il primo esempio di culto interdetto  quello che Incma-
ro vescovo di Laon fulmin contro la sua diocesi nel 870, 
per cui fu crudelmente punito dagli altri vescovi francesi. 
Quindi Giovanni VIII, che regn dal 872 al 882, papa ope-
rosissimo, e che fece tanto sciupino delle scomuniche che 
passavano per una formalit, fulmin un interdetto pri-
mamente in Roma nel 878 in occasione ch'e' fu sorpreso e 
imprigionato da Lamberto duca di Spoleto e dai fuorusciti 
romani, e due anni dopo ne fulmin un altro contro Napo-
li, perch Anastasio, vescovo e duca di quella repubblica, 
si era alleato coi Saracini. Sebbene questa specie di censu-
re non diventasse frequente, e che in Francia fossero u-
gualmente respinte dal clero e dai parlamenti, non perci 
mancarono di eccitare ovunque sedizioni e tumulti e scan-
dali; e la glossa al capo Alma mater nel VI delle decretali 
narra di un paese delle Marche dove un interdetto dur 
tanto tempo che gli uomini avevano perduto ogni riveren-
za al culto, per cui quando cess e che i preti incomincia-
rono a dire la messa, ne furono derisi.
La sconfinata potest a cui ascesero i pontefici dopo 
l'XI secolo e il cattivo uso che ne fecero, e i corrotti co-
stumi del clero e l'avarizia della corte, e le turbolenze con-
tinue degli ordini monastici, eccitarono i lamenti di uomi-
ni celebri; ma a troppi premeva quello stato di cose, ch 
un decimo del sesso maschio nella popolazione europea vi 
partecipava. Tale immensa moltitudine, sparsa in varii re-
gni, formava uno imperio indipendente dalle leggi locali, 
retto da un gerarca che si diceva (e i suoi seguaci lo pro-
clamavano) supremo ai re, uguale a Dio. Indarno gli Albi-
gesi, Vigleffo, Arnaldo da Brescia, Marsilio da Padova, 
Fr Dolcino ed altri tentarono di percuotere quel mostruo-
so edifizio: i tempi erano immaturi e i loro sforzi andaro-
no macchiati di eresia. Indarno Nicola di Clemangis, Gu-
glielmo Okamo, Guglielmo Durando, Giovanni Gersone e 
persino san Bernardo sclamarono contro i disordini: le lo-
ro deboli voci furono soffocate dalla corruzione universa-
le. Il gran scisma di Occidente, durato dal 1378 al 1428, 
offerse lo scandaloso spettacolo di due e fino tre papi in 
una volta, e di due concili ecumenici, l'uno avverso l'altro, 
e di papi e concili che s'ingiuriavano e scomunicavano a 
vicenda, intanto che si vantava ciascuno inspirato dallo 
Spirito Santo: i quali errori non valsero ancora a scemare 
il credito a' papi, tanto profondamente erano prevenziona-
te le opinioni. Ma pure si spargevano i mali semi; e il gio-
go, non ingrato all'Italia perch dal papato traevano co-
modi e ricchezze numerosi individui, diveniva sempre pi 
insopportabile oltremonti, vedendosi col gl'immensi tri-
buti pagati annualmente alla corte di Roma, e le pi opime 
rendite ecclesiastiche invertite negli Italiani che neppure 
risedevano alle loro chiese. Pi aspro era sentito dai Tede-
schi che, poveri, semplici, devoti, erano espilati e angaria-
ti da clero astuto ed avido. E per Lutero pot ivi trovare 
numerosi seguaci nel popolo, e, per cagioni politiche, po-
tenti sostenitori nei grandi; e se la monarchia papale non 
ruin sotto i colpi di lui, debbe saperne grado al cumulo 
d'interessi umani collegati alla sua esistenza.
L'alto clero oltramontano era ricchissimo ed aveva parte 
nel reggimento pubblico, intervenendo ne' comizi come 
corpo di rappresentanza nazionale; la quale prerogativa, 
giunta alle altre come corpo ecclesiastico, lo rendeva non 
pure potentissimo, ma necessario. Laddove la riforma te-
desca, derogando al sistema gerarchico, ai privilegi ed e-
senzioni della Chiesa e ai beni de' cherici, non si sarebbe 
potuto introdurla in Francia o Spagna od altre regioni mo-
narchico-costituzionali senza sconvolgere gli ordini dello 
Stato. Molto pi che in Germania, essendo varie citt libe-
re, e le soggette a principe godendo di assai franchigie 
municipali, la riforma assumeva tutti i caratteri de' governi 
popolari, e al principato faceva temere innovazioni perico-
lose.
Ben  vero che in Inghilterra, introdotta e maneggiata 
dalla mano dispotica di Enrico VIII e consolidata dalla 
prudenza di Elisabetta, prese altra specie e conserv la ge-
rarchia; ma oltrech le condizioni degli altri regni erano di 
lunga mano diverse, in quell'isola pure le sette popolari de' 
puritani e presbiteriani non tardarono ad insorgere contro 
agli episcopali, origine a lunghe e miserevoli guerre civili. 
Se la riforma non avesse mirato che all'eccesso della mo-
narchia papale, avrebbe trovato favore in ogni classe; ma 
invadendo tutti gl'interessi del clero e per riverbero anco 
le costituzioni statuali, il sacerdozio e l'imperio, tratti dalla 
necessit della propria conservazione, furono obbligati a 
sostentarsi a vicenda.
Questo intreccio fu pure la causa per cui i papi seppero 
tirare cos grande profitto dal concilio di Trento cui teme-
vano dover congregare a proprio danno. Tutti chiedevano 
riformazione nel capo e nei membri della Chiesa, ma cia-
scuno la voleva in ci solo che non fosse a suo pregiudi-
zio. Per gli ordini di quel tempo il clero dov'era al tutto 
emancipato dalla potest laica, e dove in assai poche cose 
vi era sottomesso; ma quasi ovunque non dava tributi allo 
Stato se non in quanto piaceva al supremo gerarca. Da 
questo lato sarebbono piaciute le innovazioni luterane a' 
principi se non avessero paventato le altre conseguenze 
narrate di sopra. Ai vescovi ancora sarebbe piaciuto sot-
trarsi dalla troppa soggezione romana; ma temevano pei 
loro beni ed esenzioni e la servit de' laici.
In Francia, dopo il concordato di Francesco I, la nomi-
nazione ai beneficii ecclesiastici apparteneva alla corona, 
che oltre al darli in premio a' suoi fedeli ed esercitare sul 
clero una sorte di dominio, traeva un profitto dalle rendite 
de' beneficii vacanti e da altri emolumenti a s riservati; 
laddove, restituendo la prammatica sanzione, que' vantag-
gi smarrivano. Il cardinale di Lorena ebbe in pensiero di 
staccare la Francia da Roma e far s patriarca della Chiesa 
Gallicana; e quel progetto, se non lo attraversavano altre 
ambizioni e i laceri regni di Francesco II e Carlo IX, a-
vrebbe forse avuto adempimento.
Ancora nella Spagna il re aveva il diritto di nominare 
agli episcopati; ma i Capitoli composti dalla nobilt del 
regno erano quasi tutti di collazione pontificia. Imperci 
quando era il caso d'impor decime o alienar beni chericali 
a profitto dello Stato, i vescovi, per la doppia loro dipen-
denza, obbedivano, i Capitoli no. Desideravano adunque i 
re di Spagna di soggettare i Capitoli a' vescovi; ma abbor-
rivano una maggiore libert nei secondi onde non farne 
altri tanti papi e tornare a' tempi che un concilio deponeva 
i re e giudicava del regno: il giogo romano essendo consi-
derato dalla corte di Madrid un utile freno alla soverchia 
potenza del clero nazionale. Altronde l'inquisizione spa-
gnuola, indipendente da quella di Roma, era un terribile 
ma giovevole istromento nella mano regia a contenere o 
spogliare le famiglie potenti o i prelati illustri, cui le rego-
le ordinarie della giustizia non concedevano di percuotere. 
Quel sant'Uffizio era ai re di Spagna, ci che all'impero 
germanico, la famosa camera Vemica e alla Repubblica di 
Venezia il consiglio de' Dieci.
La corona traeva ancora molto danaro dallo smercio di 
quella che chiamavano la crociata; ed erano indulgenze 
concesse a prezzo stabilito, l'introito delle quali si diceva 
per fare la guerra ai maomettani, ma pi spesso era per 
farla a' cristiani. Popolo corrotto aveva bisogno di facili 
mezzi onde far tacere i rimproveri della coscienza contro i 
vizi e il mal costume; e quantunque que' traffichi scanda-
losi fossero stati la causa della insurrezione di Lutero, 
l'ambasciatore spagnuolo a Trento chiese che le indulgen-
ze della crociata non potessero essere date gratis. Ci pia-
ceva alla corte di Roma, porgendole occasione di giustifi-
care s medesima.
Nella Germania, i vescovi e gli abati, essendo anco 
principi temporali, s'investivano di due o pi vescovati, 
godevano di numerose prebende: e per tanto erano neces-
sitati a sostenere un sistema cos favorevole e ad opporsi 
ad una riforma che avrebbe scemate le immense loro ren-
dite e abbassata la loro potenza.
Il papato fruttava all'Italia lo scolo di sterminate ric-
chezze, e il sapere o l'ambizione trovavano in corte di 
Roma un utile patrocinio; e maggiore stimolo agli alacri 
ingegni era la perfetta uguaglianza dei meriti. Oscuro frate 
nato in misera cuna saliva ai primi onori della Chiesa, e 
per fasto grandeggiava coi principi; o conseguiva il gran 
manto, e all'apice del potere soperchiava i primi monarchi. 
Quindi col tutti accorrevano, uomini dotti, artisti preclari, 
cherici o bisognosi o cupidi. I prelati minori o i vescovi 
poveri servivano le mense o nelle anticamere ai prelati 
grandi, e da questi umili principii ascendevano a' gradi 
supremi. Intanto chi conseguiva o ricco beneficio in 
commenda, e chi pensione sopra altro beneficio, e chi il 
diritto di succedere a vecchio prebendato, ci che chiama-
vano aspettativa, e chi faceva traffico del proprio benefi-
cio, ritenendo i titoli e rassegnando ad altri, per pattovito 
prezzo, i proventi. Innumerevoli beneficiati cortegiani e 
sparsi in tutto il mondo cattolico, in ogni citt, in ogni ter-
ra, e direi quasi in ogni casa, riconoscevano dalla curia i 
loro agi, o ne traevano promesse e speranze: quindi gene-
rale il lamento, massime in Inghilterra e in Germania che i 
migliori beneficii fossero pappati da Italiani; i quali, per 
questo appunto difendevano, come articoli di fede, le pre-
rogative romane. N omettevano i pontefici di palpare gli 
orgogli nazionali facendo sentire il lustro che dalla Santa 
Sede ridondava alla comune patria, acciocch non patisse-
ro la ignominia che da superbi oltramontani, cui gl'Italiani 
chiamavano barbari, le fosse fatta ingiuria.
Altro elemento di forza erano i frati mendicanti, i quali, 
sotto qualunque clima nati e qualsiasi lingua parlassero, 
tutti erano papalisti, e in tanto numero che sommavano 
almeno 500,000: i soli francescani a' tempi del Sabellico 
contavano 60,000 individui; e quando Pio II volle fare la 
sua spedizione contro i Turchi, il generale di quell'ordine 
gli offr 30,000 de' suoi frati. E se a' frati si aggiungano i 
loro clienti, i pinzocheri che tutto coprono di religione, le 
donne che hanno tanta ingerenza nelle abitudini domesti-
che, e se si contano i validi mezzi con cui agivano in pub-
blico col linguaggio libero delle prediche, in occulto colle 
insinuazioni del confessionario, ben  da concedersi che i 
papi esercitavano sulle opinioni un impero universale, as-
soluto, terribile. Ed essi cos bene il sapevano che, quando 
appunto sembravano versare nel maggiore pericolo, Cle-
mente VII scomunicava Enrico VIII re d'Inghilterra; altra 
pi feroce scomunica contro la regina Elisabetta fulmina-
va Paolo IV; Pio IV citava al suo tribunale Giovanna d'Al-
bret regina di Navarra; e il fiero Sisto V scomunicava e 
privava del regno Enrico III re di Francia, Enrico IV re di 
Navarra e poi di Francia, e il principe di Cond di regio 
sangue.
Con tutto questo la riforma fece progressi e tolse di bel-
le, ricche e fruttevoli provincie alla monarchia sacerdota-
le. Ma i papi, anzich transigere coi ribelli, gli rescissero 
dalla Chiesa, e dannatili in perpetuo, pensarono a sostene-
re la propria grandezza. Usciti con gloria dal tumultuoso 
concilio di Trento, diventato la pragmatica del nuovo dirit-
to papale, i papi si ristrinsero vieppi col clero aggiogato a 
loro per nuove leggi; moltiplicarono i regolari che diven-
tarono la loro truppa di linea; si affortificarono coi gesuiti 
che ne furono la guardia del corpo; instituirono i seminari 
per dare ai cherici una educazione uniforme e quale il bi-
sogno voleva; diffusero ovunque i collegi dei gesuiti a 
propagare gli stessi principii ne' laici; fondarono in Roma 
i collegi germanico, ungarico, inglese, greco, maronita, a 
Loreto il collegio illirico, a Milano il collegio elvetico, 
provvedimenti profondi per l'avvenire onde riguadagnare 
col lento ma sicuro processo del tempo que' popoli; diede-
ro forza alla inquisizione e ne ridussero tutti i fili alla con-
gregazione di Roma; instituirono la Congregazione 
dell'Indice onde respingere l'audacia degl'intelletti e impe-
dire gli effetti irreligiosi delle scienze: e con questi ed altri 
artificiosi congegni il papato usc fuori pi poderoso, di 
forma che Pio V, poi santo, ard pubblicare nel 1568 la sua 
famosa bolla in Cna Domini.
Cos detta, perch leggevasi il Gioved Santo da un car-
dinale diacono in presenza de' cardinali e del pontefice; e 
il pontefice, finita la lettura, gettava nella piazza un cereo 
acceso in segno di maledizione. Se ne ignora l'origine. Al-
cuni la attribuiscono a Martino V nel 1420; ma dalle Cle-
mentine, capo Dudum Bonifacius, e dalla glossa a quel 
capo si ricava che era gi in uso prima di Clemente V, cio 
prima del 1305, e gli eruditi ne trovano indizi anteriori al 
1180: a talch si pu forse attribuirne la prima derivazione 
a Gregorio VII, di cui ho sopra descritte le massime e che 
mor nel 1085. Ma sembra che prima di Martino V fosse 
uso di leggerla tre volte l'anno, Gioved Santo, Ascensa e 
Dedicazione della basilica di san Pietro; e che da quel pa-
pa in poi sia prevalso di leggerla solamente nel Gioved 
Santo. Varii pure furono gli autori di essa bolla, avendovi 
ciascun papa fatto delle aggiunte ad occasione, finch da 
Clemente XIV (Ganganelli) nel 1773 fu non gi soppressa 
ma posta in tacere: a d nostri la curia cova tentativi per 
farla rivivere.
Conteneva alcuni capi lodevoli, come laddove scomu-
nica i pirati, gli assassini, i ladri, i falsari; altri sopportabi-
li, trattandosi di un papa che deve pensare da papa e non 
da filosofo, come le scomuniche contro gli eretici; ma in 
genere tendeva a nientemeno che a sottomettere all'eccle-
siastico tutte le potest temporali. Era caso di scomunica 
gravissimo l'appellare dal papa al concilio, tradurre i che-
rici ai tribunali secolari, impedire le appellazioni a Roma, 
imporre tributi sui beni de' cherici, fornire armi e muni-
zioni ai Turchi, impedire l'importazione di vettovaglie o 
denari negli Stati del papa o turbarne il commercio con 
leggi doganali; ed era caso di scomunica imporre nuovi 
tributi ai popoli, ed accrescere od esigere gli antichi senza 
una dispensa del papa. Pio V dissimulava cos poco la sua 
ambizione alla monarchia universale che a chi gli rimostr 
quanto quella bolla fosse sovversiva di ogni buon governo 
e contraria ai diritti di ogni societ politica, rispose: A 
noi e non ad altri incombe il carico di governare i popoli, 
n vogliamo patire che siano tiranneggiati. Se i principi 
hanno bisogno di levar tributi, li dimandino a noi.
Stante quella bolla era impossibile, come osserva Fr 
Paolo, che vi fosse principe alcuno, per quanto pinzoche-
ro, che non si avesse in dosso 15, o 20 scomuniche: il ge-
suita Comitolo ne cont 36 sulle spalle della sola Repub-
blica veneta. Ma come di tutte le cose eccessive, cos la 
bolla in Cna Domini cagion bene assai tumulti, massi-
me in Italia, ma non fu osservata; e solo contribu a rende-
re vieppi indocili i cherici, sediziosi i frati, scontenti i 
popoli e a far increscere a' principi la tirannia ecclesiasti-
ca. Ma se per avventura avesse potuto sortire il suo effet-
to, i pontefici romani diventavano maggiori che non erano 
mai stati, e i principi loro vassalli.
Ma le circostanze non erano pi favorevoli; non era pi 
l'et in cui i cherici soli sapevano leggere e scrivere. La 
stampa moltiplicava i libri, rendeva indestruttibili le co-
gnizioni; la scoperta del Nuovo Mondo accresceva i biso-
gni e le industrie; i riformati esistevano potenti e facevano 
valida opposizione al papato: e da questi tre elementi, 
combinandosi in varie forme, usciva una civilt nuova con 
nuovi pensieri e nuove instituzioni; e respingeva o attra-
versava con mano invisibile e tuttora poco sentita, ma che 
sempre riceveva nuova forza, tutti i mezzi che l'industria 
romana aveva saputo inventare per sollevarsi alla prima 
altezza.
Anzi a deprimerla contribuirono i papi medesimi colla 
loro arroganza: imperocch quel continuo metter le mani 
nelle faccende politiche e nella amministrazione degli Sta-
ti; quel concedere ogni licenza ai preti; quel continuo 
scomunicare i re, privarli dei loro dominii, e scioglierne i 
sudditi dal giuramento; quel continuo abusare della reli-
gione affine di coprire l'ambizione propria e de' loro nepo-
ti, accreditarono le accuse de' protestanti: e la mala fama 
si accrebbe pei decreti tridentini, gran parte di cui offen-
devano i diritti del principato e le consuetudini o la libert 
de' popoli; manifestando eziandio troppo chiaramente che 
in quella sinodo la curia non ebbe tanto amore agl'interessi 
del cristianesimo quanto di esaltare s proprio colla de-
pressione della potest temporale. I cattolici se ne adom-
brarono, e formossi tra loro una fazione potente per inge-
gno e dottrina che, conservando intatti i dogmi della Chie-
sa, si accomunarono coi protestanti per fare opposizione 
alla monarchia papale. Ci avvenne principalmente in 
Francia nelle turbolenze durate sotto il regno di Enrico III. 
Gli orrori e i delitti della lega di Parigi, fomentata da Sisto 
V e dai preti e frati del partito romano, Enrico III assassi-
nato da un domenicano, e i tentativi di assassinio contro 
Enrico IV, fecero detestare da ogni coscienza non perverti-
ta dal fanatismo la dottrina che sia lecito ammazzare l'ere-
tico scomunicato dal papa, e che questi possa disporre de' 
regni altrui. Le controversie parlamentarie per l'accetta-
zione del Concilio di Trento e gli anatemi fulminati contra 
i detti due principi, suscitarono una folla di scrittori avver-
si alla curia; e la loro eloquenza popolare, declamatoria, 
appassionata, e, come volevano i tempi, non disgiunta da 
ingiurie, fu accolta favorevolmente. La potest papale fu 
soggettata ad esame, se ne rintracci l'origine; l'Inquisi-
zione perseguitava gli scrittori, faceva abbruciare i libri, 
ne registrava i titoli nell'Indice; ma altri scrittori sorgeva-
no, altri libri pullulavano: e come oggi a dispetto delle vi-
gili polizie, cos allora a dispetto del sant'Offizio supera-
vano le barriere degli Stati, confondevano l'ignoranza mo-
nastica, illuminavano i popoli, traducevano gl'intelletti 
sulla via delle ricerche.
Tale era la condizione della corte di Roma al principio 
del secolo XVII. Due forze occulte premevano per dire-
zione contrarie lo spirito umano: il papismo e la civilt 
nuova. L'uno aveva pi mezzi meccanici, l'altra reagiva 
con mezzi intellettuali: pendevano in bilico; Fr Paolo fe-
ce cadere la bilancia in favore dell'ultima.
CAPO DECIMO
Ma la potest ecclesiastica, formidabile a tutta l'Europa, 
trov sempre pi o meno intoppo in un angolo dell'Adria-
tico.
La Repubblica veneta ebbe la sua origine nel V secolo, 
quando la Venezia continentale, florida per industria, fu 
desolata e distrutta dalle invasioni dei barbari, e gli abita-
tori, fuggendo colle ricchezze mobili, cercarono un asilo 
nelle lagune. Quella nuova societ non si form tutta ad 
un tratto, ma poco a poco: il governo popolare; ogni isola 
faceva da s, ma necessit le riuniva quasi in vincolo fede-
rativo e con capi in comune.
La debolezza e i disordini inseparabili da reggimento 
cos incomposto sugger, verso la fine del VII secolo, l'i-
dea di un capo unico, e fu il doge o duca, dignit imitata 
dai greci d'Italia. Non si conosceva a quei tempi altra co-
stituzione tranne quella di un primo magistrato elettivo 
che riuniva in s tutti i poteri, civile, militare e giudiziario, 
in grado sconfinato, ma pure moderato dal concorso 
dell'assemblea generale del popolo. Il quale, in s informe 
governo, se  attivo e geloso di libert,  agitato da tumulti 
continui. Imperocch il principe tende ad usurpare, il po-
polo a resistere, donde risulta una lotta d'interessi opposti; 
dalla quale, ove il popolo sia sano, scaturisce quasi sem-
pre una libert sostantiva.
Infatti le frequenti rivoluzioni patite dai veneti per lo 
spazio di cinque secoli, tutte derivate dalla soperchia auto-
rit dei dogi, de' quali sopra 50, 19 almeno furono o spenti 
o esulati, suggerirono i rimedii di prevenirle. Nell'XI seco-
lo fu vietato a' dogi di associarsi i figliuoli; a scemarne la 
troppa autorit furono con loro aggiunti due consiglieri, 
senza i quali nulla operare potessero; e fu creato un magi-
strato di tre cittadini per l'amministrazione della giustizia, 
di cui il doge era capo, e anche giudice in appello.
Nel secolo seguente l'aristocrazia fece nuovi progressi; 
e la potest ducale fu vieppi limitata. Allontanata la mol-
titudine dalle pubbliche faccende, fu in sua vece creato un 
Gran Consiglio di 470, in cui fu rimesso il potere sovrano: 
i due consiglieri del doge diventarono sei. E usando il 
principe ne' casi ardui consultare alcuni tra i primi, cui il 
popolo nel suo dialetto chiamava pregadi, fu deciso che 
questo Consiglio non fosse pi ad occasione, ma perma-
nente in un corpo di 60, non scelto a talento del doge, ma 
per scrutinio del Gran Consiglio. Da qui il senato detto 
anco il pregadi.
Per l'amministrazione della giustizia civile e criminale 
fu eletto un corpo di 40 cittadini, detto perci la Quaran-
zia; onde al doge non rest pi della facolt giudiziaria se 
non se la decisione di piccole cause, e il ricorso in appello 
di alcuni tribunali subalterni, d'instituzione popolare.
Cos nel XII secolo, quando ancora gli altri popoli non 
avevano governo o l'avevano tumultuario, la repubblica 
veneta si era data una sensata costituzione, non certo cos 
metafisica come alcune imaginate dai moderni, ma pi 
utile e meno imbarazzante nella pratica. Al popolo il dirit-
to di eleggere i suoi rappresentanti ogni anno; e i rappre-
sentanti, non potendo congregarsi ad ogni bisogno per es-
sere in troppo numero e occupati ne' privati negozi, dele-
gavano parte dei loro poteri al Senato, scelto dal loro se-
no, il quale colla sua permanenza era freno alle usurpazio-
ni del doge. E questo doge, eletto dai rappresentanti, a vi-
ta, aveva tanto potere che basti al piano e spedito anda-
mento degli affari di guerra e civili, e privo solo dell'infe-
lice attributo di poter nuocere. I sei consiglieri erano il 
ministero, la Quaranzia il tribunale giudiziario, onde la 
divisione dei poteri e dei lavori fu trovata dai veneziani 
assai prima delle altre nazioni.
Questa costituzione sub un importante mutamento ai 
primi anni del secolo XIV. Venezia, per l'estensione del 
suo commercio e per la protezione accordata all'industria, 
allettava gran numero di forestieri; ed ivi riparavano soli-
tamente i profughi delle citt d'Italia scacciati ora da' guel-
fi, ora da' ghibellini, nomi ignoti nelle lagune: vi apporta-
vano capitali e nuove arti, e ricevevano protezione e citta-
dinanza. Ma la gelosia delle repubbliche di escludere gli 
estrani dalla partecipazione al governo produsse quella ri-
voluzione conosciuta nella storia col nome di Serrata del 
Gran Consiglio. Da prima le vecchie famiglie si adopera-
rono a ristringere sempre pi in loro la somma delle cose; 
poi il doge Pietro Gradenigo fece passare la legge che il 
Maggior Consiglio non si componesse se non se di tali e 
tali famiglie, le quali in perpetuo avessero solo il diritto di 
farvi parte. E poich tutti gli officii statuali si cavavano da 
questo corpo, ne proveniva che lo Stato fosse anco in ma-
no tutto delle famiglie privilegiate. Cos fu stabilita l'ari-
stocrazia.
Questo passo, a cui la Repubblica gi da gran tempo si 
preparava, fu per versarla nel precipizio. Bajamonte Tie-
polo, nobile, ambizioso, capo di numerosi malcontenti, 
congiur col pretesto di ristabilire la democrazia, ma inve-
ro per comandar lui; e gi stava per compiere il suo dise-
gno, quando, prevenuto dal doge, fu vinto e bandito. La 
congiura diede origine al famoso Consiglio dei dieci.
Non  mio scopo di descrivere la storia del governo ve-
neto; solo dir per brevi capi quale fosse al principio del 
secolo XVII.
La popolazione si distingueva in tre classi: patrizi, cit-
tadini e popolani o plebe. La sovranit era tutta in mano 
dei patrizi; l'amministrazione divisa coi cittadini. Il Mag-
gior Consiglio o corpo legislativo e sovrano si componeva 
di tutti i patrizi che avessero compiuti i 25 anni: 600 al-
meno perch la riduzione fosse legale, e di rado toccava i 
900. Esso eleggeva a tutte le cariche o per s o sulle pro-
poste del Senato o del collegio: tutti gli atti di legislazio-
ne, o dati da lui o da lui convalidati. Deliberava a pluralit 
di suffragi, ed erano di tre sorta: s, no, e non-sinceri, cio 
n l'uno n l'altro. Si contavano i due primi; e i non-sinceri 
erano a puro complemento del numero legale. Era per 
necessario che i s e i no, sommati insieme, fossero mag-
giori dei non-sinceri; e se non erano, la deliberazione re-
stava sospesa fino a nuovo esperimento. Cos in tutte le 
magistrature.
Il Senato o corpo esecutivo si componeva di 120, che 
duravano in carica un anno, ma per consuetudine confer-
mati ogni volta dal Gran Consiglio, talch si potevano dire 
a vita. A loro si aggiungevano il doge col suo consiglio, i 
procuratori di san Marco, il Consiglio dei Dieci, la Qua-
ranzia criminale, gli avogadori, i censori e pi altre magi-
strature, tutti con voto deliberativo, e altre magistrature 
col solo voto consultivo; e infine i senatori per diritto, 
quali erano chi tornava da una ambasceria o dalla podeste-
ria di Brescia, s che il Senato sommava a presso che 300 
individui. Ma la proposta, o come diciamo, l'iniziativa, 
apparteneva al solo doge, ai suoi consiglieri e ai savi del 
Consiglio.
Al Senato apparteneva tutta l'amministrazione interiore 
della Repubblica, e le relazioni e transazioni politiche di 
guerra o di pace coll'estero. Di sua elezione erano i consi-
glieri del doge, e varie altre magistrature, e i suoi membri 
erano eletti dal Maggior Consiglio.
Il doge, carica a vita, magistrato supremo della Repub-
blica, era eletto da un corpo di 41 elettori nominati per va-
rii scrutinii dal Gran Consiglio. Gioiva di onori infiniti e 
da sovrano, magnifico alloggio, stipendio appena bastevo-
le, e bench gli atti fossero tutti in suo nome, l'autorit era 
angusta al segno da non potere aprir i dispacci se non in 
presenza de' consiglieri, l dove potevano essi aprirli sen-
za di lui. Ci nulladimeno aveva tante prerogative, che un 
doge fornito di capacit e di opinione, poteva dare alla 
Repubblica quell'indirizzo che pi gli piaceva.
I procuratori di san Marco, dignit a vita, la pi ambita 
dopo la ducale, ma puramente onorevole, erano gli ammi-
nistratori della chiesa, fabbrica e tesoro di san Marco, e i 
tutori naturali di tutti i pupilli nella Repubblica; bench 
senatori per diritto, non avevano ingresso nel Gran Consi-
glio. Erano nove; ma per bisogno di pecunia se ne faceva-
no pi altri, s che talvolta se ne contarono sino a 42: ma 
quelli di puro titolo, morendo, non avevano successori.
I procuratori venivano eletti dal Gran Consiglio: i sei 
consiglieri del doge lo erano dal senato, poi confermati 
dal Gran Consiglio, e duravano in carica un anno, di cui 
otto mesi passavano nei consigli del doge, e negli altri 
quattro presiedevano la Quaranzia criminale in vece de' 
suoi capi occupati per lo pi nel Senato: da qui la denomi-
nazione di consiglieri di sopra e consiglieri di sotto. Uniti, 
potevano molte cose senza il doge, e il doge nulla poteva 
senza di loro.
Quella che i veneziani chiamavano la Signoria, o consi-
glio ducale, si componeva del doge, i sei consiglieri, e i 
tre capi de' Quaranta al criminale: dieci persone. In ci di-
versa dal Collegio dov'erano anco ammessi i sei savi del 
Consiglio o savi Grandi, che erano come i ministri di Sta-
to, i cinque savi di terra-ferma e i cinque savi agli Ordini, 
detti anche del mare. Questi ultimi, giovani introdotti per 
addestrarsi negli affari, non avevano voce deliberativa.
Amministravano la giustizia tre tribunali precipui, ed 
altri moltissimi secondari, di cui ciascuno aveva precise 
incumbenze; i tre erano, la Quaranzia criminale, pel cri-
minale ed anco pel civile in appello, e le due Quaranzie 
civili, vecchia e nuova.
I tre avogadori di comune, eletti dal Senato, confermati 
dal Gran Consiglio per 16 mesi, avevano quel nome per-
ch loro incarico era di far osservare le leggi, e conservar-
ne l'ordine e le formalit per tutto quello che riguardava il 
pubblico interesse: imperci erano investiti dell'autorit 
tribunizia, potendo essi opporsi alle deliberazioni e decreti 
che avvisavano contrari alle leggi o al bene pubblico, so-
spenderli o portarli da un consesso all'altro, e per tanto la 
loro presenza era necessaria in tutti i corpi supremi dello 
Stato; in Gran Consiglio e in senato avevano voce delibe-
rativa e facolt tribunizia, in Consiglio de' dieci e nelle 
Quaranzie la sola facolt tribunizia.
Il Consiglio dei dieci, tanto famoso nella storia veneta, 
fu instituito nel 1310 in occasione della congiura di Baja-
monte Tiepolo. Le sue attribuzioni da prima furono sola-
mente di alto criminale, poi colla attivit seppe talmente 
allargarla che giunse a rivaleggiare, anzi a superare il Se-
nato, massime quando si fece dare la Giunta di cui parle-
r: di forma che condann un doge a morte, un altro ne 
depose, fece trattati di pace, cessioni di territorio, leggi 
civili, amministrative, giudiziarie, di polizia, insomma tut-
te le parti di governo, e divenne la magistratura pi ambita 
e pi temuta.
Aveva quel nome perch composto di dieci membri, a 
cui bisognava aggiugnere il doge che n'era il presidente 
per diritto, e i suoi consiglieri, tutti con voce deliberativa; 
uno per lo meno degli avogadori con voce consultiva, ma 
con facolt d'interrompere o sospendere i partiti, o richia-
marli ad altra magistratura. E inoltre, i segretari, ed erano 
quattro, i quali bench non mettessero suffragi, essendo 
essi perpetui (laddove i Dieci duravano in carica 18 mesi), 
e a parte di tutti i secreti, e avendo in loro mano tutto l'in-
dirizzo delle faccende che si trattavano, potevano, massi-
me nei processi, esercitare una influenza indiretta s, ma 
quasi uguale a quella di tutti gli altri. Per il che, poste le 
prevenzioni a parte, non esisteva ancora un tribunale giu-
diciario cos numeroso, e che, per la qualit dei suoi 
membri, potesse essere pi imparziale. Infatti la storia non 
rammenta di lui che due atti d'ingiustizia, la deposizione 
del doge Francesco Foscari, e le persecuzioni contro suo 
figlio; effetti pi di odii civili che di mal talento del tribu-
nale.
 vero che essendo egli stesso legislatore e giudice, n 
obbligato a formalit di procedere, o a regola stabile di 
giudizi, era nella misura de' gastighi bizzarro e arbitrario; 
e, come osserva il Daru, non badava tanto a soddisfare i 
diritti della giustizia colla punizione del reo, quanto ad at-
terrire col rigore della pena. Conosciuto che un delitto era 
degno di morte, considerava l'atrocit o le circostanze 
straordinarie di esso, o la qualit del reo; e considerava la 
specie del supplizio come una formalit indifferente alla 
legge ma che giova all'esempio: quindi lo stesso delitto 
ora puniva colla forca, ora facendo squartare, ora annegare 
in un sacco. Alcuni propositi contro il governo in un fore-
stiero gli puniva con una reprimenda e col bando; in un 
plebeo veneziano, con alcuni tratti di colla; in un patrizio 
con grossa multa, privazione di carica e confine; in un 
prete o in un frate con carcere ed esilio. Assiduo, pronto, 
inesorabile, era lo spavento de' malvagi, e la tutela del po-
polo contro le prepotenze de' grandi. Ed  per questo che 
nel 1628, quando i giovani patrizi cospirarono per farlo 
sopprimere, la plebe si sollev e minacci di incendiare le 
loro case; e all'incontro fece feste e luminarie ai pochi e 
pi severi nobili che ne difesero la esistenza, particolar-
mente allo storico e senatore Battista Nani. Avviluppato 
nel mistero, circondato da numerose spie, era continua-
mente sulle tracce del delitto, di forma che il fallo e la pe-
na si succedevano quasi contemporanei: i suoi comandi 
erano leggi; carcere immediata o morte seguiva l'innobbe-
dienza.
Fino dal 1355 per la congiura del doge Marino Faliero, 
poi decapitato, gli fu data una Giunta di 20 persone, poi 
ridotte a 15, con voce deliberativa, a scelta del Gran Con-
siglio e cavate dal Senato. La durata di questa Giunta  
l'epoca la pi luminosa della storia del Consiglio decemvi-
rale, il quale giunse a un grado di potenza, che ove avesse 
continuato, avrebbe soverchiate tutte le altre magistrature; 
ma nel 1582 fu ridotto di nuovo alla forma che ho sopra 
descritta, nella quale con poche mutazioni si conserv fino 
allo spegnimento della Repubblica.
Appendice a questo Consiglio era il tribunale degli In-
quisitori di Stato, instituito verso il 1590 e non, come vuo-
le il Daru, nel 1454. Il quale istorico ne ha fatto una chi-
mera esistente nella sola sua immaginazione; pretese per-
sino di averne scoperti gli statuti, parto apocrifo, pieno di 
contraddizioni, di falsit e di anacronismi che fa maravi-
glia come abbiano potuto ingannare un critico tanto sotti-
le. Pi misteriosi ancora dei decemviri, il loro nome non si 
pronunciava senza terrore. Ciascuno ne ignorava la forma, 
sconfinate ne credeva le attribuzioni, e che tutto vedesse, 
tutto sapesse; e mille racconti andavano pel volgo di atti 
potentissimi e terribili di quel tribunale, che i suoi emissa-
ri spargevano ed accreditavano. Ma in verit non era poi 
tanto: poteva far arrestare, inquisire, impor pene correzio-
nali e bandi privati; non per bandi pubblici n pene gra-
vi; neppure poteva far torturare alcuno senza licenza del 
Consiglio dei Dieci. Erano tre gl'inquisitori, due dello 
stesso Consiglio de' Dieci, ed uno del consiglio del doge; 
e un quarto detto di rispetto nel caso che uno dei tre fosse 
assente o dovesse essere giudicato dagli altri. I due primi 
erano chiamati gl'inquisitori neri, perch vestivano di ne-
ro, secondo il costume veneziano; e il terzo era detto l'in-
quisitore rosso, dalla sottoveste rossa usata dai consiglieri 
ducali. Gl'inquisitori ne' loro giudizi dovevano essere tutti 
di accordo. Duravano in carica un anno, anzi il consigliere 
del doge i soli otto mesi che restava nella Signoria; ave-
vano un secretario, perpetuo nel suo ufficio, tratto dai se-
cretari dei Dieci, e dopo il 1628 da quelli del senato; e un 
cursore detto il Fante degli inquisitori, che portava le in-
timazioni.
La cittadinanza si divideva in due classi: quelli che l'a-
vevano per diritto originario, e quelli che l'avevano acqui-
stata per lunga dimora, nella quale ultima s'intendevano 
compresi tutti i sudditi della terra-ferma. L'ordine cittadi-
nesco, bench non votasse ne' consigli, aveva una parte 
attivissima nell'amministrazione, ed erano a lui riservati 
gl'impieghi i pi lucrosi.
Primo era il cancellier grande, carica illustre, a vita, o-
norato quasi come doge, per dignit sopra i senatori, infe-
riore solo a' procuratori e consiglieri ducali: aveva 2000 
ducati (10,000 franchi) di stipendio, ma tanti straordinari 
che ammontavano a somma ragguardevole, s che facil-
mente poteva arricchire. Aveva ingresso in tutti i consigli, 
sottoscriveva tutti gli atti pubblici, era il capo di tutta la 
cittadinanza, e principalmente della segreteria e cancelle-
ria di Stato. Dignit ambita cos che Marco Ottobuon, pa-
dre di Alessandro VIII, papa, ricus la qualit di patrizio 
per non rinunciarla.
Venivano in seguito i quattro secretari dei decemviri, i 
ventiquattro del senato, indi i notai ducali che ammonta-
vano a pi di sessanta; e il numeroso corpo dei cancellieri, 
a tutti i quali uffizi erano eletti soli cittadini originari.
E dalla seconda classe di cittadini si cavavano i notai 
pubblici che formavano un collegio sotto la direzione del 
cancellier grande, i ragionieri o computisti, e gli avvocati 
fiscali, di cui ogni dicastero (e ve n'erano cento almeno) 
aveva il suo, e i secretari de' magistrati di provincia, dei 
generali e dei provveditori.
Bench ai patrizi non fosse interdetta l'avvocatura, era 
lasciata ordinariamente ai cittadini, cos che gli avvocati 
in Venezia formavano un corpo distinto.
I soli cittadini, non i patrizi, potevano aver gradi o con-
dotta nella milizia di terra: in quella di mare, tutta peculia-
re de' patrizi, potevano anco i cittadini ottenere il coman-
do di una galera; ma ai patrizi esclusivamente appartene-
vano i gradi superiori.
Le ambascerie erano divise tra patrizi e cittadini: anda-
vano i primi a Roma, a Parigi, a Vienna ed a Madrid con 
titoli d'ambasciatori; ma l'onore era bilanciato dalla spesa, 
non ricevendo dal pubblico se non se un donativo di 1000 
zecchini nel triennio della loro carica, e tutto il resto a loro 
aggravio. Solo il Bailo a Costantinopoli, altra ambasceria 
patrizia, offriva larghi compensi; perocch, oltre ai molti 
diritti che traeva dal suo ufficio, portava una grossa borsa 
per donativi alla Porta, a' visiri, a' basci, di cui egli solo 
sapeva i conti.
Le altre ambascerie, con titolo di Residenti, erano dei 
cittadini, scelti dalla secreteria del Senato; e andavano, a 
spese pubbliche, a Napoli, a Milano, negli Svizzeri, ne' 
Grigioni; a Torino, in Olanda, a Londra andava quando un 
cittadino e quando un patrizio, secondo le circostanze o la 
qualit della legazione. Siccome poi i secretari erano par-
tecipi di tutti gli arcani di Stato, a loro si affidavano le 
missioni secrete e le iniziative de' trattati.
Dai cittadini si cavavano ancora i dragomanni a servi-
zio del governo o degli ambasciatori di Levante, e dai 
dragomanni i consoli di Algeri, Tripoli, Tunisi e Marocco; 
il primo con 3300 ducati annui, gli altri con mille: a' citta-
dini od a' patrizi erano conferiti gli altri consolati, che pas-
savano i trenta, tra' quali quello di Alessandria di 4260 du-
cati; degli altri chi 2000, chi 1500 e discendendo fino a 
meno di 100, ed anco nulla, tranne i diritti consolari.
Sommati tutti insieme, al corpo cittadinesco erano ri-
servati assai pi impieghi che non erano forse in certe oc-
casioni gli individui per coprirli. Che se poi i patrizi soli 
avevano il vanto di essere sovrani, questo vanto era d'al-
tronde una vera schiavit. Il patrizio non poteva uscire dal 
ducato, cio dalla breve circonferenza delle lagune, senza 
un permesso del governo; senza uno speciale permesso 
non poteva viaggiare in paesi esteri, n dimorarvi pi a 
lungo del tempo prefissogli; non poteva ricusare le cariche 
dispendiose alle quali veniva eletto, senza pagare una 
ammenda; non poteva ammogliarsi a donna estranea, sen-
za perdere i suoi privilegi; non poteva aspirare a dignit 
ecclesiastiche, senza pregiudicare pi o meno a' suoi con-
giunti: egli solo era escluso dal beneficio comune di esse-
re giudicato, nelle cause criminali, dai tribunali ordinari, 
donde, stante le sue aderenze, avrebbe potuto facilmente 
uscirne con poca o nissuna pena; essendo i patrizi imme-
diatamente soggetti al tribunale pi duro e pi inflessibile 
qual era il Consiglio dei dieci. Non pagavano aggravii 
pubblici in tempo di pace, ma per contrappeso dovevano 
coprire assai cariche ed impieghi di nissun profitto, ed an-
zi con discapito. In tempo di guerra erano poi gravati e-
sorbitantemente, ad arbitrio, secondo la loro facolt, e con 
inflessibile durezza si facevano le esazioni; laddove coi 
cittadini e col popolo si procedeva con regola e misura. 
Onde non  pi da ammirare se in quella Repubblica l'or-
dine non patrizio non ha mai cercato di mutar sorte.
Altro elemento di concordia era il sistema di vita dome-
stica: nobili e cittadini, tranne i magistrati nel tempo della 
loro carica e alcune dignit particolari, vestivano tutti ad 
egual modo. Leggi severe proibivano ogni distinzione, 
ogni lusso personale dentro o fuori di casa; talch alla 
forma dell'abito, al colore e agli arredi delle gondole il fo-
restiero non avrebbe saputo distinguere il pi illustre fra i 
primati dall'ultimo de' cittadini. I due ordini conversavano 
insieme, si trovavano agli stessi luoghi, godevano gli stes-
si passatempi; e l'uso comunissimo di andare mascherato 
nelle sale da giuoco, sulla fiera, nei caff, pareva introdot-
to a bel proposito per confondere tutti i ceti in uno. Un'of-
fesa fatta a persona mascherata era delitto che spettava al 
Consiglio dei dieci: intende il lettore cosa voglio dire.
I patrizi erano uguali di diritto ma non di fatto, distin-
guendosi i nobili di case vecchie e quelli di case nuove. I 
primi aspiravano alle dignit sedentarie e di comparsa; gli 
altri, come che pi attivi e non di rado anco pi doviziosi, 
alle cariche di dispendio e specialmente alle ambascerie, 
perch davano importanza e considerazione, e di ritorno 
aprivano l'ingresso al Senato, accrescevano, per la pratica 
degli affari, l'influenza, ed erano scala alle dignit supre-
me. Del resto le emulazioni erano accuratamente represse 
dal Consiglio decemvirale, mortificando ora gli uni, ora 
gli altri, e pi spesso i vecchi che i nuovi.
Una distinzione pi decisa era quella di nobili ricchi e 
nobili poveri; e questi ultimi, detti dal volgo Barnabotti, 
perch abitavano il quartiere di S. Barnaba, erano ad una 
condizione peggiore della plebe; perch, per la povert lo-
ro non potendo aspirare alle prime cariche del patriziato, e 
per essere patrizi a quelle de' cittadini, erano ridotti ad u-
mili impieghi disdegnati dagli altri nobili, o a vivere quasi 
di mendicit, o nel grado di clienti di chi pi poteva. 
Quindi sarebbono stati autori d'innovazioni, se la bassezza 
del loro stato glielo avesse permesso, e se la ponderosa 
influenza degli altri nobili e dei cittadini interessati a quel 
sistema, e lo stesso poco conto che ne faceva la plebe, non 
li avesse tenuti a freno. Del resto il governo aveva fondato 
utili instituti per l'accasamento delle loro figliuole, dotan-
dole, o monacandole. E non essendo vietati i matrimoni 
tra patrizi e cittadini, accadeva spesso che un cittadino 
dovizioso, per accrescersi col parentado le aderenze nei 
consigli, accasasse le figlie con nobili poveri; come acca-
deva ancora che donzelle patrizie si maritassero a cittadini 
opulenti, essendovi tra questi assai famiglie che per ric-
chezze e relazioni avevano nulla da invidiare ai patrizi. 
Tali matrimoni li procurava qualche volta il governo me-
desimo, o per sollevare un nobile povero, o per lusingare 
l'orgoglio di un ricco cittadino.
E' vero che i figliuoli nati da questi connubii non erano 
patrizi: legge necessaria, senza la quale in poche genera-
zioni i due ordini si sarebbono confusi, ma non meno per-
ci tali parentele valevano a mantenere la concordia e una 
specie di eguaglianza. E siccome i cittadini si accasavano 
coi popolani, cos accadeva non di rado che plebeo e pa-
trizio, disgiunti per legge politica, si affratellassero per 
vincoli di sangue; la quale unione faceva in modo che la 
societ veneziana si regolasse come una famiglia.
Precisamente i popolani non erano diversi dai cittadini, 
anch'essi appartenendo all'una o all'altra classe di questi e 
cogli stessi privilegi: la distinzione la faceva la fortuna, 
essendo o merciadri o artieri o barcaiuoli; cionnondimeno 
anche l'infima classe godeva di molti beneficii; le erano 
riservati tutti i piccioli impieghi subalterni; gli arsenalotti 
od operai dell'arsenale erano per diritto la guardia del do-
ge, e in certe occasioni ricevevano donativi. Il governo 
sopra tutto si mostrava attentissimo a prevenirne i bisogni, 
e darle passatempi e contentezze: i ricchi cittadini o patrizi 
vi contribuivano, dispensando gratuitamente case per al-
loggiare, mobili, abiti, vettovaglie, danari: i soli cittadini 
dotavano pi di 1500 ragazze ogni anno, i patrizi altrettan-
to o pi: e la plebe amava un governo dove trovava como-
di ed abbondanza.
Comprendendo col nome di popolo i cittadini e la ple-
be, quest'ordine faceva poi una repubblica tutta sua parti-
colare, nella quale non avevano parte i patrizi: ed erano le 
confraternite laiche, in gran numero, tra le quali sei pi 
distinte per ricchezza si chiamavano Scuole grandi. Tutto 
sotto l'inspezione del Consiglio dei dieci, magistrati da lui 
dipendenti invigilavano al buon ordine e ne decidevano le 
liti; vi si ascrivevano i patrizi pi illustri e persino gli am-
basciatori; ma il governo ed amministrazione di esse era 
tutto popolare: tenevano adunanze, eleggevano i priori, i 
tesorieri, rivedevano i conti, avevano statuti, abito e sten-
dardo proprio, e feste particolari e chiese ed oratorii: e 
l'affare delle confratre colle loro feste o sagre era pel po-
polo veneziano di tanta importanza, come il teatro pel po-
polo ateniese, e gli spettacoli circensi pel romano.
Il basso popolo era ignorante, se per istruzione inten-
diamo l'educazione delle scuole; ma aveva una educazione 
pratica, informata dalle tradizioni orali, da' suoi diverti-
menti, o dalle stesse sue abitudini; quindi il volgo vene-
ziano, come che appena sapesse leggere, era il solo in Eu-
ropa che avesse una letteratura: i fasti della Repubblica, le 
epoche pi memorabili della sua storia, le sue feste e la 
origine di esse, le guerre passate e le presenti, persino le 
sue differenze co' potentati che fossero di qualche momen-
to, erano dagli scrittori verseggiate in rime vernacole e 
tramandate alla memoria del popolo, il quale per questo 
mezzo era istrutto ne' principali avvenimenti della sua pa-
tria. N soltanto gli aurei versi dell'Ariosto e del Tasso o 
quelli di Virgilio, di Orazio o di Giovenale erano letti da 
lui nel suo dialetto, e ridotti alla sua intelligenza; ma anco 
relazioni di storie e di viaggi, e moralit di Cicerone e di 
Seneca: quindi a ragione diceva lo spiritoso Ganganelli 
che: Non vi  quasi un Veneziano che non sia eloquente. Il 
teatro era un'altra scuola, se non sempre di pudicizia, al-
meno di brio e di pratica del mondo: le commedie, le tra-
gedie, i drammi pastorali erano quasi sempre in lingua ve-
neziana; e in ogni cosa Venezia, essendo magnificata so-
pra tutti gli altri paesi del mondo, il popolo s'era avvezzato 
a guardarla come il solo dov'e' potesse vivere e dove vi 
fosse un aere ed un sole buono per lui: n forse a torto, se 
si considera che ivi traeva una vita allegra e sfaccendata, 
laddove sotto altri dominii la plebe giaceva oppressa, cupa 
e tiranneggiata dalla miseria e dal sospetto.
Quasi ovunque essa viveva stazionaria; ma a Venezia le 
porgevano elementi d'istruzione, di distrazione e di gua-
dagni i continui viaggi nel Levante: e pochi erano i Vene-
ziani di qualsiasi ceto che non avessero visitato Costanti-
nopoli, le Smirne, la Siria o l'Egitto, o per lo meno le co-
lonie greche della Repubblica. E o sulla terra o sul mare, o 
in pace o in guerra, vivendo il popolo quasi di continuo 
frammezzo a' suoi patrizi, partecipava a tutti i loro orgo-
gli, e s'interessava nei loro piaceri e nei loro dolori, e le 
felicit o le sventure erano comuni: dalla quale complica-
zione artificiale e morale di cose, che occupando tutte le 
passioni dalle supreme alle infime, le dirigeva ad uno sco-
po unico, deve il governo veneto la quiete interna di cui 
godette inalterabilmente, essendo gli uomini inlaqueati, 
per cos dire, dentro ad un sistema di abitudini da cui non 
potevano strigarsi senza disordine.
Le religioni antiche, sebben false, avevano il vantaggio 
di essere immedesimate col sistema politico e di formarne 
il nodo principale; mentre la nostra, non per difetto di lei 
ma degli uomini, ha costituito un interesse a parte, fuori 
dello Stato, e talvolta con esso in collisione avversa. Im-
perocch il clero, gerarchia speciale, si regola con tali in-
stituzioni che spesso vanno a ledere direttamente le ragio-
ni pubbliche; indi due governi in uno Stato; e due qualit 
di sudditi, di cui l'una obbedisce al capo naturale e pros-
simo, l'altra a capo straniero e lontano: modo di esistere 
che se giova al clero, nuoce allo Stato, lo indebolisce e ne 
imbarazza l'andamento, come l'esperienza di secoli molti 
lo ha provato.
Ma in Venezia religione e Stato furono mai sempre una 
cosa sola e talmente identificata coi costumi del popolo e 
coi metodi del governo che l'uno non poteva stare senza 
l'altra. Tutte le instituzioni derivavano da quei due princi-
pii: le feste religiose originavano da avvenimenti politici, 
le feste nazionali riferivano alla religione, la quale era pei 
Veneziani la loro storia tradizionale. Le cerimonie, i riti, 
tutto il culto esterno era mutato in costume; i santi, i simu-
lacri, le reliquie erano gli Dei locali di Venezia. Cos es-
sendo comuni le opinioni e gl'interessi de' governati col 
governo, e quelli talmente confidenti di questo e persuasi 
che non poteva fallire, ogni detto in contrario era stimato 
eresia politica. Per la qual cosa una scomunica che faceva 
impallidire i re, un interdetto che sollevava un regno, era 
pei Veneziani un'offesa pubblica.
Venezia aveva sempre seguitate le fedi cattoliche, e 
quantunque ivi intervenissero persone di tutte le sette, e 
potesse ciascuno professare senza pericolo le sue opinioni, 
era insolito esempio che alcun veneziano rinnegasse la re-
ligione de' suoi padri; e col, senza sant'Offizio, senza fra-
ti inquisitori, senza lo spettacolo funesto dei roghi, non 
mai accaddero scismi od eresie; il clero istesso, cos 
turbolento e inclinato ai litigi di religione, non fece mai 
scisma e non partecip mai a quelli degli altri paesi: 
successero gare di pontefici, papi contro papi, concilii 
contro concilii, l'Europa pi volte incerta e divisa per 
affetti di coscienza, e Venezia, immobile nelle sue fedi, 
vidde indifferente l'indivoto combattere, e si tacque.
Il cattolicismo era eziandio utile agl'interessi della poli-
tica. La Repubblica, confinante e spesso in guerra coi Tur-
chi, malamente avrebbe potuto resistere contra popolo 
bellicoso e feroce senza i sussidi, de' principi cattolici e la 
parte calorosa che vi prendevano i papi; quindi il senato 
non ometteva occasione, salvi i suoi diritti, di mostrarsi 
deferente e ossequioso verso la Santa Sede, di mantener 
vivo nel popolo l'affetto ad una religione pomposa e ma-
gnifica, e che, diventata il caratteristico segno dello spirito 
nazionale, lo rendeva ne' bisogni delle guerre turchesche 
coraggioso nelle battaglie, e benigno sopportatore dei di-
sagi di commercio e di tasse necessarie al dispendio di 
combattere un nemico cui tutti odiavano, e tanto superiore 
di mezzi e di forze.
Ci nulla ostante seppe Venezia distinguere per tempo 
la Chiesa dal clero e la religione dagli interessi de' preti. 
La Chiesa, ente spirituale, fuori del mondo, opera spiri-
tualmente sulla societ. Non  essenziale all'essere di lei, 
potendo ella esistere anco con altre religioni; ma  ricevu-
ta per adesione volontaria e che pu mutare. E per in Ve-
nezia tutte le opinioni religiose, purch non offendessero 
l'ordine pubblico, e molte per pattuizioni collo Stato, era-
no tollerate.
Il clero poi non  che ministro e non pu avere maggio-
ri attributi di quanto importi il suo uffizio; e poich nissu-
no pu dare quello che non ha, la Chiesa, essendo pura-
mente spirituale, non pu dare a' suoi ministri potest 
temporale. I quali d'altronde, malgrado la loro professio-
ne, non cessano mai di formar parte dello Stato e di essere 
sudditi a tutti i doveri che esso prescrive; e ritenuto quello 
che  innegabile, che la Chiesa  ricevuta nello Stato per 
volontaria concessione, e non lo Stato  nella Chiesa, ne 
proviene per necessaria conseguenza che le leggi pubbli-
che debbono essere preferite, e le ecclesiastiche non sussi-
stono che in forza di quelle prime, da cui possono essere 
anco abrogate.
 naturale che ogni culto esteriore ha bisogno di rendite 
per sussistere e per alimentare i suoi ministri; ma chiun-
que a ci provveda, se il culto  nazionale,  certo che i 
suoi redditi appartengono alla comunit, e che la Chiesa 
sulle cose materiali non ha alcun possesso. Le donazioni, 
se sono fatte senza riserva del donatore, sono come se fat-
te ad uso ed utilit pubblica; e il governo che  la volont 
della nazione,  in obbligo di conoscerne i bisogni e di 
provvedervi, ed  anco in diritto di disporre di quei beni 
quando eccedono il fine proposto, o che necessit pi ur-
genti lo richiedano.
Veramente il clero, sempre inteso a consecrare i suoi 
temporali vantaggi colla riverenza della religione, ha sta-
bilito canoni diversi; i quali per altro non furono mai rice-
vuti in Venezia senza restrizioni. Li avrebbe anco rifiutati 
intieramente; ma la potenza dei papi toccava gi a grande 
altezza quando questa Repubblica cominci a figurare sul-
la scena politica, e gli abusi erano cos bene mutati in co-
stume che non valeva senno di quei tempi a confutarli. 
Ci nulla ostante ella conserv le antiche sue massime, 
che il clero  soggetto alla potest civile, e che le leggi de' 
cherici sono subordinate a quelle del pubblico. E veduto 
che il ministero ecclesiastico era incompatibile colle oc-
cupazioni mondane, e che il clero formando gerarchia a 
parte poteva diventare pericoloso allo Stato, lo segreg al 
tutto dall'ordine civile e lo escluse da ogni maneggio della 
cosa pubblica.
La stessa pratica era anco nelle altre repubbliche d'Ita-
lia, particolarmente a Firenze e Genova; ma ivi, quantun-
que nissuno ecclesiastico potesse conseguire carica o im-
piego nello Stato, la deferenza per loro essendo grandis-
sima, influivano tuttavia cogli intrighi; laddove in Venezia 
un ecclesiastico era assolutamente una persona morta allo 
stato politico, e non poteva uscire da quella condizione 
che egli medesimo si era eletto. Talch non avendo il clero 
la minima ingerenza nella cosa pubblica, anzi essendo egli 
medesimo contenuto da leggi severissime e impreteribili, 
la potest laica si trovava in una piena indipendenza, e la 
sua volont, libera da ogni ostacolo. Alla quale sola es-
sendo il popolo avvezzo ad obbedire, n il clero potendo 
reagire in senso contrario, ne proveniva il beneficio, raro a 
quei tempi, di un consenso tra il governo e i sudditi.
Anticamente la Repubblica nominava essa alle dignit 
episcopali, cui poi confermava il pontefice; ma quel diritto 
lo perdette durante la lega di Cambrai per trattati con papa 
Giulio II. Tent rivendicarlo sotto Clemente VII, ma dopo 
varie controversie colla corte di Roma cedette, a patto che 
i beneficii fossero dati a sudditi veneziani. Ci nondimeno 
si riserv sempre la nomina delle sedi patriarcali di Vene-
zia ed Aquilea, i vescovadi di Ceneda, Torcello, Chiozza, 
Caorle, Scardona e Macarsca, il primiceriato e il capitolo 
di san Marco di juspatronato del doge, e pi altri beneficii; 
e si riserb eziandio un diritto pi sostanziale, e fu che 
nissun beneficiato, tranne quelli a cui nominavano con-
gregazioni monastiche, potesse entrare nel possesso tem-
porale del beneficio senza esservi autorizzato dal governo, 
a cui pagava una tassa in proporzione delle rendite: la qual 
cosa significava nella massima dei Veneziani, che i beni 
della Chiesa erano soggetti al governo temporale; i quali 
beni pagavano eziandio un tributo chiamato la decima, e 
un magistrato apposito la esigeva. Ma per consuetudine 
stabilita non potevano esser gravati straordinariamente 
senza il beneneplacito di Roma, intorno a che non sempre 
la Repubblica si mostrava scrupolosa; onde nascevano poi 
litigi colla potest ecclesiastica.
Quasi le stesse norme erano applicate agli ordini rego-
lari. Nessuno poteva essere superiore o amministrare i be-
ni se non era suddito veneto: le loro scuole e le congrega-
zioni erano soggette alla inspezione de' magistrati pubbli-
ci.
A contenere ne' legittimi termini un corpo ambizioso, 
operoso ed avido, il governo us sempre vigilanza e seve-
rit, e ne fece un affare di alta polizia, affidandone il su-
premo incarico al Consiglio dei dieci. L'Inquisizione dei 
dominii della Repubblica era ristretta ai puri e patenti casi 
di eresia ostinata, n poteva inquirire o giudicare senza 
l'assistenza di magistrati laici, che di solito rendevano va-
ne le sue sentenze. Contro le bolle papali Venezia non a-
veva n il placet regio, n altri privilegi; ma quando una 
bolla non piaceva al governo, ne sospendeva l'esecuzione, 
e veniva a trattative colla corte di Roma; la quale, dopo 
qualche resistenza si componeva, ben sapendo che non a-
vrebbe trovato esecutori; perocch eseguire la bolla e abi-
tare le carceri o andare in bando era lo stesso. Se poi il 
pontefice si ostinava, continuava la sospensione finch 
venisse un altro pontefice di pi buona volont. Dalle 
scomuniche degli ordinari ciascuno poteva appellare al 
magistrato civile, il quale, o giuste o ingiuste che fossero, 
le sospendeva, in quanto agli effetti civili, immediatamen-
te. Neppure le scomuniche del papa potevano essere ese-
guite senza il consenso del governo, che non lo dava mai; 
e se un cherico, fosse anco il vescovo, ardiva emancipar-
sene, il Consiglio dei dieci s'inframmetteva tosto, e carce-
re, esilio, confisca, erano i soliti guadagni che facevano i 
preti. I Dieci annullavano persino i testamenti a favore di 
corporazioni religiose, quando gli eredi se ne querelavano, 
e indiziavano che fossero stati carpiti; e il frodatore, per 
soprassoma, era, senza altra formalit o processo, bandito 
in sul punto: i gesuiti ebbero a patire pi volte di queste 
mortificazioni. Nissuno poteva invocare grazie o beneficii 
da Roma se non per mezzo del governo; e all'ambasciatore 
in quella capitale era vietato di accettare dignit o benefi-
cio ecclesiastico senza il consentimento del senato: se in-
frangeva, anco suo malgrado, la legge pativa bando perpe-
tuo e confisca, e tutti i suoi congiunti esclusi dai consigli. 
E la diffidenza per gli attentati di curia and tanto innanzi, 
che trattandosi di cosa in cui fosse interessata la corte ro-
mana, si facevano uscire dai consigli i papalisti, quelli 
cio o che parteggiavano per la curia o che avevano figli o 
congiunti nel corpo ecclesiastico.
Del resto il clero in Venezia viveva molto agiatamente, 
e i regolari in ispecie, sciolti da quella soggezione che 
rendeva altrove incresciosa la monotonia del chiostro, vi 
stanziavano volentieri, e ne partivano a male in cuore.
E per dire alcuna cosa delle provincie, il governo vi a-
veva assai buone radici: elle si regolavano con particolari 
statuti; molte libert municipali, varii privilegi, ammini-
strazione economa e paterna, tributi modici, assai vantag-
gio dal commercio della capitale, i popoli viveano conten-
ti e affezionati: molto pi confrontando la condizione infe-
lice delle provincie limitrofe tiranneggiate dall'inesorabile 
ed avaro governo di Spagna; o dove vivevano piccioli 
principi voluttuosi, fastosi o guerrieri, e che per sfoggiare 
in lusso, lascivie o soldati immiserivano i sudditi; o i vici-
ni Stati della Chiesa, dove bench il governo fosse mite e 
pi spenditore che esigente, li travagliava l'intolleranza 
religiosa e il sindacato continuo delle coscienze. Dapper-
tutto poi l'ingrata prepotenza dei cherici e il sanguinario 
sant'Offizio, cos che per quei tempi, a chi viveva nello 
Stato veneto, pareva respirare aura libera e felice, e certo 
era il paese pi libero che fosse in Italia.
CAPO UNDECIMO
(1605). Tornando a' racconti, mor Clemente VIII; Leo-
ne XI non regn che 26 giorni e gli succedette a' 15 giu-
gno di quest'anno Camillo Borghese, nato in Roma, di ca-
sa oriunda da Siena, che si chiam Paolo V. Il quale, edu-
cato nelle massime di curia, e da cardinale avendo eserci-
tato con insolito rigore la carica di auditore della Camera 
Apostolica, che  l'esecutore universale di tutte le sentenze 
e censure date dentro e fuori, aveva convertito in persua-
sione della coscienza pretensioni romane circa le cos det-
te immunit e libert della Chiesa. Pieno adunque di que-
ste dottrine, e biasimando la rilassatezza de' suoi precesso-
ri che trascurate le avevano, si ridusse in pensiero di ri-
chiamarle a rigida osservanza, e mortificare, come diceva, 
la presunzione dei principi. Ma ne fu distolto da singolare 
infermit, che  merito della storia di far conoscere.
L'astrologia giudiciaria trovava molto favore in corte di 
Roma, stante i desiderii e le ambizioni dei cortigiani che 
gli spingeva a curiosar l'avvenire e trar pronostici fortune-
voli e computazioni di prossima o lontana grandezza o 
probabilit di vita, e cui pi, cui meno corteggiare dove-
vano. Di queste superstizioni Paolo V fa infatuato, ed es-
sendo corsa una predizione che a Clemente VIII sarebbe 
succeduto un Leone, poi un Paolo, ambi di corta vita, s si 
abbandon per cinque mesi alla malinconia, che in ogni 
cosa temendo il veleno, persino i memoriali che gli porge-
vano, lasciava, tremando, cadere per terra. A strano male 
fu trovato conveniente rimedio. I suoi parenti congregaro-
no quanti astrologi e divinatori erano in Roma, i quali di-
chiararono che l'influsso maligno delle stelle era passato, e 
al papa restare lunga vita. Cos torn allegro, e ai concetti 
disegni.
Prima cosa, cominci a stuzzicare la Francia per l'accet-
tazione del Concilio Tridentino e lo scemamento delle li-
bert gallicane; poi accatt brighe quasi contemporanee 
con Spagna, perocch il re voleva che i gesuiti pagassero, 
come gli altri ecclesiastici, le decime, ed essi non voleva-
no; il papa li sostenne, cesse il re. Con Napoli, per un ma-
gistrato che aveva fatto il suo dovere reprimendo l'audacia 
dei cherici, cui volle che fosse consegnato alla Inquisizio-
ne; e fu. Con Malta, a cagione di beneficii che il papa vol-
le, bench ingiustamente, dare in commenda a suo nipote; 
e furono dati. Con Parma e Savoia, per materia beneficia-
ria e di giurisdizione; e Parma e Savoia si diedero per vin-
ti. E pi particolarmente colle repubbliche di Lucca e Ge-
nova per le seguenti cagioni.
Molti cittadini lucchesi, avendo abbracciate le nuove 
opinioni religiose, si erano dalla patria allontanati e car-
teggiavano tuttavia coi parenti ed amici, il qual commer-
cio di lettere fu vietato con pubblico editto dal governo. Il 
papa, approvando la legge, disapprov che fosse fatta da 
potest laica, mentre trattando di cosa ecclesiastica a lui si 
apparteneva provvedere. Non era che una misura di poli-
zia civile che nulla aveva a fare colla religione; ma il papa 
non la intendeva cos, e Lucca, piccina e debole, cedette 
come Spagna, Napoli e Savoia pi potenti, e rivoc l'edit-
to che poi fu per autorit del pontefice rinnovato. A Geno-
va gli amministratori di confraternite e instituzioni pie, 
accusati di avere sottratto a proprio utile il danaro affida-
togli, furono richiesti a rendere le ragioni dinanzi a' magi-
strati. Era accaduto eziandio che i gesuiti avessero institui-
ta una delle solite loro congregazioni dove, sotto pretesto 
di esercizi spirituali, adunavano buona quantit di cittadi-
ni, dai quali i Padri pigliavano giuramento di non dare il 
partito per le magistrature se non a persone di quella so-
ciet. Il che significava che la Repubblica doveva gover-
narsi a talento dei gesuiti: cospirazione temeraria e degna 
di severo castigo; ma il governo si content di sciogliere 
la congregazione. Le quali cose sapute da Paolo V, scla-
m, essere un attentato alla libert ecclesiastica; la con-
gregazione si rimettesse, i malversatori delle confratre al 
foro ecclesiastico si mandassero: se no, le scomuniche 
stavano pronte. E Genova ancora ebbe la debolezza di ce-
dere.
Da questi felici esperimenti inorgoglito, il papa si volt 
con tutti i pensieri contro Venezia. Abbiamo gi veduto i 
mal repressi rancori che passavano tra Venezia e la corte, 
cui il nuovo pontefice indizi di voler ravvivare. Imperoc-
ch, oltre varie querele mosse agli ambasciatori della Re-
pubblica andati a complimentarlo, chiesto da loro che 
terminasse le pendenze di Ceneda; rispose, non essere an-
cor tempo: che concedesse le solite decime sul clero; ri-
spose, volerci pensare: e infine che dispensasse il patriarca 
Vendramin (era morto in quel torno Matteo Zane) di anda-
re a Roma; rispose negando.
Dal canto suo la Repubblica negava di sborsar denari 
per la continuazione della guerra di Ungheria contro i 
Turchi, e di abolire una sua legge recente intorno alla trat-
ta degli olii e alla navigazione nell'Adriatico con vascelli 
non veneziani o per conto di compagnie veneziane stabili-
te fuori di Stato, il che imbarazzava in certo qual modo il 
commercio delle vettovaglie portate nei dominii della 
Chiesa. La Repubblica aveva ragione, perch quelle com-
pagnie erano sutterfugi degli esteri di accordo con Vene-
ziani per eludere le dogane venete; il papa non aveva tor-
to, e, o poteva domandare mitigazione o suggerire un altro 
rimedio, ma l'affermare che lo Stato ecclesiastico era sa-
cro, e che l'impedirgli per legge doganale le vettovaglie 
era un peccato contro la Chiesa, era un'assurdit un po' ec-
cessiva anco per un papa.
Ma quello di che pi si offendeva erano due leggi: l'una 
antica del 1357, rinnovata nel 1459, 1515-36-61 e con-
fermata nel 1603, prescriveva che non pi, senza licenza 
del governo, si erigessero chiese, ospedali o monasteri, o 
s'instituissero nuovi ordini religiosi, sotto pena di esilio 
alle persone, ed infiscazione della fabbrica e del fondo. 
L'altra del 1333 confermata, per la citt e ducato di Vene-
zia, nel 1536, ed estesa a tutto il dominio veneto nel 1603, 
vietava, sotto gravissime pene, i nuovi acquisti al clero. 
Provvidissima la prima, stantech nello Stato vi fossero 
gi chiese, ospedali e monasteri e preti e frati pi che non 
ne bisognavano, e chiese giacessero in quasi abbandono e 
monasteri penuriassero. L'altra era voluta da imperiosa 
necessit e desiderata da' sudditi, imperocch il clero pos-
sedeva egli solo oltre il quarto e fin anco il terzo di tutti 
gli stabili, che per essere esenti da tributi gravavano i pesi 
pubblici tutti addosso de' secolari; oltredich preti e frati 
usavano frodi infinite per carpire eredit, possessi, livelli, 
censi, s che le liti erano perpetue.
Comunque sia, richiamarsi di leggi vetuste e sancite da 
lungo uso era veramente un mostrar desiderio di brighe, di 
che i Veneziani a giusta ragione si dolevano.
Ma infervor la contesa dopo che un certo canonico 
Scipione Saraceno di Vicenza aveva rotto i suggelli pub-
blici posti al palazzo vescovile; poi, non avendo potuto 
ridurre alle sue libidini una dama sua parente, volle infa-
marla appiccando alla porta di lei cartelli di oltraggiosa 
bruttura. La donna ricorse al Consilio dei dieci, e il cano-
nico per ambi i delitti fa portato nelle carceri decemvirali.
Lo seppe il papa dal suo nunzio Orazio Mattei, e ne 
mosse aspro lamento ad Agostino Nani ambasciatore ve-
neziano: essere, diceva, violazione della libert ecclesia-
stica, doversi rimettere il canonico al foro ecclesiastico; 
oltraggiare una donna, rompere suggelli non essere caso 
atroce perch ne giudicassero i secolari. Poi tir in campo 
le due leggi: che erano eresie e che bisognava abrogarle. 
L'ambasciatore instava, e ricordava che ancora Clemente 
VIII aveva proibito alla Santa Casa di Loreto i nuovi ac-
quisti. Ma Paolo: molte cose essere lecite ai papi che non 
lo sono ai principi, essere peccato il servirsi del loro e-
sempio, essere i papi padroni del mondo, superiori ad ogni 
legge, avere da Dio il mandato di fare e disfare; e quanto 
agli altri, tutte le virt cristiane sono zero se non rispetta-
no la libert de' cherici e non li arricchiscono.
Intanto che il papa inveiva perch fosse rilasciato il ca-
nonico e abrogate le due leggi, e che il Senato nel suo 
proposito perseverava, nacque un altro caso che intorbid 
vieppi gli umori. Il conte Brandolino, abate di Nervesa 
nel Friuli, era stato portato anch'egli nelle carceri del Con-
siglio dei dieci per una serie di delitti che fanno fremere. 
Aveva accelerata la morte a suo padre, fatto assassinare i 
fratelli per darne il patrimonio a' suoi bastardi, fatti assas-
sinare alcuni suoi rivali in amore, alcuni mariti di cui insi-
diava le mogli, e poi fatti assassinare i complici de' suoi 
delitti; si era mescolato in amore con una sorella; aveva 
commesso stupri, violenze, rapine, concussioni di ogni 
sorte nelle terre della sua abazia: conciossiach nel Friuli 
esistessero ancora feudi, ma pochi, e scemati di autorit i 
feudatari. Bisogna credere che anco questi non fossero ca-
si atroci, ma parte della libert ecclesiastica, perch il pa-
pa mont in tanta furia, che il 10 dicembre, mand al nun-
zio due Brevi: coll'uno dimandava la rivocazione delle 
due leggi; coll'altro la consegna de' prigioni al tribunale 
ecclesiastico: in ambi dichiarava il Senato in corso nella 
scomunica se non obbediva. Era tanta la fretta con cui si 
operava nel gabinetto papale, che i secretari s'imbroglia-
rono e non spedirono che il primo, ma in doppio esempla-
re, senza che dell'errore si accorgessero. Il nunzio, veg-
gendo che la Repubblica spediva un ambasciatore straor-
dinario a Roma credette bene di soprassedere, del che fu 
severamente rampognato dal pontefice che gli comand di 
presentarli sul momento; ed egli li present il giorno di 
Natale, intanto che il doge Marino Grimani agonizzava, e 
il Senato assisteva a messa solenne cogli ambasciatori. Ed 
essendo morto il doge quella istessa notte, stante gli ordini 
della Repubblica, i Brevi non poterono essere aperti fino a 
nuova elezione; ma il nunzio, a nome del papa, si present 
alla Signoria intimando che non eleggessero altro doge, 
essendo scomunicati, e conseguentemente incapaci a fare 
atto pubblico. Ma i Veneziani se ne risero, ed elessero a' 
10 gennaio 1606 Leonardo Donato, procuratore di San 
Marco, versatissimo negli affari, assai pratico di Roma, 
ove era stato ambasciatore sette volte.  fama che in una 
di quelle occasioni, essendo Paolo V tuttora cardinale, e 
ragionando fra loro delle frequenti contese giurisdizionali 
tra Roma e Venezia: Se fossi papa, disse il Borghese, alla 
prima occasione vi scomunicherei.  Ed io se fossi doge, 
rispose il Donato, mi riderei della scomunica. Volle fortu-
na che l'uno fosse papa e l'altro doge, e tennero la parola.
(1606 gennaio). Aperte le lettere del papa, il Senato si 
avvide che in affare cos delicato, e dove era risoluto di 
sostenersi, bisognava procedere con senno e guadagnarsi 
la persuasione pubblica. Fu sempre suo costume, nei casi 
gravi, di sentire un consultore in diritto: due ne aveva allo-
ra in carica, e un terzo chiamato ad occasione, ma era ne-
cessario un teologo e canonista, onde guidarsi in modo da 
difendere i suoi diritti senza lasciarsi cogliere in fallo. E-
lessero Fra Paolo, gi noto per altri servigi prestati alla 
Repubblica, e in cui oltre al sapere, si aggiungevano fama, 
illibati costumi e religione severa, e che essendo stato a 
Roma pi volte era pratico degli usi di quella corte, stima-
to da personaggi illustri della medesima, e per la sua inte-
grit rispettato, amato e riverito dal clero e dal popolo.
Fin dai primordi della controversia era stato consultato 
privatamente, ed egli, per essere pi a portata di giudicare 
della cosa, scrisse a Trajano Boccalini, suo amico che a-
veva impiego in corte di Roma, acci lo informasse 
dell'umore di quella e del papa in particolare; il quale a' 22 
novembre 1605 rispose: Che Paolo V era pontefice di an-
gelici costumi e di animo retto, ma soverchiamente infatu-
ato delle prevenzioni di curia, e dal pensiero di condurre 
la Sede Apostolica a suprema monarchia; nel che, sog-
giungeva, trover forse pi intoppi che egli e i suoi corti-
giani non credono. La corte e il papa, sdegnatissimi contro 
la Repubblica e la Chiesa gallicana, perch ogni giorno 
tarpavano le ali all'autorit della Corte. Il pontefice essere 
determinato di usare gli estremi; e quand'anco non vi fosse 
portato da s, bene innanzi lo spingevano i cherici, molti 
de' quali odiavano la Repubblica, e di cui nissuno allora se 
ne trovava che da mattina a sera non studiasse sentenze 
legali o teologiche per dar nell'umore del papa.
Sapute queste cose, si avvide Fr Paolo che la materia 
era torbida, e poteva per l'ostinazione delle parti fruttare 
accidenti pericolosi; andava perci consigliando vie di ac-
comodamento prima che pi oltre si procedesse. Infatti il 
Senato non lasci cosa intentata, sped a pi riprese orato-
ri straordinari al pontefice, scrisse ai cardinali di Verona e 
di Vicenza, veneziani, acciocch lo inducessero a termini 
ragionevoli. Ma Paolo V, s per propria concitazione, e s 
per gli stimoli de' cortigiani che si tenevano certo il trion-
fo, non volle saperne; e intanto dal nunzio Mattei fu pre-
sentato, come dissi, il primo Breve. I savi del Consiglio 
vollero sentire Fr Paolo su quello che era da farsi, e lo 
pregarono a dare per iscritto il suo parere. Ma egli, che 
sapeva come a Roma si perdonano tutti i peccati, tranne il 
sacrilegio di chi vuole accorciare il manto al papa, se ne 
scus, allegando la sua condizione e i pericoli a cui sareb-
besi esposto; e si ristrinse a verbali conferenze o a brevi 
scritture dettate con somma cautela, e in cui le decisioni 
teologiche erano adombrate colle solite frasi di riverenza 
alla Santa Sede. Ma il Senato, raccolto a' 14 gennaio, fece 
decreto che lo prendeva nello speciale suo patrocinio, e da 
qualsiasi persecuzione lo avrebbe tutelato. Notificata que-
sta deliberazione al Sarpi, gli fu chiesto che rispondesse 
alla domanda: Quali fossero i rimedi contro i fulmini di 
Roma.
Allora Fr Paolo, rinfrancato da quella testificazione 
pubblica, rispose, due essere i rimedi: l'uno di fatto col 
vietare la pubblicazione delle censure e impedirne l'esecu-
zione, resistendo alla forza violata colla forza legittima, 
purch non passi i termini di naturale difesa; l'altro di di-
ritto, che  l'appellazione al futuro concilio. Il primo esse-
re da preferirsi, ma potersi anco usare l'altro ove fosse bi-
sogno, perch usato da altri principi cattolici, e perch an-
cora la Francia e la Germania argomentavano in favore 
della superiorit del concilio; di che, quantunque in Italia 
si sostenesse il contrario, i canonisti lasciavano la difficol-
t per non decisa. Pure, se si poteva, esser meglio cansarla 
per non irritare maggiormente il pontefice e suscitare due 
questioni invece di una; oltredich chi appella suppone 
dubbia la giustizia della sua causa, laddove quella della 
Repubblica era evidente.
Letta quella scrittura in Senato a' 28 gennaio, tanto 
piacque per la chiarezza, l'ordine, la brevit, la sodezza 
delle ragioni e la prudenza de' consigli, che ad unanimit 
di voti il Sarpi fu nominato teologo e canonista della Re-
pubblica con 200 ducati annui di stipendio (il ducato di 
quei tempi valeva 5 franchi di Francia, ma ragguagliato 
col valore delle derrate circa il doppio); il quale incarico 
prima di accettare, volle il consenso del generale dell'or-
dine Fr Filippo Ferrari, alessandrino, che allora si trova-
va in Venezia, e ne ricevette la benedizione in ginocchio.
Credo bene che sincera fosse l'obbedienza di Fr Paolo 
agli statuti monastici; ma fosse stata anco una formalit, il 
generale si sarebbe guardato dall'opporsegli, ch il Consi-
glio dei dieci faceva troppa paura. Del resto bisogna avere 
un gran prurito di malignare le intenzioni del prossimo per 
supporre che il Sarpi fosse mosso da spirito di vendetta, 
per non essere stato fatto vescovo, a impugnare le preten-
sioni della curia romana; essendoch lo stesso spirito bi-
sognerebbe supporre negli altri molti che in quel medesi-
mo ufficio concorsero. Fa poco onore al carattere dei preti 
la troppo consueta accusa che tale o tale divent eretico o 
scismatico per ci solo che non consegu una ambita di-
gnit cospicua della Chiesa; il che significherebbe che or-
dinariamente gli ecclesiastici nella scelta delle loro opi-
nioni non tanto consultano la coscienza quanto la vanit, e 
che sono credenti od increduli a seconda dell'utile. Non 
sempre le azioni degli uomini derivano da motivi interes-
sati; che anzi talvolta vi ha parte la fortuna, e tal'altra sono 
l'effetto naturale di una catena di casi impreveduti dalla 
umana volont, come appunto avvenne a Fr Paolo, il 
quale conosceva benissimo i pericoli a cui si metteva in-
contro; ma la vanit anco pi leggiera non avrebbe potuto 
presumere l'alta fama che doveva riportarne: e la diffiden-
za con cui si mise in su quel cammino mostra il poco de-
siderio che aveva di implicarvisi, e che vi fu trascinato suo 
malgrado dalle circostanze. Rispetto alla pretesa sua ani-
mosit contro Roma, niente  pi giusto di quanto si legge 
in una lettera, malamente attribuita al Boccalini, che in 
quei dispareri Fr Paolo ebbe sempre lo studio pi in 
quello che conveniva tacere che pubblicare; e bench irri-
tato dalle persecuzioni di un pontefice nemico e di tutti 
insieme gli ecclesiastici aderenti di questo, che con per-
verse calunnie procuravano di metterlo in concetto ap-
presso il mondo, non di eretico, ma di demonio; contutto-
ci, moderata la sua penna dalla sua gran prudenza, osser-
v con squisitezza piuttosto la regola di difendere la causa 
comune che stimava giusta, che non gi la massima ordi-
naria de' vendicativi, di rispondere alle detrazioni.
Nel nuovo incarico aveva bisogno di persone a sussidio, 
quali a copiare, quali a estrarre dai libri o verificare in essi 
le sentenze degli autori. Pel primo, prese a suo scrittore, 
che poi lo serv di continuo, il padre Marco Franzano, ser-
vita; e per l'altro chiam a s il suo allievo ed amico padre 
maestro Fulgenzio Micanzio, da Brescia, servita anch'es-
so, allora a Bologna lettore di teologia scolastica. Si strin-
se ancora in pi aderente amicizia col senatore Domenico 
Molino, uomo di Stato, in molta stima per integrit, senno, 
pratica di negozi e svariate cognizioni, e con altri fra i 
primi senatori: da' quali si faceva informare de' modi del 
governo, della natura ed opinioni de' magistrati, si che po-
tesse ne' pareri conciliare il ben pubblico senza offendere i 
pregiudizi de' privati.
Intanto il Senato, confermato ne' suoi giudizi dal suo 
teologo, riscrisse in quel medesimo giorno, 28 gennaio, al 
pontefice una lettera, di cui lo stesso Fr Paolo dett il te-
nore; rispettosa ma piena di sode ragioni, sostenendo il 
suo punto e giustificando le sue leggi intorno al divieto di 
nuove fondazioni pie e di nuovi acquisti al clero.
(1606 febbr.) Il pontefice, dalla qualit della risposta 
avvisando l'errore de' suoi spedizionisti, fu sorpreso, e lo 
attribu al nunzio. Poi mont in collera, rabbuff l'amba-
sciatore veneto, crebbe le pretese. Nelle successioni indi-
rette i cherici movevano spesse liti agli eredi per ragione 
di beni su cui pretendevano livelli od enfiteusi, e che, 
mancando la linea diretta, dicevano dover tornare a loro; 
quindi incertezza ne' possessi, dispendii nelle famiglie, 
querele infinite nel pubblico. Il Senato fece legge che i 
beni enfiteutici non potessero pi tornare ai cherici, ma 
passassero agli eredi, qualunque si fossero, col peso del 
livello, quando provato. Ora il papa voleva abrogata anco 
questa colle altre due leggi. Infine, calmatosi, parve ac-
condiscendere a proposte di accomodamento. Delle enfi-
teusi non si parlasse, fossero abolite le due altre leggi, 
promettendo il papa di rimetterle egli; il canonico fosse 
dato al foro ecclesiastico, contentandosi che il secolare 
giudicasse l'abate. Dava tempo 15 giorni. L'ambasciatore 
scrisse a Venezia, di dove avvisato che veniva altro amba-
sciatore straordinario con facolt di conchiudere, ne av-
vert il pontefice. Ma questi perdette la pazienza: disse che 
tiravano in lungo per la speranza che intanto e' si morreb-
be; che non voleva sentir altro, e che voleva essere obbe-
dito. E senza protrarre di pochi giorni sino all'arrivo del 
nuovo legato, sped al Mattei il secondo Breve sulla con-
segna dei prigioni senza neppure mutarvi la data del 10 
dicembre e l'indirizzo al doge morto, comandando che lo 
presentasse immediatamente, il che fece a' 25 febbraio. E 
fu osservato che il nunzio, trattenendosi a ragionamenti 
col Collegio, e accadendo di nominare Dio o il papa, usa-
va la medesima espressione Nostro Signore; il che rendeva 
il suo ragionamento ambiguo: se non che quando per No-
stro Signore intendeva il papa, si cavava la berretta; e 
quando Iddio, teneva coperta la testa.
(1606 marzo). La indiscreta fuga e volubilit del ponte-
fice rec non lieve sorpresa al Senato; pure non disperan-
do di ridurlo a qualche ragionevole partito, agli 11 marzo 
rispose descrivendo i disordini che della impunit dei de-
litti negli ecclesiastici ne sarebbero derivati; e ragionando 
i suoi diritti, si rammaricava che il pontefice non avesse 
voluto aspettare ci che era per portargli il nuovo amba-
sciatore, e che rimettesse sul tappeto proposte alle quali in 
parte aveva gi rinunciato, e che quando e' si credeva 
prossimo l'accordo, improvvisamente se ne trovasse assai 
pi lontano di prima.
(1606 aprile). Andava intanto a Roma il senatore Pietro 
Duodo; ma il papa era talmente scaldato che non volle u-
dir ragioni, e ai cardinali Delfino e Valiero, veneziani, che 
consigliavano moderazione e gli pingevano i pericoli a cui 
si metteva incontro, rispose adirato: Questi vostri discorsi 
puzzano di eresia. Lettere di Venezia lo avvertivano a non 
cimentarsi a vedere disprezzata la sua autorit; restasse 
certo che niente di pi otterrebbe di quanto gli veniva ora 
profferto; essere meglio un magro accomodamento fatto 
di buona voglia e senza scandalo, che non forse uno pi 
magro ancora, fatto con pubblicit e per forza. Parimente 
lo teneva perplesso la fermezza del Senato che con rara e 
meravigliosa concordia votava sempre ad unanimit di 
suffragi. L'ambasciatore di Francia lo esortava alla pace; 
ma tirato dal suo mal genio, spinto dai cortigiani, a furia, 
di sua testa, senza udire il parere di nissuno, scrisse egli 
medesimo il monitorio, lo fece stampare, e a' 17 aprile 
convoc il concistoro dei cardinali. Nel portarvisi, fu sor-
preso da molti dubbi, si ferm in capo alla scala, ondeg-
gi, fu per tornare indietro; ma il cardinale Arrigoni gli 
fece animo: consiglio funesto.
Disceso nel concistoro proruppe in lamenti contro i Ve-
neziani, espose le sue ragioni, la loro pertinacia, mostr il 
monitorio e chiese i voti: formalit inutile, perocch 
quando gli affari si portano in quel sacro collegio sono gi 
belli e decisi( ) nel gabinetto del papa. Il cardinale di Vero-
na consigli pacatezza, maturit, riflessione. Rispose il 
papa che ci aveva pensato abbastanza, che era sicuro di 
quel che diceva: Quand' cos, replic il cardinale, non ho 
altro a ripetere. Il cardinale d'Ascoli approv con un pro-
fondo inchino; Zappata aggiunse che i preti sotto ai Vene-
ziani erano a peggior partito che non gli Ebrei sotto Fara-
one; Giustiniani, che i Veneziani non meritavano scusa, e 
il pi soprastare era peccato; Santa Cecilia, che la causa 
del pontefice era causa di Dio; Bandino, prometteva al 
pontefice fama immortale; Colonna, che i Veneziani do-
vevano essere trattati pi col flagello che con la dolcezza. 
Tutti insomma, quali per un verso, quali per l'altro, con-
cordarono nella sentenza del papa, e fecero a gara a chi 
dicesse enormit peggiori; ma nissuno eguagli il Baro-
nio, comech dapprima consigliero pacifico e ai Veneziani 
favorevole. Il quale fece un discorso, il cui preciso tenore 
 questo: Che il ministerio di Pietro ha due parti; l'una di 
pascere le pecore, l'altra di ammazzarle e mangiarle; che 
questo ammazzamento non  crudelt, ma atto pietoso, 
perch  vero che prdono il corpo, ma poi salvano l'ani-
ma. Riprendeva il Santo Padre di troppo lunga pazienza, 
gli mostrava che bisognava fare in fretta. E poi, gongolan-
do di gioia per quel religioso macello, diceva parergli che 
rinnovassero i bei tempi di Gregorio VII e di Alessandro 
III, ambi di Siena come Paolo V, i quali prostrarono quegli 
iniquissimi Enrico e Federigo imperatori; e finiva con un 
vaticinio di trionfo, il quale, malgrado lo spirito profetico 
del cardinale, non si avver.
Il papa, persuaso da cos luminose ragioni, o piuttosto 
persuaso anco senza di loro, pubblic il monitorio; nel 
quale diceva che il doge e Senato e Repubblica di Vene-
zia, per aver fatto tali e tali leggi che proibivano nuove 
fondazioni di chiese, monasteri, ospedali e nuovi acquisti 
ai cherici per donazione o per testamento od altro; e per 
aver fatto imprigionare il canonico Saraceno e l'abate 
Brandolino, costituiti in dignit ecclesiastica: tutte cose 
contrarie all'onor di Dio, di scandalo al mondo, e in dan-
nazione dell'anima; perci dichiarava per autorit di Dio, 
di san Pietro e Paolo e sua propria, che se fra 24 giorni 
non rivocavano quelle leggi e non consegnavano al suo 
nunzio i prigioni, fossero incorsi nelle scomuniche fulmi-
nate dalla Santa Madre Chiesa contra gli empi violatori 
delle immunit ecclesiastiche; e se tre giorni dopo que' 24 
giorni non si chiarissero pentiti e sommessi, egli sottopo-
neva all'interdetto ecclesiastico la citt di Venezia e gli 
Stati e dominii della Repubblica, cos che fosse peccato 
dir messa, amministrare i sacramenti, cantar l'offizio e fi-
no suonare le campane. E seguiva poi una filza di minacce 
in questa vita e nell'altra, che Dio ne guardi ogni fedel cri-
stiano.
Queste cose a' d nostri fanno ridere, perch oramai le 
opinioni si trovano a tal grado che nemmanco i cherici si 
ardirebbero di sostenerle, almeno in pubblico; e niun papa 
sarebbe tant'oso da fulminare un simile interdetto; ma ai 
tempi di cui parliamo erano cose serie. I Medici, che di-
spoticamente regnavano in Toscana, patirono pi d'una 
volta le insolenze della Curia, e, dissimulando la propria 
superbia, curvavano sotto il giogo; i re di Francia per non 
tirarsi addosso la nimist dei pontefici, furono obbligati 
spesso a cedere ai loro capricci, ed era fresca in quel regno 
la rimembranza de' funesti effetti del fanatismo religioso: 
Enrico III fu assassinato; Enrico IV, principe di virili spiri-
ti, fu costretto, per sottrarsi ai fulmini papali, di abbiurare 
il calvinismo e ricevere la pubblica assoluzione nella per-
sona del suo ambasciatore a Roma con tutte quelle forma-
lit avvilitive che dai Romani si costumano. I re d'Inghil-
terra furono lungamente i mancipi dei papi, e quantunque 
il dispotismo di Enrico VIII fosse riuscito a fare il regno 
indipendente fino dal 1533, egli e i suoi successori ebbero 
a sostenere un'assai dura lotta contro il partito papale. Fi-
lippo II di Spagna, il terribile e potente Filippo II fu anco 
egli obbligato ad umiliarsi all'imperioso Paolo IV, e l'or-
goglioso duca d'Alba dovette andare a Roma a implorare 
in ginocchio il perdono per avere combattuto in giusta 
guerra contro la Santa Chiesa, e narrai come a Paolo V 
cedessero facilmente due repubbliche e l'Ordine di Malta 
e Spagna e Napoli e Parma. E fra tanta universale debo-
lezza, se la sola Venezia si manteneva inespugnabile, bi-
sogna ben dire che faceva una gran prova di coraggio, e 
che confidasse assai nella sodezza del suo governo e 
nell'affezione de' suoi popoli. Ma la resistenza che oppose 
questa volta, se non fu l'ultima, fu almeno decisiva.
(1606 maggio). Pubblicati in Roma i cedoloni e diffusi 
colle stampe dappertutto, il Senato pens ai modi di resi-
stenza. Pareva a molti che si dovesse appellare dal papa al 
concilio, e fu richiesto Fr Paolo di produrre le ragioni 
con cui si poteva sostenerlo. Il quale in una scrittura di 
poche pagine svilupp una materia per cui altri avrebbe 
impiegato un tomo. Propone prima le difficolt de' curiali 
e de' politici contro le appellazioni e le discioglie; indi 
prova la superiorit del concilio sul pontefice con fatti de-
dotti dalla storia e dalle autorit dei Padri della Chiesa, e 
conchiude per le appellazioni.
Ma quando si venne alla pratica, sursero difficolt im-
prevedute. Fr Paolo istesso si avvide che come rimedio 
di diritto, era poco; come rimedio di fatto, era niente. Altre 
volte la Repubblica, nei pontificati di Sisto IV e Giulio II, 
aveva appellato dal papa al concilio: nella prima occasio-
ne, felicemente; nella Seconda, no; e per quel rimedio fu 
rigettato come al tutto inutile. Fr Paolo chiam a rasse-
gna il diritto pubblico ecclesiastico francese, ma dopo as-
sai maturare trov che i mezzi adoperati in quel regno non 
servivano alla Repubblica, stante la diversit delle institu-
zioni; e che infine il migliore espediente era quello di at-
tenersi a quanto gi innanzi aveva proposto; cio alle vie 
di fatto, che erano pi semplici e meglio lasciavamo aper-
to il varco ad accordi.
Tutte queste ragioni da lui esposte al Collegio, e dal 
Collegio portate in Senato, fecero deliberare questo corpo 
conformemente a quanto avvisava il Consultore.
E per a' 6 maggio pubblic due manifesti, di cui, come 
di tutte le altre carte pubbliche che avessero affinit colla 
teologia, il Sarpi dettava il tenore o rivedeva la redazione 
del segretario: l'uno diretto ai Comuni, nel quale il Senato 
li informava della necessit e utilit del suo operare, dei 
torti del pontefice insussurrato da perversi consigli, e del 
fulminato interdetto; conchiudendo che siccome lo aveva 
incontrato non per demerito proprio, ma per la protezione 
e difesa de' beni e dell'onore dei sudditi, cos essi ancora 
procurassero in ogni evento di difendere le ragioni comuni 
e le loro particolari. L'altro diretto a tutto il clero dello 
Stato: dichiarava che il Breve monitorio del papa era con-
trario alla Scrittura, ai Padri, ai canoni della Chiesa, in 
pregiudizio dell'autorit secolare, perturbatore della quie-
te, scandaloso, e conseguentemente nullo e illegittimo; e 
comandava al clero non l'osservasse, e continuasse i divini 
uffici come sempre; e che quella protesta fosse affissa a 
tutti i luoghi pubblici, acciocch pervenisse anco a Sua 
Santit, per la quale pregassero Dio che la inspirasse a co-
noscere i suoi torti.
Ci si chiamava, nella sentenza dei curiali, aggiungere 
eresia ad eresia, perocch tengono l'infallibilit del papa 
come un dogma cos indisputabile, come  indisputabile 
che gli angoli di un triangolo sommano pari a due angoli 
retti; e a chi oppone che tale o tal papa ha sbagliato, tro-
vano argomenti, per provare che anco sbagliando era in-
fallibile.
Fatta quella protesta, che il nunzio prima di partire ebbe 
la mortificazione di vedere affissa alla sua porta, i Dieci 
presero le pi severe misure per ovviare a' tumulti. Man-
darono ordine ai cherici e frati che le lettere ricevute da 
Roma, cos suggellate come erano, fossero a loro trasmes-
se; e fecero invigilare i confessori acciocch con artifizi 
occulti non sobillassero le coscienze. Alcune minacce e 
pochi esempi di rigore fecero noto che non burlavano. Un 
curato di Venezia serr la sua chiesa; gli fu piantata la for-
ca dinanzi alla casa, e il curato, non gli piacendo la gloria 
dei martiri, apr. Il vicario capitolare di Padova, intimato 
di consegnare i dispacci che fosse per ricevere da Roma, 
rispose, faria ci che lo Spirito Santo gl'inspirerebbe. A 
cui il podest: Lo Spinto Santo ha gi inspirato l'eccelso 
Consiglio dei dieci di far impiccare chiunque non obbedi-
sce. E il vicario obbed.
I frati ebbero comandamento dai loro superiori da Ro-
ma che osservassero l'interdetto, e non potendo, partisse-
ro. Ma a loro spiacendo la partenza, impetrarono dai Dieci 
un decreto che la impediva sotto pena di morte, e quello 
mandarono a Roma.
Fra tutti gli Ordini religiosi che vivevano agiatamente a 
Venezia, i gesuiti non erano dei meno obbligati: avevano 
collegi nella capitale, a Padova, a Verona e persino in 
Candia, posto importante a quei Padri, che in ogni stagio-
ne allo zelo di propaganda, unirono molta capacit pei 
traffichi; perch, portando ai paesi infedeli la vera fede e 
le indulgenze del papa, ne riportavano in ricompensa ba-
stimenti di mercanzie; e per loro Candia era una scala ec-
cellente cos per le conversioni, come pel commercio col 
Levante. Introdotti in Padova nel 1546, e tre anni dopo in 
Venezia, in sessant'anni si erano talmente arricchiti che 
dagli Stati di quella Repubblica traevano una rendita an-
nua di 100,000 scudi (600,000 franchi) o pi. Cionnondi-
meno le presenti discordie erano in gran parte dovute ai 
loro intrighi, sperando essi di maneggiare a loro piacere, e 
darsi anco in Venezia quella ingerenza negli affari di Stato 
che avevano usurpata altrove, e che non avevano mai po-
tuto conseguire col. Per le quali cose certificarono in sul-
le prime il governo che non osserverebbero l'interdetto; 
promettendosi che avrebbero potuto meglio giovare alla 
causa del pontefice coll'usare le solite loro arti restando, 
che non coll'andarsene. Intanto facevano correre messaggi 
e corrieri continui da Venezia e da Ferrara a Roma e vice-
versa, mandando e ricevendo avvisi. Insussurravano anco 
gli altri Ordini religiosi, e nella loro condotta mostravano 
ambiguit e doppiezze molto sospettose. Il Collegio, in-
formato delle loro mene, gl'intim che dovessero esplici-
tamente dichiarare quello che intendevano fare. Ridotti 
alle strette, risposero che non osserverebbono l'interdetto, 
che celebrerebbono come al solito i divini uffici; ma non 
la messa, che per la sua eccellenza non  compresa nell'uf-
ficio divino. Ebbero comandamento di sgomberare. 
Chiamarono a furia le loro penitenti, le truffarono a dena-
ri, le corruppero con superstizioni, saccheggiarono le 
chiese proprie e i collegi, arsero le confessioni scritte e le 
regole secrete della setta, e trafugarono le pi preziose ro-
be; quattro casse ne furono trovate in casa di un mercante 
Franzini, sette od otto altre cassette furono staggite intanto 
che le sottraevano per barca: in luogo occulto del conven-
to furono scoperti crogiuoli e fornelletti ad uso di fondere 
metalli. Scomparsi i calici, le patere, gli ostensorii, i dop-
pieri, le lampane di oro o di argento, i ricchi addobbi, ai 
magistrati presentatisi per ricevere l'inventario non conse-
gnarono che pochi e non molto pregevoli effetti; e le la-
drerie furono cosi notorie, che ne provarono scandalo per-
sino i gesuiticoli. E i gesuiti, profondi nella ipocrisia, par-
tirono tutti con un crocifisso al collo, simulando passione 
di martiri, e con aria mortificata e penitente come se Cri-
sto scappasse con loro. Ma il popolo che li conosceva, 
sdegnato alle loro fraudi, poco manc non gli ammazzas-
se; e convenne farli scortare da' sbirri fra schiammazzi e 
fischi della plebe. Li seguitarono i teatini, pochi in nume-
ro; i riformati di San Francesco; e i cappuccini, quei soli 
della capitale sedotti dai gesuiti; i cappuccini delle pro-
vincie dove non erano gesuiti, come ancora gli altri Ordi-
ni, stettero fermi col governo; e i monaci di Chiaravalle 
offersero al Senato 100,000 ducati per sopperire alla guer-
ra che pareva imminente.
Del resto fu interrotta ogni comunicazione tra Roma e 
Venezia, da quella part l'ambasciatore, da questa il nun-
zio: e il mondo attonito a un avvenimento affatto nuovo e 
portentoso di gravi conseguenze, stava attento e curioso a 
vederne il fine.
...
.
...
CAPO DUODECIMO.
.
(1606 giugno). E intanto dagli Stati di Milano e del 
pontefice e di Mantova, che per vario confine circuivano 
la Repubblica, il fanatismo curiale e il genio rubellante dei 
gesuiti spargevano nello Stato veneto libercoli, cartelli, 
scritture volanti: e dai pulpiti apertamente e dai confessio-
nali insidiosamente discorrevano le parole, che Venezia 
era Ginevra; che i matrimoni, poich tra gente scomunica-
ta, erano concubinati; i contratti, nulli; il governo, illegit-
timo; la ribellione, lecita; i vincoli di famiglia, spenti. Il 
gesuita Gondi, predicando in Bologna il d della Pasqua, 
disse: Vi  una citt lontana da qui cento e non so che 
miglia, nella quale sono diecimila ebrei, diecimila scisma-
tici e ventimila meretrici con buon numero di eretici e as-
sai malandrini. Voi tutti che siete presenti, vi prego a pre-
gare per quella citt. A Parma parlavano di Venezia, scri-
ve in una sua lettera il celebre storico Davila, come di una 
terra di luterani, anzi di sciti. A Brescia fu sparso un libel-
lo che incominciava: Generazione di vipere, canaglia 
scomunicata, che diavolo vi ha fatto la reverendissima 
compagnia di Ges, lume di tutto il mondo? In una chie-
sa di Mantova i due gesuiti Stadera e Gagliardi impegna-
rono una disputa d'ingiurie contro Venezia, tanto scanda-
losa, che il duca li band in sul momento. Alle feroci paro-
le succedevano opere corrispondenti: mandarono emissari 
e spie e subornatori, scrivevano alle loro penitenti che ne-
gassero il debito ai mariti, agli allievi che disobbedissero i 
genitori: e in questa infausta contesa  il maggior torto 
della corte di Roma di avere licenziato simili orrori, colla 
speranza, che sconvolto l'ordine pubblico e tumultuanti i 
sudditi, Venezia sarebbe obbligata a sottomettersi; speran-
za colpevole, imperciocch, prescindendo da tutte le opi-
nioni, associare la religione al delitto  peccato enorme, 
inespiabile.
Ma nello Stato veneto tutto era tranquillo, n mancava-
no i predicatori, per lo pi frati audaci, tra i quali si fece 
distinguere un padre Fulgenzio Manfredi, francescano, 
che predic in Venezia con molta veemenza contro l'inter-
detto e la Corte. E innumerevoli furono gli scrittori, pe-
rocch chiunque sapeva bene o male menare la penna, 
volle entrare in lizza; onde convenne al governo, a preve-
nire che o la foga o l'inesperienza facessero trascorrere ol-
tre i termini, instituire apposita censura di sei teologi e tre 
giureconsulti per esaminare i libri, e due senatori per ap-
provarli. Primi fra gli esaminatori e capi di quel consiglio 
censorio erano Fr Paolo e Pietro Antonio Ribetti, arcidia-
cono e vicario generale di Venezia.
Il sistema del governo veneto era di attenersi ai termini 
di pura difesa, e per non lasci libert ai predicatori se 
non dopo che altri predicatori parlarono contro di lui; e 
non lasci a' scrittori, se non dopo che i Romani scrissero 
contro Venezia. Infatti era uscita a Roma, per ordine del 
papa, e diffusa per tutta l'Italia, una scrittura di Scipione 
Gobelucci che giustificava il procedere di Paolo V contro 
la Repubblica; e un'altra in foglio volante uscita da Mila-
no, bench senza data, e sparsa nel Bergamasco, piena 
d'ingiurie contro i Veneziani e di massime atroci sugli ef-
fetti civili delle scomuniche. Si volle rispondere al primo 
con una esatta informazione della lite, esponendo in ben 
ragionato volume i diritti della Repubblica e la nullit 
dell'interdetto. Ma Fr Paolo, non amando comparire pub-
blicamente nella contesa e pretestando la sua imperizia 
nello scrivere italiano, prefer di farne egli lo schizzo e nel 
resto affidarne la cura a Giambattista Leoni, scrittore leg-
giadro, gi segretario del cardinal Comendone ed allora 
agente del duca d'Urbino presso la Repubblica. Il quale, 
retore pi che filosofo, e ignaro della materia che aveva 
per le mani, dilu la forza de' raziocinii colla leccatura del-
le parole, e il suo lavoro riusc languido e snervato: con 
tutto questo non manc di piacere, ebbe spaccio e fu tra-
dotto in altre lingue.
A rispondere alla seconda scrittura Fr Paolo ricorse a 
un ripiego. Tradusse dal latino e pubblic col testo a fron-
te due brevissimi trattati del celebre Giovanni Gerson, teo-
logo e cancelliere di Parigi, famoso per dottrina e santit 
di costumi e per essere stato ambasciatore di Francia al 
concilio di Costanza, dove adoper fervidamente a ristabi-
lire la pace della Chiesa turbata dai papi. Il primo contiene 
dodici considerazioni sulla potest delle chiavi mistiche 
de' pontefici, e quali sono i modi con cui si disprezzano e 
per cui s'incorre nella scomunica. Il Gerson decide essere 
semplicit ed ignoranza, oppure malizia da fariseo riputa-
re che il papa sia un Dio, e che abbia ogni potest in cielo 
ed in terra; che non  disprezzo l'opposizione fatta a lui 
quando abusa notoriamente della sua potest; che in tali 
casi il disprezzo delle chiavi  dalla parte sua e le scomu-
niche sono violenze contro cui la legge naturale insegna di 
resistere; e che talvolta il sopportarle sarebbe una pazien-
za da asino, e un timore da lepre e da sciocco. L'altro  un 
esame, se la sentenza del pastore, eziandio ingiusta, sia da 
temersi. Questa proposizione, che  decisa affermativa-
mente da San Gregorio papa, viene impugnata dal teologo 
parigino che la chiama erronea nella fede e nei costumi; e 
mostra quanto sia contraria alla ragione, incompatibile 
colla giustizia e sovversiva di ogni diritto naturale o pub-
blico, secondo i quali, dic'egli, l'iniquit tirannica si pu 
temere, ma non si dee osservare; anzi si dee disprezzare e 
perseguitare.
Queste due brevissime scritture, piene di sodezza e di 
piet e cos opportune, che parevano scritte di bel proposi-
to per l'occasione corrente, furono stampate in Venezia, 
ma senza nome di luogo e di stampatore, e il traduttore 
nella prefazione si finse uomo di Parigi, il che non bast a 
coprirlo.
Ed altro opuscoletto apparve senza nome di autore e di 
stampatore o data di luogo, ed era una lettera ai curati del 
dominio veneto, col titolo: Risposta d'un dottore in teolo-
gia ad una lettera scrittagli da un reverendo suo amico 
sopra il Breve di censure della santit di Paolo V, pubbli-
cate contro li signori Veneziani, e sopra la nullit di dette 
censure, cavata dalla Sacra Scrittura; dalli Santi Padri e 
da altri cattolici dottori. Contiene otto proposizioni che si 
succedono naturalmente, e discussate con molta dottrina e 
bell'ordine d'idee, bench non al tutto sciolte dagli impac-
ci delle mal fondate teorie de' canonisti di quel tempo: di-
ce in sostanza, che i principi secolari, e cos anco il papa 
come principe temporale, hanno la loro autorit da Dio; 
che Ges Cristo in terra non ha mai esercitato alcuna po-
test temporale; che per conseguenza non pot averla tra-
smessa a san Pietro e a' suoi successori; che l'autorit delle 
metaforiche chiavi  meramente spirituale; che le esenzio-
ni de' cherici, bench da alcuni siano credute di jure divi-
no, tuttavia l'opinione che sono di jure umano,  la miglio-
re e la pi conforme alla storia, alla Scrittura e alla dottri-
na dei Padri della Chiesa; che dunque non pecca la Re-
pubblica se fa leggi sopra i beni ecclesiastici e punisce le 
loro persone colte in delitto; che se il papa a ci si oppone 
e fulmina scomuniche ed interdetti, quella sentenza  nulla 
e da non osservarsi; e in ultimo spiega le parole di san 
Gregorio papa, doversi temere la sentenza del pastore giu-
sta o ingiusta che sia, e mostra che non fanno al caso pre-
sente. Autore di questa lettera era Giovanni Marsilio, prete 
e teologo napolitano, nemico a' gesuiti, all'ordine de' quali 
appartenne nei suoi primi anni. Ebbe molta voga, e appun-
to per questo, come anco per l'intrinseco suo merito, trov 
numerosi impugnatori. Ma la confutazione pi decisiva fu 
un decreto del sant'Officio di Roma, del 25 giugno, che la 
proib, e con essa tutte le altre scritture non ancora stam-
pate, siccome contenenti proposizioni eretiche, erronee, 
scandalose, offendenti le orecchie pie: riuniti tutti questi 
epiteti in globo coll'avverbio rispettivamente, cos che non 
si sapeva che cosa s'intendessero, e quali fossero le propo-
sizioni dannate. E quel dannare le opere non ancora stam-
pate fece giustamente ridere Fr Paolo, il quale diceva ce-
liando: Se ci fosse venuto in mente di usare il capo XIII 
della epistola ai Romani e mettervi per titoli Diritti della 
Repubblica Veneta, per un bizzarro decreto dell'Inquisi-
zione san Paolo diventava autore di proposizioni eretiche, 
erronee, scandalose, ecc..
(1606 luglio). Non si ard fare lo stesso del Gerson per 
la riputazione di cui godeva da 200 anni, ma rilevandosi 
quale fosse l'intenzione di chi lo aveva tradotto, il papa 
diede commissione al cardinal Bellarmino di confutare 
tanto esso che la lettera delle otto proposizioni. E allora 
non fu veduto senza stupore che il Gerson, autore ortodos-
sissimo, fosse da quel cardinale, dopo averlo chiamato 
dottore di molta scienza e piet, tacciato acerbamente di 
sospetto, anzi chiaramente erroneo, il che in termini un 
po' pi laconici vuol dire eretico. Il vescovo Bossuet non 
pot frenare la sua indignazione.
Non voglio preterire l'occasione di far riconoscere una 
tra le molte annotazioni a penna scritte in margine di un 
esemplare delle storie di Andrea Morosini che io possiedo, 
la quale traduco letteralmente dal latino. Alle parole del 
Morosini ove dice: Il Senato, udito il consiglio d'uomini 
sapientissimi nella giurisprudenza, nel diritto canonico e 
nella teologia, protest essere quell'anatema indebito, irri-
to, nullo: l'anonimo chiosatore scrive in margine queste 
benevoli espressioni: Quasi tutti quei consultori erano 
insigni per apostasia o per ateismo, ovvero infami per altri 
gravissimi delitti, perch, banditi altrove e rifuggiti a Ve-
nezia, colsero occasione per vomitare impudentemente 
contro il vicario di Cristo il veneno che sorbirono dai ri-
cettacoli de' Veneziani. Vi erano ancora quei sette frati (se 
ne togli uno o due che erano preti), antesignano dei quali 
era quel Paolo Servita che con scaltrita ipocrisia si era ac-
quistata la benevolenza di tutto il Senato, e che disse ogni 
pazzia contro il pontefice; e nemmanco si astenne dalle 
opinioni dannate per difendere alla meglio che poteva la 
causa della Repubblica.
Non volle essere da meno il Bellarmino, che nella sua 
risposta taccia il Sarpi di falsario, ipocrita, ignorante, ma-
ligno, adulatore luterano, calvinista, uomo che odia la lu-
ce, che si nasconde, che ha vergogna a palesare il suo no-
me e quello dello stampatore, perch sa quante falsit ed 
errori siano nell'opuscolo da lui pubblicato: ingiurie fuor 
di proposito e poco atte a conciliarsi la fiducia del pubbli-
co, ed anco disonorevoli a chi le scriveva. O il Bellarmino 
conosceva il traduttore del Gerson, ed ei parlava contro 
sua coscienza, avendo sempre portata opinione onorevo-
lissima di Fr Paolo; e in appresso, vergognando il passa-
to, fece ogni tentativo per riconciliarselo: ma qui ricordo 
per anticipazione che emend que' fanatici sfoghi con trat-
ti generosi, di cui dir a suo luogo. O non lo conosceva, e 
non era decenza lo svillaneggiare un ignoto che poteva es-
sere o spregevole o rispettabile; molto pi che la carit 
cristiana vuole che anco gli errori del nostro prossimo sia-
no presi in buona parte, e si creda, fino a migliori prove, 
che egli parli per convincimento e non per malignit.
Era poi anco male scelto quel proverbio dell'Evangelio 
con cui incomincia la sua risposta: Qui male agit, odit lu-
cem, essendo poi obbligato a ritorcerlo contro s stesso 
quando pubblic varie altre operette o con nome finto o 
senza nome, e per meglio nascondersi anco con falsa data 
di luogo; aggiungendo per giustificarsi che i canoni della 
Chiesa (non so poi quali) proibivano a personaggio del 
suo grado di mettere il proprio nome in fronte ad un libro. 
Offendeva parimente la propria causa, stantech pi altri, 
o anonimi o pseudomini, erano gi usciti in campo e tut-
tod uscivano a scrivere dell'interdetto. Quelli della sua 
compagnia, voglio dire i gesuiti, diedero tutti un nome fal-
so.
(1606 settembre). Fr Paolo, offeso in parte cos delica-
ta, si vide, suo malgrado, costretto a mettere da parte tutti 
i riguardi, a levare la celata e gettarsi nella lite colle mani 
e coi piedi; e a difendere le dottrine di Gerson e i suoi 
propri principii pubblic nel mese di settemhre l'Apologia 
per le opposizioni fatte dall'illustrissimo e reverendissimo 
cardinale Bellarmino a' trattati e alle risoluzioni di Gio-
vanni Gerson sopra la validit delle scomuniche. Per la 
quale, senza che vi fosse ingiurie, il Bellarmino non rest 
in capitale. Pure volle far replica.
Intanto un esercito di scrittori dall'una e dall'altra parte 
diluviava libri grossi e piccioli, buoni e cattivi, sotto tutte 
le forme, epistolare, in dialogo, in prosa, in verso, serii, 
burleschi, in italiano, in latino, in francese, in spagnuolo e 
in tedesco; si traducevano, si facevano correre di mano in 
mano, si leggevano, si dimenticavano. Dalla parte di Ve-
nezia, oltre una turba di scrittori mediocri, stavano i pi 
dotti giureconsulti d'Europa, fra i quali nominer il cele-
bre Menocchio, presidente del Senato di Milano, Cesare 
Brancadori, torinese, tutti i dottori in legge della universi-
t di Padova, Leschassier e Servin, avvocati del parlamen-
to a Parigi, Pithou, altro giureconsulto francese, Edmondo 
Richer, dottore della Sorbona, il dotto Casaubono, Eningo 
Harnisch, giureconsulto di Alberstadt, Nicol Vignier, l'o-
pera del quale, smodata e non consenziente ai principii or-
todossi da cui la Repubblica non voleva uscire, fu pro-
scritta dal Senato. E veramente per quanta cautela pren-
desse, non fu sempre possibile d'impedire la foga degli 
scrittori acciocch non prorompesse oltre i debiti confini, 
e in Vicenza fu persino affisso un invito a' popoli di stac-
carsi dalla comunione cattolica. Cercato l'autore di quella 
e di altre simili scritture, mai se ne ebbe indizio: Fr Paolo 
lo crede un artifizio de' curiali medesimi onde timorare le 
coscienze, o impaurire il governo d'una rivoluzione reli-
giosa.
Fra gli scritti veneziani che ebbero maggior voga, fu 
quello del senatore Antonio Quirini, intitolato: Avviso del-
le ragioni della Repubblica di Venezia intorno alle diffi-
colt che le sono promosse da papa Paolo V, uscito sul 
finire di agosto, di stile robusto, e dove, tralasciate le di-
spute sottili, viene con ragioni di fatto, popolari e incal-
zanti, dimostrando l'invalidit dell'interdetto. Il libro piac-
que s fattamente ed ebbe tanto riscontro nel pubblico che 
molti oppositori si credettero in dovere d'impugnarlo. Al-
tro scrittore benemerito alla Repubblica fu Marcantonio 
Capello d'Este, minor conventuale, che pubblic varii libri 
senza entrare in polemica particolare; e ancor pi Giovan-
ni Marsilio, il quale entr anonimo in campo colla lettera 
che ho sopra detto. Attaccato dal Bellarmino apertamente, 
dal Possevino e da altri sotto visiera, si difese da gagliardo 
con varie scritture piene di dottrina, ma dove, tralasciando 
la logica dei fatti e le prove della storia, e attaccandosi in-
vece alle autorit spesso contraddittorie de' canonisti, la-
scia molti mezzi a' suoi avversari di addentarlo.
Dalla parte del pontefice erano generalmente frati e cor-
tigiani, ma fuori della schiera volgare sorgevano il cardi-
nale Colonna che scrisse latinamente una sentenza contro 
i vescovi della Repubblica veneta che non osservavano 
l'interdetto, minacciandoli di castighi in questo mondo e 
nell'altro; il cardinale Baronio che indiresse alla Repubbli-
ca una esortazione latina, tradotta anco in italiano, piena 
d'ingiurie; frate Antonio Bovio carmelitano, che pubblic 
confutazioni in buon numero, e in premio fu fatto vescovo 
di Molfetta; il celebre gesuita Antonio Possevino, che, 
sempre in maschera, scrisse ingiurie senza fine; ma pi di 
tutti il cardinale Bellarmino scrisse, rispose, confut, ora 
assalitore, ora assalito e infine talmente sbattuto, che pre-
so ad mprestito dal suo cappellano, nome, patria e grado, 
chiamandosi Matteo Torti sacerdote e teologo di Pavia, ed 
esaurita la suppellettile delle sottigliezze si sfog colle in-
vettive, talch meritossi il rimprovero che fece agli altri: 
Qui male agit odit lucem. E scopo di tutti gli odii essendo 
Fr Paolo, perci contro di lui fu dai papali diretto il mag-
gior cumulo d'ingiurie: furono calunniati i motivi per cui 
aspir all'episcopato, e furono mentiti quelli per cui ne fu 
escluso; furono imputate a lui le lunghe discordie del suo 
ordine, fomentate, dicevano, perch ambiva il generalato; 
furono a colpa ricordati i ridicoli processi intentatigli da 
quattro o cinque frati ignoranti; fu accusato di materiali-
smo e di propensione dichiarata all'eresia di Calvino, e di 
odio alla filosofia di Aristotele; fu chiamato fautore di ere-
tici, apostata, indegno del nome di religioso, piuttosto em-
pio che ateo; e la frenesia de' curiali and tant'oltre da 
rimproveragli la sua nascita plebea, la qual pure aveva co-
s poca somiglianza coll'interdetto; e infine un cattivo poe-
ta bolognese gli spar incontro una salva di epigrammi la-
tini.
Ma il Sarpi, senza offendersi delle altrui contumelie, 
che non  debito d'uomo onesto di farne conto o di rispon-
dervi, senza prender di mira alcuno scrittore in particolare, 
e lasciata la polemica che, a forza di emetter nuove que-
stioni, finisce a far perdere di vista la primaria, stando sul 
preciso suo argomento, pubblic le Considerazioni sulle 
censure di Paolo V contro la Repubblica di Venezia, lavo-
ro perfetto nel suo genere, sparso di rara erudizione e so-
stenuto da una dialettica incalzante, dove dopo una nitida 
esegesi dello stato della questione, esamina a fondo il di-
ritto che ha ogni principe di giudicare gli ecclesiastici, di 
assoggettarli alle sue leggi, di obbligarli a tributo, e l'ob-
bligo negli ecclesiastici di starvi sottomessi e di contribui-
re; indi esamina la vera natura delle scomuniche, quale sia 
il loro valore, e deduce i suoi argomenti dalla storia della 
Chiesa, dalle leggi de' principi, e dalla autorit dei Santi 
Padri. Fioccarono le risposte, tra le quali non essendo da 
disprezzarsi quella del Bovio gi accennato, Fr Paolo non 
avendo tempo di far replica, ne incombenz Fr Fulgen-
zio, a cui somministr i materiali e ne rivide il lavoro, cos 
che si pu dir suo.
A ragione Fr Paolo si vantava di essere stato il primo 
in Italia che abbia sostenuta e provata questa luminosa ve-
rit, che il clero non fu mai emancipato dalla soggezione 
del principe, s solamente da quella de' magistrati; ed esse-
re una chimera la pretesa che le esenzioni fossero di dirit-
to divino, mentre erano neppure un diritto umano, ma 
semplici concessioni che potevano dal concedente essere 
modificate o distrutte.
Ma poich i curiali battevano forte sulla validit ed im-
portanza delle censure e sulla empiet de' Veneziani a non 
osservarle, bisogn venire ad opera, la pi ardita che fino 
a quei tempi si fosse ancora intrapresa. Alle scomuniche 
papali si era sino allora opposto o l'appellazione di un pa-
pa ad altro papa meglio informato, o dal papa al concilio, 
o proteste, o la forza, senza che alcuno si ardisse mai di 
chiamarle a pi severo esame, e trovare un punto di dirit-
to, e non solamente di fatto, onde impugnarle. Gli studi 
che faceva il Sarpi lo condussero a questa felice conse-
guenza: ma non volendo arrischiarsi solo in un'impresa 
del massimo pericolo, gli furono aggiunti altri teologi, 
cio l'arcidiacono Ribetti e il Capello gi nominati, Fr 
Bernardo Giordano francescano, Fr Michel Angelo Boni-
celli minore osservante, Fr Camillo di Venezia agostinia-
no e Fr Fulgenzio servita; i quali pubblicarono a nome 
comune (comech opera del Sarpi) il famoso Trattato 
dell'interdetto, diventato da poi il modello di quanto fu 
scritto dai futuri intorno a simile materia. Avendo dovuto 
adattarsi alle maniere de' teologi, questo argomento non  
trattato da Fr Paolo con quel metodo discorsivo che si 
ravvisa negli altri suoi scritti; dove dalle idee madri scatu-
riscono per una successione naturale e continua le conse-
guenze e le dimostrazioni, e vi sono anco alcune super-
fluit che si sarebbono potuto omettere. Ma forse era ne-
cessario quel metodo scolastico onde far rilevare di prima 
vista i punti che voleansi difendere, o determinare sovra 
essi l'attenzione del lettore.
Contiene diciannove proposizioni, per le quali si prova 
coll'autorit della storia, delle Scritture e del diritto cano-
nico che il precetto del superiore, quand'anco pontefice, 
non obbliga se non  pubblicato e intimato nelle debite 
forme; che l'interdetto non lo fu e conseguentemente non 
importa obbligazione alcuna ed  nullo per s. Oltre a ci 
che il precetto del papa, dal quale si vegga poterne derivar 
scandalo o perturbazione nella Chiesa, non si debbe ese-
guire; tale essere l'interdetto che frutterebbe pericoli, 
scandali e mali infiniti, cui primo debito di ogni cristiano 
si  di cansare. Quindi essere dottrina de' teologi che il ti-
mor giusto scusa dalla obbedienza di ogni legge umana, 
ancorch legittima ed obbligatoria: questo essere il caso 
del clero veneziano che incorrerebbe, osservando l'inter-
detto, pericolo di roba, libert e vita, non pure per s, ma 
eziandio pei congiunti.
La potest del pontefice non essere sconfinata, ma ri-
stretta alla sola utilit della Chiesa ed ha per regola la leg-
ge divina. Questa  opinione inconcussa, laddove l'altra 
che non sia soggetta a' canoni ed a' concili  contraddetta 
od indecisa. E per il cristiano non  in obbligo di obbe-
dirgli se non in quello che  conforme alla legge divina. 
Che la potest al pontefice essendo data ad edificazione e 
non a distruzione, s'egli fulmina scomunica o interdetto 
per causa ingiusta, sono quelli pure ingiusti e nulli; sono 
abusi di autorit, contro i quali il principe deve opporsi, 
molto pi che l'interdetto  censura nuova nella Chiesa e 
pi atta a far male che a far bene.
Queste dottrine, ora volgari, erano per quei tempi affat-
to nuove, o per lo meno recondite ed inosservate; ma rac-
colte in libro di esigua mole, ed esposte in istile chiaro e 
con fino giudizio e corroborate dalle pi rispettabili auto-
rit, produssero un effetto mirabile nei popoli che parvero 
ridestarsi da un profondo sonno.
Il trattato dell'interdetto fu veduto a Roma con una spe-
cie di spavento. Il cardinale Bellarmino ebbe ordine d'im-
pugnarlo, altri assai fecero lo stesso, e dalla importanza 
che vi attaccarono i Romani pu arguirsi la sensazione che 
fece su loro. Ma le confutazioni furono cos povere di ra-
ziocini e cos infelici, che i Veneziani le stimarono neppur 
degne di una risposta. Ed essendo i governi naturalmente 
inclinati a favorire la causa veneziana, che era causa pro-
pria di ciascuno, e ad assai teologi spiacendo la soverchia 
distesa che i Romanisti davano alla autorit del papa, la 
circolazione dei libri romani trovava ostacoli in pi luo-
ghi, mentre libera e piena, e accolti a festa erano quasi o-
vunque quelli dei veneti. In Ispagna un Discorso contro 
due trattati intorno alle censure fulminate da Paolo V 
contro Venezia, del P. Soza francescano, fu dalla Inquisi-
zione proibito, e obbligato l'autore a ritirarne gli esempla-
ri. A Milano il residente veneto, citato al sant'Offizio, e 
pregato dall'inquisitore il conte di Fuentes a dargli mano 
forte, n questi si cur di servirlo, n quello di obbedire, e 
la spregiata prepotenza inquisitoriale era un documento 
dei pensieri de' popoli.
Bene se ne accorsero a Roma, dove il sant'Offizio, ve-
duta l'impotenza delle ragioni opposte a' Veneziani, pens 
di poter frenare il pericolo proibendo, con decreto del 30 
settembre, il Trattato dell'interdetto, le Considerazioni, 
l'Avviso e tutte le altre scritture stampate e da stamparsi, 
pena le pi terribili scomuniche e la vendetta del sant'Of-
fizio, il che fece ridere il pubblico, e conchiudere che la 
Curia aveva torto.
Ricordando ci che scrisse Fr Paolo in occasione 
dell'interdetto, non fo qui parola di un libro che ebbe mol-
ta voga oltramonti, e fu anco tradotto in francese col tito-
lo: Diritto dei Sovrani difesi contro le scomuniche e gli 
interdetti de' papi; e in italiano ha per titolo: Consolazione 
della mente, ecc.; perch non  Fr Paolo, come dimostre-
r nell'Appendice Bibliografica. Per ora basti averlo ac-
cennato.
Qui appresso abbiamo vedute alcune delle massime de' 
Veneziani, dir le altre per poi metterle a confronto con 
quelle dei papalisti: e se il lettore non trover nuove le 
prime, perocch ora sono diventate principii di diritto co-
mune, bene sar sorpreso per le seconde; pi ancora 
quando sappia che le massime de' Veneziani erano a quei 
tempi riputate a Roma eresie, e le opposte articoli di fede.
Iddio, dice Fr Paolo, ha costituito due governi nel 
mondo, supremi, indipendenti a vicenda. L'uno spirituale, 
 il ministero ecclesiastico; l'altro temporale,  il governo 
politico. Il primo affid agli apostoli e loro successori, 
l'altro ai principi, in tal forma che non possano quelli in-
tromettersi in ci che a questi si appartiene. Il papa adun-
que, capo del governo spirituale, non ha potest nelle leg-
gi de' principi sopra le cose temporali, n pu privarli de-
gli Stati, n liberare i sudditi dalla soggezione. La dottrina 
opposta d'interdire i regni, destituire i re, concitare i suddi-
ti a ribellione, quando il principe si trovi a lite col papa,  
dottrina sediziosa e sacrilega, contraria alle Scritture e 
all'esempio di Cristo e de' Santi. Le esenzioni de' cherici o 
sono concesse dal principe, ed esso ha tuttavia la facolt 
di abrogarle; o dal pontefice, e queste non sono ricevute in 
alcuni luoghi, in altri solamente in parte, e valgono all'av-
venante del beneplacito di chi le riceve, o finch non tor-
nino pregiudicievoli alla quiete e ben pubblico.
L'infallibilit del papa, continua il Sarpi,  una dottrina 
incerta, nella quale gl'istessi dottori della Curia non sono 
bene d'accordo: chi la pone in una cosa, chi in un'altra. 
L'autorit di sciogliere e di legare s'intende purch non 
travii del retto, comandando Iddio che segua non l'arbitrio, 
ma il merito e la giustizia della causa. E per nelle con-
troversie del pontefice coi principi, se quello fulmina cen-
sure,  lecito a questi di certificarsi col consiglio di perso-
ne dotte se sono giuste o ingiuste, e nell'ultimo caso impe-
dirne l'esecuzione, conservando nondimeno la debita rive-
renza alla Chiesa. Comunque sia, le scomuniche contro ai 
supremi dello Stato o contro le moltitudini sono, secondo 
sant'Agostino, perniciose e sacrileghe. L'obbedienza cieca, 
invenzione de' gesuiti, ignota alla Chiesa e ai buoni teolo-
gi, leva l'essenziale della virt, che  operare per certa co-
gnizione ed elezione, espone a pericolo di offender Dio, 
non iscusa l'ingannato dal principe spirituale, ed  partori-
trice di sedizioni.
I pontificii spacciavano massime affatto opposte, e cos 
esorbitanti che forse pi d'un lettore stenter a crederle; 
ma sappia a mia giustificazione che le ho estratte parola 
per parola dai loro libri, e se a verificarle non ama rivol-
tarne molti, non ha che a percorrere il breve opuscolo del 
Bellarmino contro i trattati di Giovanni Gerson, ed ivi so-
lo in poche pagine ne trover buon numero.
Cristo, dicevano i curiali, ebbe dal Padre pienissima po-
test su tutta la Chiesa, la quale Cristo rinunci in mano di 
Pietro e suoi successori; quindi non si pu senza eresia 
appellare dal papa al concilio. Donde ne segue ch'egli ha 
la facolt di abrogare tutti i canoni vecchi e nuovi: e sic-
come l'Evangelio  dettato da Ges Cristo e il papa ha la 
stessa potest di lui, ne proviene ancora che il papa ha la 
potest di dispensare dall'Evangelio. Infatti questa sua po-
test  universale, sconfinata, e tanto grande che pochi ar-
rivano a capirla. Basti dire che  vicario di Dio; anzi non  
gran peccato il dire che sia Dio, o per lo meno si pu be-
nissimo stimarlo Dio in terra; e invece il disprezzarlo  
una sorte d'idolatria.  massima cattolica il dire che si ap-
partiene a lui il riprendere qualsivoglia principe o repub-
blica, e se non obbediscono, obbligarli colle censure, de-
porli e sciogliere i sudditi dal giuramento. Veramente egli 
ha per fine il bene spirituale delle anime, e non s'impaccia 
nel governo de' principi temporali; ma se abusano della 
loro autorit in danno delle anime o dei popoli o della cri-
stianit, allora ha diritto di metterci le mani e di costrin-
gerli a far quello che stima giusto: e chi non erede questo, 
non  cattolico.
Oltre a ci il papa, caso che sia utile o necessario, pu 
per diritto divino disporre dei regni e degli imperii, di cui 
 il padrone, e darli a chi gli piace. E se un principe non 
obbedisse a ci che comanda il papa, i sudditi non devono 
pi obbedire al principe; ma rivoltarsi, fargli guerra, usare 
con lui le insidie ed anco ammazzarlo, perch il papa ha 
da Dio una giurisdizione assoluta e illimitata di governare 
il popolo cristiano; ed  per questo che ha ricevuto le due 
spade, una per lo spirituale, l'altra pel temporale, onde a 
lui si compete anco il diritto di perseguitare e punire di 
morte i ribelli. Anzi la Santa Romana Chiesa essendo vi-
sibile,  per le cose temporali che precipuamente manife-
sta la sua grandezza; e ridurla al solo spirituale, come gli 
avversari pretendono,  ridurla a niente. Questa doppia 
potest  derivata al papa da Ges Cristo medesimo, il 
quale, vivendo a questo mondo, fu non pure profeta e me-
diatore, ma vero principe temporale; i magi lo adorarono 
non come Messia, ma come re mondano; come re lo rico-
nobbero gli Ebrei pi volte, ed egli stesso fece pi volte 
azioni da re: che se rispose a Pilato, il suo regno non esse-
re di questo mondo, fu una risposta equivoca per inganna-
re quel preside e impedirgli un maggior peccato; ovvero 
parl come uomo che, stando per morire, pi non si cura 
delle cose terrene. Fatto  che il papa ebbe da lui la dupli-
ce potest che  sopra detta, e negargliela  una eresia.
L'autorit dei principi  tutta umana, derivata o dal con-
senso de' popoli o dal diritto di guerra, e pi o meno limi-
tata; quella invece del pontefice  tutta divina, non sogget-
ta a restrizioni o convenzioni di alcuna sorte. Egli  mo-
narca nella Chiesa, giudice supremo del mondo; il suo tri-
bunale  tribunale di Dio; le sue leggi non ammettono ec-
cezione od appello; e se giuste od ingiuste, tocca a lui solo 
a giudicarne.  vero che se egli abusasse scandalosamente 
della sua potest non dovrebbe essere obbedito; ma il solo 
supporre questo abuso,  una ingiuria enorme, un artifizio 
degli eretici, una malignit insegnata dal diavolo.
I preti, a petto de' laici, sono iddii; i principi non hanno 
alcuna autorit su di loro; sono esenti da ogni legge e giu-
risdizione umana. Possono bene, se vogliono, ubbidire al-
le leggi dei principi, purch non sia contro agli interessi 
del sommo pontefice. Per esempio, se il principe comanda 
che il grano si comperi o si venda a tal prezzo, possono 
bene, se a lor piace, uniformarsi; ma se non torna a loro il 
conto possono vendere o comperare a quel prezzo che loro 
accomoda, n per questo  lecito di richiederli in giudizio. 
Infine tutte le persone ecclesiastiche e i loro beni e pos-
sessi, sono cose di Dio, sacre, inviolabili; non riconoscono 
n devono obbedire altro giudice o padrone che il vicario 
di Dio; i privilegi e le esenzioni loro sono di diritto divino, 
ed  peccato mortale a dubitarne.
Volle provvidenza divina che Fr Paolo fosse un ereti-
co, altrimenti bel guadagno faceva l'Europa se avessero 
potuto prevalere questi articoli di fede.
Esposte le massime delle due parti, giovi ancora notare 
il metodo di ragionare seguito dai Veneziani e dai Romani. 
I primi, e particolarmente Fr Paolo, partono da principii 
inconcussi, non escono mai dall'argomento, si astengono 
dalle questioni inutili e dalle ingiurie, non danno retta alle 
personalit e neppure curano difendersi dalle accuse pri-
vate di che gli gravano gli avversari; discutono con calma, 
e sempre colla logica dei fatti alla mano; procedono da 
una conseguenza all'altra fino alle ultime conclusioni. Gli 
altri perdono il tempo e lo fanno perdere, con somma no-
ia, ai lettori, nel pedanteggiare sottilmente il significato di 
parole o frasi dei loro avversari, che pure  chiarissimo, 
non perch importi al discorso, ma per genio di sofistiche-
rie; fanno cento distinzioni puerili, prorompono in vane 
declamazioni, non isdegnano le personalit, poco uso fan-
no della storia, e si affissano a petizioni di principio, cio 
ad ammettere per dimostrato quello appunto che  contro-
verso; onde vagano incerti, e scoprendo i propri lati debo-
li, lasciano tutti i beneficii della vittoria agli avversari. I 
Veneziani, appoggiati a principii sicuri, diretti da una 
mente sola, vanno dritto per filo; sono tra loro uniformi; e 
l'uno conferma le ragioni dell'altro. I papalisti, essendo 
tante le menti quante le teste, senza principii stabili, non 
avendo altra base che l'arbitrio e i suggerimenti di un esal-
tato fanatismo, si contraddicono a vicenda: uno mette per 
certo una cosa, l'altro dice che  dubbia; l'uno si serve di 
un argomento cui l'altro confessa essere falso; l'uno addu-
ce un fatto e l'ha per positivo, l'altro conviene che  favo-
loso o incerto. I Veneziani nelle loro risposte riferiscono 
stesamente le parole degli avversari, non dissimulano le 
difficolt, rischiarano con rigorosa critica i fatti, e citando 
le autorit, ne narrano il caso, le circostanze, il modo, l'o-
rigine. I curiali invece non scelgono degli opponenti che 
ci che fa per loro, le difficolt le cansano, non fanno caso 
delle conseguenze, e citano le autorit senza regola di 
tempi e piuttosto per abbagliare che per provare, curando 
neppure se siano a proposito: adducono atti apocrifi e fal-
sificano i testi, di che convinti poi degli avversari si trova-
no confusi; oppongono alle Sacre Scritture le Decretali dei 
papi; agli antichi Padri, i moderni dottori; discorrendo per 
vie viziose lasciano alla critica un vasto campo di censura, 
e alla ragione un non difficile trionfo.
Dalla differenza degli scrittori ne nasceva un'altra di a-
gire nei due governi: a Roma proibivano i libri de' Vene-
ziani, pena la scomunica e il carcere; a Venezia lasciavano 
girare tutti quelli dei curiali, e pareva che il governo, co-
me che tanto sospettoso, si compiacesse che il popolo ne 
facesse paragone.
Tale  la lotta perpetua tra la verit e l'errore. Fintanto 
che la ragione terr la sua sede nell'intelletto umano, e che 
gli uomini non saranno imbecilli al segno di credere tutto 
che loro si d ad intendere, sar pur mestieri a qualunque 
sociale edifizio, che sorge su fondamenti erronei, di com-
primere con ogni maniera l'ufficio della ragione, cio 
d'impedire all'intelletto di speculare sulla natura e l'origine 
delle cose. Eterno delirio della prepotenza! ma il tempo, 
rinnovando con infaticabile vicenda la condizione e gli 
accidenti del mondo, impelle al pensiero parte del suo mo-
to, gli d una forza contro la quale non vi  opposizione 
che valga, fa come una fiamma che comunicandosi conti-
nuamente dalla generazione che tramonta a quella che 
sorge sempre pi si amplifica e risplende. Questa fiamma 
 ci che modernamente si chiama progresso: invano si 
oppongono sforzi a sforzi per reprimerlo od arrestarlo; ch 
i figli salgono sulle spalle dei loro padri, e sulle spalle di 
quelli salgono altri figliuoli ancora, di maniera che ogni 
generazione vede pi longinquo dell'antecedente. A tal che 
tutte le instituzioni stazionarie, corrotte dal vizio della 
propria immobilit, si riducono in diretta o quasi diretta 
opposizione collo stato, sempre rinnovantesi dello spirito 
umano.
Tale fu il destino del papato. La sua storia  la parte pi 
bella e pi luminosa della storia moderna, ed abbraccia, 
per cos dire, tutta la patria degli uomini. Per lungo tempo 
fu il solo propugnacolo contro la prepotenza della spada; 
l'Italia gli  debitrice di molte miserie, ma ancora d molta 
gloria; e l'attuale incivilimento de' popoli, del primo e pre-
cipuo suo impulso.
Ma non che seguitasse questo moto progressivo, fece 
sforzi per reprimerlo quando non torn pi utile, e per far-
lo rimbalzare indietro, e per circoscrivere confini alla at-
tuosit del pensiero, e per corrompere la morale dei popoli 
e regnare all'ombra dell'ignoranza e del mal costume. Er-
rori funesti! imperocch le grandi rivoluzioni non sono 
opera umana, ma l'effetto di viziose instituzioni, che rea-
gendo contro lo spirito pubblico, ne sconcertano l'armoni-
a; sono l'effetto delle leggi istesse della natura, che, disor-
dinate dalla forza imbecille degli uomini, cercano di ri-
guadagnare il primitivo loro equilibrio. E da tale disordine 
ebbero appunto origine le innovazioni di Lutero contro a' 
papi: i quali si sostennero, non emendando gli abusi, ma 
ricorrendo a nuove fraudi, e adulando l'orgoglio e l'avidit 
del clero, e gl'interessi e le ambizioni sempre mutabili dei 
principi. N si avviddero che il tempo, il quale tutto con-
suma tranne la verit, avrebbe pure tarlate le basi erronee 
della loro possanza, e che logorato l'incantesimo che la 
rendeva portentosa o necessaria, e sedato il bollore degli 
odii religiosi, e condotti gli uomini a pensieri pi miti e 
pi socievoli, principi e popoli fastiditi ugualmente dal 
giogo sacerdotale, oppressore, capriccioso ed avido, a-
vrebbero desiderato di vendicarsi a libert.
Forse questo tempo non era ancora maturo nel 1606; 
ma i pontificati turbolenti e feroci di Paolo III, di Paolo 
IV, di Pio V, di Sisto V, i disordini della corte di Roma, le 
guerre civili e fanatiche fomentate da quella, e le altre su-
scitate dall'ambizione e dall'avarizia del nipotismo roma-
no, la durezza con cui quasi tutti i pontefici del XVI seco-
lo fecero uso della loro autorit temporale, e gli attentati 
contro l'autorit temporale, avevano a poco a poco suscita-
to uno spirito di opposizione alla corte di Roma. A rinfor-
mare il quale contribuiva lo spirito guerriero del secolo 
inclinato a libert; il fastidio della preponderanza spa-
gnuola che tendeva a servit e a intenebrare il mondo col-
la ignoranza e colla superstizione; la stampa, libera oltra-
monti; lo studio della storia, della giurisprudenza e della 
critica ravvivato; le discussioni religiose in tutta l'Europa, 
e pi utilmente le discussioni parlamentarie in Francia sui 
diritti del principato e i privilegi della Chiesa gallicana; e 
se non vi era peranco una disposizione decisa a confinare 
ne' giusti suoi termini il papato, fu per lo meno udita con 
infinito piacere e da tutti sommamente applaudita la resi-
stenza de' Veneziani.
(1606 settembre). La Curia, sbalordita da successi cos 
contrari alla sua aspettazione, si appigli alle consuete sue 
armi. Fra quanti combattevano i nuovi suoi dogmi, niuno 
era pel suo sapere, pel suo carattere, per l'influenza, per la 
inusitata infrangibile qualit degli argomenti usati da lui, 
pi temuto di Fr Paolo, come niun altro era pi esaltato. 
Gli uomini di ambi i partiti si accordavano a crederlo la 
ruota maestra di quel gran motivo. Fr Paolo adunque fu 
citato al tribunale del sant'Uffizio. In un paese dove chi si 
tiene l'autorit, dice di esercitarla per diritto divino,  ben 
giusto che debba violare tutte le formalit legali prescritte 
dalle leggi umane. Era gi una mostruosit che la Curia 
dovesse farsi giudice in causa propria; ne era un'altra che 
il cardinale Bellarmino, antagonista di Fr Paolo, e in con-
seguenza parte interessata, siedesse come giudice nel tri-
bunale inquisitorio; ma persino la citatoria, che gl'inquisi-
tori medesimi sapevano infruttuosa e ridicola e in cui po-
tevano, senza nocumento, ostentare le sembianze della 
giustizia, vollero che apparisse sotto le forme arbitrarie 
del dispotismo. Fr Paolo, senza essere udito o difeso, 
senza essere nemmanco ammonito o richiesto,  giudicato 
e condannato dal sant'Offizio; dopo di che viene citato: il 
pretesto, perch possa difendersi; ma, poich la sentenza 
era gi pronunciata, e non  uso di Roma di ritrarne alcuna 
mai, il vero  che lo volevano tirar l per impiccarlo.
(1606 ottobre). Ma per un singolare contrapposto di o-
pinioni, intanto che l'Inquisizione romana, con decreto del 
20 settembre, condannava alle fiamme i libri di Fr Paolo 
e che i divoti inquisitori nutrivano anco la speranza di ab-
bruciar l'autore, il Senato, quasi per far dispetto a Roma, 
con altro decreto del 28 pure settembre, innalzava con lodi 
il merito del medesimo, e lo gratificava di premi. E l'In-
quisizione di bel nuovo, a sfogo impotente di vendetta, lo 
citava con altro decreto del 30 ottobre a comparire in per-
sona, fra 24 giorni, sotto pena di scomunica lata sententi 
infamia perpetua e privazione di ogni ufficio e dignit, per 
avere sostenuto e provato che la Repubblica di S. Marco 
ha ragione, e il successore d san Pietro torto; il che  un'e-
resia. Tal  la sostanza. Il decreto del Senato diceva: 
Continuando il reverendo P. Maestro Paolo da Venezia a 
prestare con singolar valore quell'ottimo servizio ond'egli 
fra tutti con le sue scritture piene di profonda dottrina so-
stenta con validissimi fondamenti le potentissime e vali-
dissime ragioni nella causa che ha di presente la Repub-
blica colla corte di Roma, anteponendo il servizio e la 
soddisfazione pubblica a qualsivoglia suo particolare e 
importante rispetto,  perci giusto e degno della munifi-
cenza del Senato il dargli modo con che possa assicurare 
la sua vita da ogni pericolo, e sovvenire a' suoi bisogni, 
bench non ne faccia alcuna instanza, ma si mostri alieno 
da qualsivoglia ricognizione. Tal  la sua modestia e cos 
grande il suo desiderio che ha di far conoscere che nessu-
na pretensione di premio, ma sola divozione verso la Re-
pubblica e la giustizia della causa lo movono ad adoperar-
si con tanto studio e fatica: e conchiudeva che ai 200 du-
cati di stipendio gi assegnatili, altri 200 fossero aggiunti, 
s che 400 ne avesse.
(1606 novembre).  chiaro che Fr Paolo anco senza 
questi luminosi attestati di patrocinio non si sarebbe mai 
curato di obbedire al sant'Officio, e per con un manifesto 
latino del 25 novembre, di stile modesto e rispettoso, ri-
spose: Che veramente egli era desideroso di mostrarsi a 
loro obbediente e giustificare la sua fede; ma che i suoi 
libri essendo stati condannati contro le regole stabilite dai 
canoni di sentir prima l'autore, ed anco con formole gene-
riche di contener cose temerarie, calunniose, scandalose, 
sediziose, scismatiche, eretiche, senza precisar quali (tal 
che nella oscurit dei termini restava incerto se tutte quel-
le macule fossero da per tutto o solo in qualche parte) e 
pronunciata sentenza definitiva: era irregolare e diventava 
inutile il citarlo a difendersi, molto pi che non sapeva gli 
articoli su cui si fondava l'accusa: che d'altronde non po-
teva riconoscere quel tribunale, stantech vi sedesse il 
cardinal Bellarmino, il quale, per aver scritto contro lui, 
era parte interessata; che siccome essi dicevano di non po-
ter venire sicuramente a Venezia per far eseguire la loro 
sentenza, cos neppur egli poteva stimar sicuro di andare a 
difendersi a Roma; tanto pi che in quei momenti non e-
rano abbastanza calmi gli spiriti e confondevano troppi 
interessi in un solo per poter giudicare imparzialmente di 
lui; e infine che, essendo egli a' stipendi della Repubblica, 
non poteva abbandonare il suo posto senza permissione 
del principe, in quel punto non cos facile ad ottenersi; che 
del resto si dichiarava buon cattolico, e che voleva vivere 
e morir tale; che i suoi sentimenti non potevano essere 
meglio conosciuti che a Roma dove era stato tanti anni, e 
da essi medesimi che lo conoscevano ed avevano prove 
della sua obbedienza ed attaccamento alla fede: li pregava 
adunque a voler prendere in considerazione questi suoi 
motivi, e a non procedere ingiustamente contro di lui: ma 
nell'opposto caso protestava in faccia a Dio, e che terrebbe 
per nulla e di nissuno effetto la loro sentenza.
Gli inquisitori sentirono la forza di queste ragioni, e 
quantunque per servire al loro scopo avessero desiderato 
sentenziarlo eretico e contumace, ebbero paura che il Sar-
pi a vendetta non facesse qualche mal tiro alla corte, e non 
rinnovasse in Italia ci che Lutero aveva fatto in Germa-
nia; ricordando che il frate agostiniano si era appunto ver-
sato agli estremi per la condannazione di Leone X. Imper-
ci si contentarono di proseguire una diligente ricerca dei 
suoi libri e farli abbruciare: segno, diceva il Boccalini, che 
erano buoni.
Lo stesso riguardo non ebbero per Giovanni Marsilio e 
pel francescano Fr Fulgenzio, i quali, citati e non com-
parsi, furono scomunicati.  ben vero che e' risposero non 
colla modestia e pacatezza del Sarpi, ma superbamente, in 
ispecie il secondo.
Non  che i cardinali inquisitori, e nemmeno il papa, 
credessero a quelle immaginarie eresie; ma era un pretesto 
per intimidire Fr Paolo, o almeno renderlo odioso, 
privarlo della confidenza del governo, farlo sospetto ai 
deboli, ingenerar scrupoli ne' superstiziosi e obbligare lui 
medesimo a desistere. E considerando la diserzione di lui 
come il bellissimo e pi compiuto trionfo a cui potessero 
aspirare, misero in moto tutte le macchine per allucinarlo. 
Fu spedito a Venezia a bella posta un olandese, il quale, 
frequentando la casa dei Secchini, dove, come ho detto, 
andava Fr Paolo, aveva incombenza di spiarlo e tentarlo 
sotto mano; il padre Ferrari, generale dei Serviti, ricevette 
amplissime facolt; furono adoperati gli emissari del nun-
zio restati a Venezia; gli fu fatto scrivere da varii, princi-
palmente dal cardinal d'Ascoli; e infine andando France-
sco de Castro a Venezia, ambasciatore straordinario del re 
di Spagna, gli fu attaccato dietro un codazzo di preti, di 
cui alcuni erano incaricati di trattare secretamente col Sar-
pi: mitre, cappelli rossi, onori, promesse, speranze, nulla 
fu pretermesso. Ma la Curia aveva a fare con uomo tena-
cissimo, disinteressato e non meno scaltro. Per quante a-
stuzie adoperassero, e i preti ne sanno molte, lo trovarono 
sempre irremovibile. Sola risposta ch'egli dava era questa: 
Difendo una causa giusta.
...
FINE Parte 1.